Cosa compra chi compra arte (e spende milioni)?

Avrete certamente letto della vendita all’asta – da Sotheby’s a New York – di uno dei dipinti di Claude Monet della famosa serie Les Meules (“I covoni” o “I mucchi di fieno”), aggiudicata per la cifra record (per l’artista francese) di 110.747.000 dollari.

Posto che non ci vedo nulla di scandaloso (come invece qualcuno trova sempre, in tali casi) nello spendere una tale cifra di denaro per un’opera d’arte – anzi, l’arte è forse rimasta (o lo è da sempre?) l’unica cosa non vitale che giustifichi certe transazioni di denaro, a prescindere dalle varie questioni legato al mercato dell’arte e alla sua “etica” di fondo (dunque anche delle speculazioni di varia natura), mi viene da riflettere sul “senso superiore”, se così lo posso definire, che può stare alla base di una tale azione finanziaria. Voglio dire: cosa compra chi spende una cifra del genere per un’opera d’arte, oltre – materialmente – all’opera stessa? Compra il prestigio che essa si porta dietro? Compra la sua bellezza, dunque la sua valenza estetica? Forse invece compra la possibilità esclusiva di godere di tale bellezza, dunque la valenza estatica? Ovvero in realtà non compra affatto l’opera, se non commercialmente, ma rivendica il diritto di poter comprare un bene di tale valore e “potere” – artistico, culturale finanziario, come una sorta di demone che compri l’anima a un mortale per come l’arte sia l’anima del nostro mondo e della civiltà umana? Insomma: quanto tale operazione, oltre che finanziaria, è artistico-estetica, e quanto è sociologico-antropologica?

Ribadisco: sono mere riflessioni, con domande relative, di un altrettanto mero appassionato di arte quale sono (ben conscio di come fondamentale, per innumerevoli aspetti, sia da sempre l’arte per la nostra civiltà), senza alcuna accezione critica e volontà di giudizio.

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5 pensieri su “Cosa compra chi compra arte (e spende milioni)?”

    1. Buongiorno Paola! Sì, può ben essere. Ma se, a parità di bellezza e di qualità artistica, l’opera non fosse un Monet ma un Luca Rota, ovvero il lavoro di un perfetto sconosciuto? La bellezza e il godimento di essa dovrebbero comunque esserci, no, se l’opera li sa generare.
      Ma so bene che questo tema in arte lo si dibatte da secoli, e forse è proprio su questo che l’arte fonda tanta parte del suo interesse pubblico – per fortuna, peraltro.

      1. Bisognerebbe che Luca Rota dipingesse qualcosa emozionante come sapeva fare Monet. Se sì, fortunato quello che lo ha acquistato, magari a poco prezzo

  1. Senza dubbio, anche se poi sai bene che l’arte contemporanea, da Duchamp in poi, ha messo in discussione il concetto stesso di “emozionante” in arte. Giustamente, a mio parere.
    (Va bene lo stesso se al posto di un quadro preparo una pizza? Che a far questa sono bravino, a fare quadri un po’ meno… 😀 🙂 )

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