L’è andà così (Mario Rigoni Stern dixit)

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern, che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

Il turpiloquio come (insostituibile) programma elettorale (Ennio Flaiano dixit)

Gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Nelle polemiche si tirano in ballo le famiglie e i parenti. Le ingiurie più sanguinose sono entrare nel dizionario giornalistico: servono per indicare gli avversari, chiunque siano. […] Ecco spiegato perché un tale perde aderenti il giorno che comincia ad esprimersi con una certa correttezza: la sua politica, senza turpiloquio, è capace di farla chiunque.

(Ennio Flaiano, Taccuino 1948 in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.133.)

Millenovecentoquarantotto. Sì, sono passati 70 anni da quando Flaiano scrisse queste osservazioni.
È cambiato qualcosa al riguardo da allora, secondo voi? E se sì, in meglio o in peggio?

(Come dite? Che sarebbe una “domanda retorica”, questa? Beh, certo che lo è. Inesorabilmente, lo è.)

Rimandare a domani è la “vera morte” (Viktor Šklovskij dixit)

L’arte si occupa sempre soltanto della vita. Cosa facciamo nell’arte? Resuscitiamo la vita. L’uomo è così occupato dalla vita che si dimentica di viverla. Dice sempre Domani, domani. E questa è la vera morte.

(Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Editori Riuniti, 1979. Citato da Paolo Nori, qui.)

La “vera morte” di Šklovskij è, detta altrimenti, uno dei più netti e inflessibili atti d’accusa all’uomo contemporaneo, incapace di costruire (o costruirsi) un buon futuro nel mentre che è altrettanto incapace di conservare una buona memoria del passato. In tal modo, come già scrivevo qui poco più di un anno fa, restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica. Ovvero, “šklovskijanamente”, una vera e propria “morte” culturale, sociale e antropologica. È l’era dell’Homo Achronicus – ma se vi viene difficile dite pure “zombi”, dacché la differenza non è poi molta.

Giorgio Agamben, “Che cos’è il contemporaneo?”

Che cos’è il contemporaneo? Chi è “contemporaneo”, e in che modo ci si può definire tali?
Ci sono domande che all’apparenza risultano scontate, ovvie, dunque inutili ovvero immeritevoli di troppa meditazione. Alla domanda “che cos’è il contemporaneo?” verrebbe facile rispondere “ciò che è qui e ora”, e di conseguenza “contemporaneo” sarebbe colui che vive il/nel “presente”. E se invece non fosse così scontata, la questione? Di più: se non fosse un tema così “ovvio”, se invece la sua comprensione risultasse fondamentale per capire al meglio il mondo che abbiamo intorno, le sue realtà e le conseguenti verità?
Queste mie, sì, sono domande retoriche. Il tema è in verità assolutamente fondamentale e nel senso letterale del termine, dacché nel “contemporaneo”, ovvero in un buon concetto o definizione sostanziale di esso, si fonda la generazione del tempo da noi vissuto, nel quale “facciamo cose” che segnano il tempo stesso che rapidamente diviene poi storia. E a fornire illuminanti risposte alle suddette domande s’impegna Giorgio Agamben, uno dei più brillanti filosofi contemporanei, in Che cos’è il contemporaneo? (Nottetempo, 2008), volumetto della collana “I Sassi” il cui testo riprende quello della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia.
Agamben basa sostanzialmente la propria riflessione al riguardo su due “definizioni” emblematiche. La prima – paradossalmente, ma forse non così tanto – ha quasi 150 anni e viene da Friedrich Nietzsche, il quale nel 1874 scrisse che []

(Leggete la recensione completa di Che cos’è il contemporaneo? cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Se la gente si mettesse veramente a pensare…

A volte mi viene da pensare alla (e parafrasare la) nota affermazione di Voltaire sulla chiesa, e da dire: se un giorno la gente si mettesse veramente a pensare, il mondo finirebbe domani mattina. Ovvero, se comprendesse realmente le tante, troppe cose che non vanno, a questo mondo, i tanti danni che l’umanità gli ha causato (e ha causato a sé stessa), i quali chissà se possano essere bilanciati e in qualche modo “risarciti” dalle cose belle del mondo e da quelle buone degli uomini!

Forse, paradossalmente, è bene che noi si resti in balìa delle nostre “ignoranze”: inevitabili, consapevoli e indotte. In fondo, sapere di non sapere (per dirla socraticamente) è da un lato certezza di avere sempre qualcosa da imparare e dunque costante motivo di ricerca di conoscenza e verità, dall’altro è cognizione che non conoscere tutta la realtà delle cose, a volte, ci salva la mente, il cuore e l’animo da altrimenti inevitabili esacerbazioni e ci consente di continuare a cercarla, la verità, coltivando la speranza costante di trovare cose buone e giuste. Che ci sono a questo mondo, certamente – almeno finché qualcuno non le svanisca.