Invasione? Piuttosto “evacuazione”!

Cose interessanti e parecchio significative

Mentre buona parte del paese perde tempo, da anni, dietro l’inesistente “invasione” degli immigrati (la quale, ribadisco ancora una volta, “emergenza” viene fatta diventare dacché non risolta, anzi, aggravata da tutti i governi succedutisi negli ultimi anni, con modi ed esiti sempre peggiori e più deleteri), se di vera “emergenza” si deve parlare, ovvero d’una questione assolutamente grave tanto quanto vergognosamente ignorata e nascosta dai suddetti reggenti politico-istituzionali nazionali, lo si dovrebbe fare a riguardo delle centinaia di migliaia di italiani che dal paese se ne stanno andando, cercando una vita e un futuro migliori in una più evoluta e civile società straniera (qui trovate un po’ di numeri al riguardo, dai quali comprendere bene quale sia la vera “invasione” in atto. O la vera evacuazione, mi verrebbe da dire).
Non solo: l’infografica di seguito riprodotta, che prendo dalla pagina facebook della prestigiosa Rivista Il Mulino, mostra le regioni italiane da cui si sono verificate le maggiori partenze verso l’estero nel 2017. In testa, al di là della “prevedibile” Sicilia, tre delle regioni più “ricche” d’Italia: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. La parte migliore del paese, quella col PIL più elevato (se si escludono le regioni a statuto speciale del Nord), quella che riteniamo più in grado di offrire opportunità, risorse, servizi, convenienze.

Ecco.

Cose interessanti e significative, appunto, su realtà delle quali crediamo di sapere e capire tutto quando invece sappiamo poco e, probabilmente, capiamo ancora meno. Già.

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste, che siano di tipo politico, sindacalista, cooperativista, nazionalista, sovietista o altro, sarà sempre lo stesso: favorire la paura e l’odio dei mediocri verso qualsiasi valore individuale, stimolare il fanatismo verso ogni spirito libero. Così facendo, si sgretolano le risorse essenziali per qualsiasi evoluzione umana.

(Henry-Léon Follin, Parole di un vedente (Paroles d’un Voyant), 1934.)

Ennesime parole, quelle di Follin – giornalista francese, pensatore individualista, esperto di economia politica e sociale e autore di numerosi saggi al riguardo – che a quasi un secolo di distanza dalla loro formulazione risultano non solo del tutto valide, ma pure necessarie. A quei tempi molti regimi totalitari di opposte basi ideologiche e identiche realtà pratiche minacciavano in modo evidente le libertà individuali, oggi simili minacce permangono per forza di governi dichiaratamente “democratici”, dimostrando che il “potere”, in qualsiasi forma si manifesti, mai potrà andare d’accordo con la vera libertà. Se ne dirà difensore e alleato, la lusingherà con le parole più belle e apparentemente nobili, ne chiederà il supporto per i propri fini promettendo adeguate contropartite ma, prima o poi, finirà inesorabilmente – ovvero a causa della propria ineluttabile antitetica natura – per attaccarla e soffocarla.

Come la democrazia può mutare rapidamente in totalitarismo

Se la democrazia, anche la più compiuta e apparentemente solida, si priva della cultura – o ne viene forzatamente privata – in tempi molto rapidi si trasformerà inevitabilmente in una dittatura. Dacché la prima si alimenta innanzi tutto di cultura, prima che di politica, di economia o di altro, la seconda si alimenta di ignoranza, trovando la sua primaria ragion d’essere e di sussistenza proprio nella negazione più assoluta della cultura. Quindi, se in un paese dichiaratamente democratico la cura nei confronti della cultura – in ogni sua forma – viene meno, la strada verso il totalitarismo e l’oppressione è ampia e spianata. Ancor più se la società civile non se ne rende conto – d’altro canto una conseguenza ineluttabile, questa – della suddetta mancanza di cura verso la cultura. Conseguenza strategicamente voluta: è bene tenerlo presente, finché ci si riesce.