Ringrazio molto “MountainBlog Italia” per aver ripreso – insieme a molti altri – la notizia dell’evento con Davide Sapienza e con il sottoscritto al Museo di Storia Naturale di Milano, nell’ambito di Book City 2019 (cliccate qui per conoscerne i dettagli). E li ringrazio anche per la risata che, loro malgrado, mi hanno suscitato con quel “autore emergente”, una definizione tanto diffusa quanto da sempre per me divertente e incomprensibile… Già: emergente da cosa? E a qual titolo? A quasi 50 anni, poi? E ancora: ma voglio esserlo, “emergente”?
Be’, taglio la testa al toro, come si dice, e aggiro la questione: non posso di certo essere “emergente”, io, visto che non so nuotare!
Comunque domani mi va bene: a Milano, al Museo, non c’è acqua entro la quale rischiare un annegamento, semmai mi auguro di “annegare” insieme a Davide in un pubblico assai folto! Insomma: partecipate numerosi!
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(Cliccate sulle locandine per visualizzarle meglio, poi cliccate sul link contenuto per conoscere tutti i dettagli dei due eventi. E poi segnatevi gli appuntamenti, firmati ALPES per Milano Book City 2019, dunque da non perdere!)
La notte scorsa è comparsa la prima neve, sui monti sopra casa: una leggera polvere bianca, dai 1700 metri in su, a coprire le vette e rinfrescare a modo l’aria mattutina.
È sempre un piccolo evento, la prima nevicata della nuova “brutta stagione”, per qualcuno deprimente in quanto segnala l’imminente ritorno dell’inverno e del freddo (ma chissà quanto, poi, coi cambiamenti climatici in corso), per altri allettante dacché annuncia pure future giornate e vacanze sciistiche, ma comunque suggestivo per come sappia cambiare di colpo il paesaggio con quel tono bianco e apparentemente neutro capace tuttavia di non rendere affatto neutrale ad esso lo sguardo, la mente, l’animo. Pur se la si osserva da lontano, la neve, la mattina magari mentre si va verso il luogo di lavoro e le solite mansioni quotidiane: sa concedere quel quid di inopinata e stimolante diversità alla giornata che – ci scommetto – in chiunque dona anche solo qualche attimo di piacevolezza.
Ricordavo di aver scritto qualcosa, riguardo la prima neve della stagione, e una breve ricerca me l’ha fatto ritrovare: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà. Proprio un po’ come accade con la prima neve dell’anno, sui monti: a volte arriva che è ancora estate, altre volte a gennaio non s’è ancora vista. Ma c’è da augurarsi che arrivi sempre, prima o poi, e il più possibile copiosa, ecco.
Insomma, buona lettura eh!
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La prima neve
Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.
Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.
(Pitagora, citato in Steven Rosen, Il vegetarianesimo e le religioni del mondo, traduzione di Giulia Amici, Gruppo Futura, Bresso, 1995, p. 130.)
Si avvicina l’inverno – nel senso di periodo dell’anno; come condizione climatica è tutto da verificare, ahinoi – ed ecco che puntuali cominciano a comparire nelle email messaggi come quello a cui si riferisce l’immagine in testa al post, ovvero a forme di “turismo” e di fruizione turistica dei territori di montagna che, nella situazione di emergenza climatica che stiamo vivendo, legata a doppio filo all’inquinamento antropico e in costante peggioramento, nonché alla necessità rimarcata da più parti di una rivalorizzazione della più autentica cultura di montagna proprio al fine di salvaguardare meglio l’ambiente naturale e al contempo di eliminare quegli elementi alieni che stanno pesantemente contribuendo al suo degrado, sono veramente come pretendere di entrare nella “classica” cristalleria con il classico elefante.
Ora, posta la personale cognizione di causa che posso esercitare al riguardo, non giungo a dire che tali attività (e quelle assimilabili) così impattanti – in quanto a inquinamento, rumore, degrado della fruizione culturale dei territori e della relazione con essi, banalizzazione della montagna, eccetera – debbano essere totalmente vietate (ma vorrei tanto dirlo, a costo di passare per integralista), tuttavia dico che dovrebbero essere radicalmente limitate, rese giammai frequenti, dedicate soltanto a iniziative di matrice culturale e non alla mera ricreazione nonché sottoposte a rigidi controlli. Perché, ribadisco, continuare a praticarle liberamente o quasi, oggi, rappresenta una vera e propria idiozia che va imputata a chi ha la faccia tosta di continuare a proporle nonché agli amministratori pubblici che le consentono e che non si rendono conto del danno arrecato ai propri territori. Tanto vale disquisire di emergenza climatica e di salvaguardia degli ambienti naturali, altrimenti: sarebbero solo discorsi ipocriti e demenziali.
Quindi, o uno stop assoluto o una rigidissima regolamentazione. Non ci sono altre vie.