Maria Luisa Delbono, “È sempre lunga la strada per St. Moritz” (Armando Dadò Editore)

Se dovessi citare un territorio alpino e dire di conoscerlo sasso per sasso, o quasi, potrei citare tra gli altri l’alta Engadina. L’ho frequentata per tanti anni, d’inverno e in estate, salendo quasi tutte le sue vette, esplorando le vallate laterali, i passi, i villaggi, percorrendo molti dei suoi sentieri e degli itinerari scialpinistici – ma, sia chiaro, certo non da villeggiante del suo centro più famoso, St. Moritz, la Montecarlo delle Alpi, del cui jet set non potevo giammai ambire di far parte! In ogni caso, per troppi impegni e mancanza di tempo oggi la frequento meno ma, senza dubbio, l’Engadina resta un luogo assolutamente speciale, per il sottoscritto.

Ecco, è stato questo l’impulso principale che ha fissato il mio sguardo e l’attenzione sul libro di cui vi sto per dire, che nel titolo ha quel toponimo che ha reso famosa l’Engadina in tutto il mondo: È sempre lunga la strada per St. Moritz dell’autrice italosvizzera Maria Luisa Delbono, edito lo scorso anno da Dadò Editore, che racconta una – se così posso dire – doppia storia di formazione che tale è anche in senso spaziotemporale, per come sia divisa tra la provincia bresciana, terra di origine di Delbono, e appunto St. Moritz, nonché tra la giovinezza della protagonista principale, Emma, e l’età adulta.

Nella prima parte Emma, bambina e poi ragazzina di una famiglia della campagna bresciana, vive il terribile periodo della Seconda Guerra Mondiale con le sue brutture, l’occupazione nazista, la povertà, l’assenza di certezze che pure uno spirito spensierato come quello di una bambina subisce e dalle quali resta inesorabilmente segnato. Quindi, la guerra finisce ma non finiscono le difficoltà quotidiane che segnano il ritorno a una vita solo apparentemente normale, in realtà sempre priva d’una autentica tranquillità d’animo e che impone una corsa verso l’età adulta, dunque un disconoscimento della così bella età adolescenziale e dei suoi più suggestivi sogni, fin troppo forsennata. Nella seconda parte, invece, ritroviamo Emma sposata in viaggio verso St. Moritz, ove il marito è impiegato presso uno degli hotel più belli della località grigionese, così da iniziare a sua volta una nuova vita lavorativa e non solo, che per una bizzarra coincidenza si incrocerà con quella di altre due storie secondarie, con relativi personaggi non protagonisti, che tuttavia risulteranno emblematiche per il destino della donna italiana.

È sempre lunga la strada per St. Moritz si poggia molto sulla dicotomia tra il paesaggio bresciano, legato all’infanzia della protagonista e dunque in ciò luogo di giocosa felicità ma d’altro canto soffocato dai tristi eventi bellici (oltre che terra natia dell’autrice, come ribadisco, al punto che posso intuire riferimenti autobiografici non certo di matrice cronologica, se non riportata, ma di sicuro geografica) e il paesaggio engadinese, di tutt’altra bellezza, che fa da sfondo alla rinascita umana, morale, spirituale della protagonista del romanzo quasi fosse un balsamo che riesce non a cancellare, forse, ma a lenire di molto le memorie del periodo dell’infanzia intrise di uniformi, carri armati, bombe, morti e angustie d’ogni sorta. Un luogo speciale anche per Emma, insomma, come lo è per chiunque riesca a non farsi troppo abbacinare dalla pur affascinante e opulente esclusività di St. Moritz e rimanga in dialogo con il potente e nobile Genius Loci engadinese, la cui “dimora” effettiva certo ha ben poco a che fare con le ville faraoniche, gli hotel a più stelle, le funivie, le piste da sci, le boutiques e tutte le altre cose che fanno della cittadina grigionese una meta così celebre – e altrettanto celebrata.

Insomma: pur ammettendo che la storia narrata in È sempre lunga la strada per St. Moritz non sia come genere letterario nelle mie corde abituali, e appaia mirata soprattutto ad un pubblico femminile (ma chissà, forse è solo una mia impressione parziale e fallace), dunque a prescindere da tali appunti personali, il libro di Maria Luisa Delbono è piacevole, ben scritto, coinvolgente e a suo modo particolare, così riccamente intessuto di visioni italiane e suggestioni elvetico-grigionesi che nel paesaggio sublime dell’Engadina e nel suo ambiente umano trovano una gradevole tanto quanto naturale dimensione d’incontro.