Maria Luisa Delbono, “È sempre lunga la strada per St. Moritz”

Se dovessi citare un territorio alpino e dire di conoscerlo sasso per sasso, o quasi, potrei citare tra gli altri l’alta Engadina. L’ho frequentata per tanti anni, d’inverno e in estate, salendo quasi tutte le sue vette, esplorando le vallate laterali, i passi, i villaggi, percorrendo molti dei suoi sentieri e degli itinerari scialpinistici – ma, sia chiaro, certo non da villeggiante del suo centro più famoso, St. Moritz, la Montecarlo delle Alpi, del cui jet set non potevo giammai ambire di far parte! In ogni caso, per troppi impegni e mancanza di tempo oggi la frequento meno ma, senza dubbio, l’Engadina resta un luogo assolutamente speciale, per il sottoscritto.
Ecco, è stato questo l’impulso principale che ha fissato il mio sguardo e l’attenzione sul libro di cui vi sto per dire, che nel titolo ha quel toponimo che ha reso famosa l’Engadina in tutto il mondo: È sempre lunga la strada per St. Moritz dell’autrice italosvizzera Maria Luisa Delbono, edito lo scorso anno da Dadò Editore, che racconta una – se così posso dire – doppia storia di formazione che tale è anche in senso spaziotemporale, per come sia divisa tra la provincia bresciana, terra di origine di Delbono, e appunto St. Moritz, nonché tra la giovinezza della protagonista principale, Emma, e l’età adulta. […]

(Leggete la recensione completa di È sempre lunga la strada per St. Moritz cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Buona esta(r)te #3

P.S. – Pre Scriptum: agosto, tempo di ferie, di vacanze: anch’io per qualche giorno mi ci adeguerò, mi tocca (0) ma, visto che per tal motivo non potrei essere così assiduo come al solito con gli aggiornamenti del blog, mi sono chiesto: cos’è che proprio non dovrebbe mai andare “in vacanza”, cioè diventare letteralmente vacante? La bellezza, ad esempio. Perché di bellezza il mostro mondo ne ha bisogno sempre, per contrastare adeguatamente le tante, troppe cose brutte che ahinoi ci “offre”. Quindi mi sono detto pure: ok, e bellezza sia, in questi giorni d’agosto qui sul blog. E cosa c’è che sappia offrire bellezza in modo molteplice e assoluto, più dell’arte?
Ecco.
Dunque: buona esta(r)te a tutti!

Giovanni Segantini, Trittico delle Alpi: Vita, olio su tela, 1896-1899, Segantini Museum, St. Moritz

INTERVALLO – Ardez (Svizzera), Biblioteca Chasa Plaz

All’interno di una casa storica nel villaggio di Ardez, in Bassa Engadina (Canton Grigioni, Svizzera), un progetto del giovane architetto grigionese Men Duri Arquint (realizzato nel 2011) risponde in maniera efficace alla richiesta programmatica di una piccola biblioteca privata, operando un singolare esperimento costruttivo. Nel fienile inserisce due scatole adiacenti collegate da un passaggio: una stanza dotata di scaffali per i libri e una sala di lettura con vista sulle montagne. Le scatole, strutturate da una maglia intrecciata di travi di legno massiccio, sono appese alla struttura del traliccio del tetto esistente e lasciano uno scenografico volume vuoto attorno.

Un bellissimo esempio di architettura contemporanea al servizio della cultura e, al contempo, della cura e conservazione d’una tipica tradizione edile di montagna, identitaria per un’intera regione alpina.

Cliccate sulle immagini per saperne di più, da un articolo tratto da espazium.ch

I laghi i boschi le vette il cielo, ma poi le montagne s’incazzano (Arno Camenisch dixit)

Guarda i laghi, esclama lei slanciando le braccia, e le montagne, e i boschi, e la luce, e che bello che è il cielo. Sorride e chiude gli occhi. Sì sì, fa lui, nel bosco siamo tutti uguali, come se uno non l’avesse mai visto, che ci abbiamo passato tutta la vita tra le rocce, una pietra è sempre solo una pietra. E il lago, è li steso sulla pianura come un pesce morto. Poi di colpo arrivano delle nuvole grigie come beole e patapam, giù tuoni e grandine e ti centra un lampo, che quassù si fa in fretta, siamo sui milleotto, se sei sfortunato le montagne s’incazzano e ti buttano addosso dei massi grandi come vacche, ti demoliscono la casa e ci seppelliscono dentro per sempre tutto quello che avevi, altro che pace delle montagne, lo dice solo chi è cresciuto nel cemento.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.14-15.)

O forse lo dice colui al quale nel cemento è semmai rimasto imprigionato l’animo, privo così di autentica libertà? Beh, leggete la personale recensione a La cura, qui, e capirete tutto meglio.

Arno Camenisch, “La cura”

Pochi altri posti nelle Alpi come la valle svizzera dell’Engadina sanno offrire la più completa quintessenza della dimensione alpina, dal punto di vista geografico, del paesaggio, della storia umana tra i monti, della manifestazione artistica relativa. Giungendo dall’Italia, e dopo aver superato i numerosi tornanti della carrozzabile che raggiunge il passo del Maloja, di colpo il paesaggio si amplia ed esplode di meravigliosa sublimità montana, che quasi lo sguardo fatica a recepire completamente. Laghi dalle acque cristalline, cascate spumeggianti, boschi ininterrotti, vette maestose, ghiacciai, storie e vicende affascinanti a non finire, a partire da quelle dei tanti personaggi famosi che non hanno saputo resistere alla bellezza di questi luoghi – Friedrich Nietzsche e Giovanni Segantini, per citarne solo un paio – eleggendoli a propria dimora. E terra, l’Engadina, nella quale si parla una lingua – ufficialmente riconosciuta come tale, nella Confederazione Elvetica – che rappresenta a suo modo un particolarissimo incrocio di culture: il romancio, un antico mix di dialetto lombardo, tedesco-svizzero, ladino e dialetti friulani, ormai utilizzato da poche decine di migliaia di persone ma in fondo anche per questo parecchio identitario, una sorta di sigillo di autenticità alpina come ormai pochi altri ve ne sono per tutte le Alpi.

È la stessa lingua madre – nella sua versione sursilvana – di Arno Camenisch, che proprio in terra engadinese ambienta il suo ultimo (per l’Italia) romanzo, La cura (Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado), una sorta di “estratto di quotidianità”, frazionato in 47 brevi episodi, della vita di una coppia di pensionati nel momento in cui vincono un soggiorno in un prestigioso hotel cinque stelle in Engadina: un evento inatteso e ovviamente lieto tanto quanto “perturbante” la loro ordinaria esistenza… (continua)

(Leggete la recensione completa de La cura cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)