Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)
Questa notevole “mappa”, pubblicata in origine qui, illustra il continente europeo in base alle opere d’arte tra le più iconiche – ovvero considerabilmente tali – e celebri per ciascun paese. Oltre a rappresentare un divertente gioco per il quale indovinare i vari capolavori raffigurati, riesce in effetti a illustrare in modo tanto immediato quanto significativo (seppur ovviamente diacronico) anche i vari caratteri nazionali europei, che l’arte come forse nessun altra cosa umana ha saputo mettere in evidenza e a suo modo identificare nel tempo.
Qui potete saperne di più sulla mappa e su alcune delle opere d’arte che la compongono.
A Sondrio, presso Palazzo Sassi de’ Lavizzari, sede del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte, è in corso una bella mostra che indaga il tema della raffigurazione del paesaggio (della Valtellina, peraltro territorio emblematico un po’ per tutta la regione alpina) che vi consiglio caldamente. Accordi di paesaggio. Un viaggio in Valtellina attraverso le opere della Sezione Novecento del MVSA, che resterà aperta fino al 20 marzo, è una mostra che, come si può leggere nella presentazione, rappresenta «un viaggio attraverso una selezione di circa quaranta dipinti dal dopoguerra agli anni sessanta, caratterizzati da uno stile figurativo aderente alla realtà, memore altresì delle sperimentazioni astratte e informali di quegli anni, includendo inoltre quattro tavole degli anni Venti a mo’ di premessa tardo-impressionista e divisionista e due lavori degli anni ottanta quali incipit al figurativo sensibile alla cultura post moderna. Le opere rappresentano e interpretano il paesaggio attraverso una scansione tematica del territorio, dal fondo valle con le sue ampie vedute e i suoi corsi d’acqua alle cime maestose, meta di ascensioni alpinistiche, attraversando i versanti verdeggianti e il paesaggio costruito, esso stesso puntellato da architetture religiose, civili e rurali, memoria della presenza e del lavoro dell’uomo. Paesaggio è relazione (visiva) tra noi e il mondo, è raffigurazione e svelamento di luoghi che descriviamo, documentiamo, indaghiamo, trasformiamo, ammiriamo, contempliamo, imprescindibile dal nostro abitare e attraversare la terra. Le opere sono documenti e tracce identitarie del territorio, ma anche testimonianze del desiderio dell’uomo vivere in luoghi belli, caratterizzati dalla coesistenza armonica di elementi naturali e manufatti architettonici e infrastrutturali.»
Una mostra assolutamente interessante (qui sopra vedete una minima anteprima delle opere esposte), come lo è sempre l’arte quando sa fissare con le sue modalità espressive e con inimitabile forza la raffigurazione della realtà, andando oltre il visibile materiale per far viaggiare la mente verso ogni altro contesto immateriale – e il paesaggio è un ambito perfetto, per consentire un tale prezioso e illuminante viaggio. Da vedere, ribadisco; io conto di farlo presto.
Per saperne di più sulla mostra e su come visitarla, cliccate sull’immagine della locandina in testa al post.
[Il Breithorn e la valle di Lauterbrunnen visti da sopra Wengen, Svizzera.]Siamo ormai in inverno e di “artisti della neve”, se posso definire così quelli che hanno saputo ritratte soggetti e paesaggi invernali innevati con particolare suggestione, ce ne sono molti e alcuni risultano celeberrimi, inutile dirlo. Tra quelli forse meno noti (anche perché non faceva l’artista di mestiere) ma di grande fascino vi è il pittore francese Charles-Henri Contencin, tra i più capaci nel rendere per così dire “palpabile” l’atmosfera invernale dei paesaggi ritratti, tanto classici nello stile quanto intensi nell’impressione cromatica, nella raffigurazione dei giochi di luce e dei contrasti tra il biancore nevoso e gli altri elementi naturali o antropici, come si può ben vedere dalla minima ma significativa selezione di immagini che vi propongo qui. Ciò non a caso, dato che Contencin passò l’infanzia dai nonni nell’Oberland Bernese e fu poi un buon alpinista, socio di lungo corso del Club Alpino Francese, dunque la montagna in primis la conobbe e la visse concretamente, per poi poterla raffigurare così vividamente nelle sue opere: non dei capolavori rivoluzionari, senza dubbio – Contencin fu soprattutto un mirabile paesaggista classico che d’altro canto di professione faceva il responsabile delle strutture di ingegneria della SNCF, le ferrovie francesi – ma un artista che certamente, se bisogna pensare all’inverno e alla neve in arte, figura tra i primi nomi citabili, ecco.
[La Route de Saint-Gervais a Megève, Francia.][Tignes Les Boisses, Francia.][L’Aiguille de Varan vista dalla Valle del Montjoie, Savoia, Francia.][La Wengernalp in inverno guardando verso la Jungfrau, Oberland Bernese, Svizzera.]P.S.: le immagini delle opere qui pubblicate sono tratte dal sito web dellaJohn Mitchell Fine Paintings, galleria d’arte di Londra specializzata nella pittura “alpina” e di paesaggio, sulle quali pubblica annualmente anche dei bellissimi cataloghi di opere.
P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.
[Alessandro Busci, Cervino, polittico, smalto su acciaio corten, 80×80 cm, 2018.)Se il paesaggio, dal punto di vista concettuale, è il prodotto culturale dell’intelletto umano, dal punto di vista materiale e dell’immaginario relativo è per gran parte conseguenza della raffigurazione pittorica che, dal Quattrocento in poi, ha cominciato a farne il soggetto più o meno peculiare di innumerevoli opere d’arte. Ciò significa che la valenza estetica – quella principale, nel bene e nel male, per la considerazione diffusa del paesaggio – che noi elaboriamo, quando osserviamo un luogo, un territorio, un panorama ricavandone il relativo paesaggio, è stata formata, forse pure normata nonché determinata nel corso dei secoli da come gli artisti la concepirono nel dipingere le loro opere paesaggistiche. In breve si può dunque dire che il “bel paesaggio” di oggi è lo stesso di quegli artisti rinascimentali, poi romantici (i quali hanno “creato” il paesaggio montano, nello specifico), poi moderni eccetera, cioè si basa da allora sullo stesso – o comunque su un ben similare – metro estetico e, ad esempio, le immagini delle brochure promozionali contemporanee delle località turistiche lavorano sugli stessi stilemi raffigurativi e immaginifici elaborati decenni se non secoli fa. Naturalmente il paesaggio è anche molto altro ma, ripeto, è tutt’oggi in primis un elemento “naturale” e palesemente elementare di bellezza, e in questo senso viene percepito e recepito dai più.
Posto ciò, per tutti coloro che amano e studiano la pittura di montagna la Fondazione Lucia De Conz, sita nel cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, propone un (assai interessante, n.d.L.) laboratorio guidato da Francesco Santosuosso, maestro riconosciuto della pittura di paesaggio e artista ben rappresentato nelle migliori gallerie di arte contemporanea.
L’obiettivo del corso consiste nella realizzazione di due opere su tela in formato 50×70 cm, sul tema del paesaggio di montagna, con la tecnica della pittura ad olio e acrilico. Il corso è personalizzato e impostato sulle capacità di partenza dei singoli allievi. Le lezioni, pratiche e teoriche, si svilupperanno sia in laboratorio che all’aperto, tramite osservazioni dal vero durante escursioni e passeggiate.
Santosuosso, docente di illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design da oltre un ventennio, seguirà personalmente e quotidianamente ogni partecipante per garantire a ciascuno un reale progresso tecnico e artistico.
Il termine per le iscrizioni è il 10 luglio 2021.
Gli splendidi panorami alpini delle Dolomiti Bellunesi saranno la diretta fonte di ispirazione degli artisti, mentre l’ospitalità della Fondazione permetterà un’esperienza didattica densa e completamente immersiva. Gli ospiti soggiorneranno, in pensione completa, negli ambienti raffinati di Villa Lucia, un tempo dimora privata della famiglia De Conz. La Villa, immersa nel verde della natura più rigogliosa, è il luogo ideale dove raggiungere l’illuminazione artistica.
Per qualsiasi informazione al riguardo, visitate il sito web della Fondazione Lucia De Conz, qui.
Avrete certamente letto della vendita all’asta – da Sotheby’s a New York – di uno dei dipinti di Claude Monet della famosa serie Les Meules (“I covoni” o “I mucchi di fieno”), aggiudicata per la cifra record (per l’artista francese) di 110.747.000 dollari.
Posto che non ci vedo nulla di scandaloso (come invece qualcuno trova sempre, in tali casi) nello spendere una tale cifra di denaro per un’opera d’arte – anzi, l’arte è forse rimasta (o lo è da sempre?) l’unica cosa non vitale che giustifichi certe transazioni di denaro, a prescindere dalle varie questioni legato al mercato dell’arte e alla sua “etica” di fondo (dunque anche delle speculazioni di varia natura), mi viene da riflettere sul “senso superiore”, se così lo posso definire, che può stare alla base di una tale azione finanziaria. Voglio dire: cosa compra chi spende una cifra del genere per un’opera d’arte, oltre – materialmente – all’opera stessa? Compra il prestigio che essa si porta dietro? Compra la sua bellezza, dunque la sua valenza estetica? Forse invece compra la possibilità esclusiva di godere di tale bellezza, dunque la valenza estatica? Ovvero in realtà non compra affatto l’opera, se non commercialmente, ma rivendica il diritto di poter comprare un bene di tale valore e “potere” – artistico, culturale finanziario, come una sorta di demone che compri l’anima a un mortale per come l’arte sia l’anima del nostro mondo e della civiltà umana? Insomma: quanto tale operazione, oltre che finanziaria, è artistico-estetica, e quanto è sociologico-antropologica?
Ribadisco: sono mere riflessioni, con domande relative, di un altrettanto mero appassionato di arte quale sono (ben conscio di come fondamentale, per innumerevoli aspetti, sia da sempre l’arte per la nostra civiltà), senza alcuna accezione critica e volontà di giudizio.