Dischi volanti

(Ribadisco: è da tempo che vorrei scrivere un’opera umoristica “assoluta”, talmente comica da risultare pericolosa perché potrebbe far morire dal ridere chiunque la legga. Non so se ce la farò, anzi, in effetti spero di no, prima che mi accusino di strage! Però ci sto provando, la sto scrivendo: non sarà “assoluta” ma lì sto mirando, per quanto ne posso essere capace. Di seguito ne trovate un frammento – ne trovate anche altri, nel blog: cercateli qui. Buona lettura!)

Ho finito di cenare, decido di scendere in cortile con Sandro per farlo zampettare un po’. È quasi l’imbrunire, ma il cielo è ancora sufficientemente chiaro per vederci abbastanza bene.
D’un tratto, una piccola sagoma nel cielo attrae la mia attenzione, sopra il profilo dei palazzi d’intorno. Sembrerebbe un aereo, solo che di aerei in quel tratto di cielo non ne ho mai visti passare, e a quest’ora.
La sagoma si muove, ondeggia un poco, pare si stia avvicinando e diventa via via più nitida, al punto che quel pensiero inizialmente un po’ assurdo balzatomi in mente diventa a sua volta sempre più sostenibile.
«Porca putt… un UFO!»
Lascio il guinzaglio di Sandro, tanto è qui sul prato tranquillo, prendo subito il telefonino. Giro un video, sono eccitatissimo… sto riprendendo un’astronave aliena!
Traguardo l’oggetto attraverso il display, si fa sempre più grande e ora la sagoma da tipico “disco volante” è evidentissima… sembra girare su se stesso e fluttuare leggero nell’aria, emanando piccoli brillii… non so quanto sia distante, o quanto si stia avvicinando, attraverso il telefonino le distanze diventano difficilmente percepibili e poi sto cercando di zoomare l’immagine per avere una prova ancora più indubitabile… ma ora dev’essere veramente vicino, mi impegno a mantenerlo al centro del display, sembra passare sopra il palazzo qui di fronte… accidenti che emozione! Regolo ancora lo zoom, spero che le immagini non escano sfocate… si sta abbassando, sì, è ancora più vicino, vicinissimo…
…E poi all’improvviso entra nell’immagine Sandro, che con un balzo nemmeno tanto atletico prende il disco in bocca e trotterellando placidamente me lo riporta.

Ah.
Ma è il mio frisbee da competizione! Quello che avevo lanciato l’altro ieri ai giardini pubblici con un po’ troppa foga… l’avevo visto volare via oltre la recinzione dei giardini, così pensavo di averlo perso.
Ehm…
Be’, porca miseria! Un’efficienza di volo notevolissima, non c’è che dire.
Già.
Dai, Sandro, torniamo su. Niente invasione aliena, stasera. E la prossima volta ai giardini pubblici giochiamo solo con la palla, ok?

Armonie urbane

Le città, in fondo ancora più che gli spazi naturali, devono basarsi sull’armonia – e non solo urbanisticamente o architettonicamente.
Se il paesaggio in Natura è il frutto della percezione culturale di un territorio già formato e semmai solo modificato dall’uomo, il paesaggio in città deve rappresentare la percezione – comunque culturale – del territorio che l’uomo può e deve formare, e che la Natura può solo ingentilire.
Quando ciò accade, le città possono essere luoghi autenticamente vitali. Altrimenti la sciatteria e il caos urbani sono dietro l’angolo di ogni loro edificio.

Gente dallo stile climaticamente confuso

Ecco, lo sapevo.
In tre giorni (di maggio, si noti bene) siamo passati dalla fine di febbraio alla metà di luglio, dalle nevicate a bassa quota al caldo subtropicale, sicché la gente – già confusa di suo per mille motivi – sta andando ancora più in confusione e non di rado mi capita di vedere uno accanto all’altro, ad esempio sul marciapiede ad attendere che un semaforo pedonale diventi verde o alla fermata dei bus, tizi agghindati come se stessero per raggiungere il Polo Sud e altri che sembrano appena tornati dalla spiaggia di Ibiza.
Eppoi dicono che il cambiamento climatico non è un problema: lo è eccome, invece, e pure per quanto riguarda lo “stile” (il look, direbbero quelli “avanti”) della gente comune. Il quale, peraltro, è già confuso di suo: sia chiaro, ognuno è libero di vestirsi come vuole ma, in tali circostanze, l’abito fa il monaco, altroché!

Ma un coniglio di acciaio da 91 milioni di $ non “vale” Cicciolina!

E dopo il record dei Covoni di Monet, ecco i 91,1 milioni di dollari battuti da Christie’s per il Rabbit di Jeff Koons, altro record assoluto sul mercato dell’arte, questa volta per un artista vivente.

Le riflessioni che vi proponevo nel post sul Monet per molti versi qui valgono ancora di più. Koons è un grande “artista”, senza alcun dubbio: bisogna solo stabilire se lo sia più rispetto all’arte in quanto tale o più rispetto al marketing – osservazione valida per alcuni altri “artisti” contemporanei, e lo denoto senza alcun sarcasmo. Il Rabbit venduto da Christie’s è un’opera molto “koonsiana”, nel bene e nel male, ma è pure un lavoro del 1986, per certi aspetti già quasi “storicizzato” e il cui senso (se un senso si ammette che l’abbia) probabilmente trova spessore proprio in questa sua matrice mediatica post-contemporanea più che nel valore artistico in sé (dunque nessun paragone possibile con Monet, per nulla).

Fatto sta che, se posso dire la mia, la più grande “opera d’arte” di Jeff Koons resta il suo matrimonio con Cicciolina. E credo sia un’opera ormai inarrivabile, per il furbissimo Koons – il quale d’altro canto già da tempo vive di rendita, ora anche di più. E si vede.