Di città, montagne, folletti, troll…

Ho letto di recente un libro che racconta di uomini e creature misteriose della Natura – folletti, troll ed entità affini, in pratica, ne leggerete a breve di questo libro, qui nel blog; è un tema che peraltro di recente ho studiato a fondo per un lavoro editoriale in progress.
Così, mi sono messo a riflettere sul fatto che, negli ultimi tempi, le narrazioni sulla presenza di tali entità resistono solo nel folclore popolare dei territori meno antropizzati e più discosti dai centri abitati umani: certo, da sempre la presenza del Piccolo Popolo è soprattutto legata agli ambienti naturali, ai boschi, alle montagne (non a caso la traduzione letterale del termine gaelico Sidhe, che indica queste creature, è “popolo delle colline” ove con colline sono da intendersi le montagne) ma un tempo essa si manifestava anche nei villaggi, nei paesi e pure nelle città, mentre oggi da questi luoghi urbani sembra totalmente scomparsa.

Invece sono certo che non sia così. Credo che nelle città e nei territori più urbanizzati il Piccolo Popolo ci sia ancora, in relazione stretta col Genius Loci urbano, custode della sua essenza originaria. Solo che, sgomento per l’azione sovente troppo violenta e barbarica degli uomini nei confronti del territorio naturale di quei contesti urbanizzati, da tale situazione sia fuggito, si sia rintanato nei recessi più nascosti, si sia reso ancor più elusivo e inconcepibile di quanto già non fosse. Non “invisibile”, sia chiaro, semmai non percettibile dacché abilissimo nell’approfittare dell’ordinaria disattenzione umana, della trascuratezza degli uomini contemporanei nei confronti della Natura, della loro insensibilità al riguardo. Che se invece non fosse tale, permetterebbe anche agli uomini ipertecnologici odierni di concepire e “vedere” il Piccolo Popolo con lo sguardo lungo e profondo che solo l’animo sensibile sa generare, e magari di dialogare con le sue creature, persino di guadagnarne come un tempo qualche antica e superiore sapienza, assolutamente preziosa anche oggi.

In effetti gli uomini delle città, a sentire che tra le montagne ancora resistono certe narrazioni popolari su folletti e draghi d’ogni sorta, compatiscono quei montanari credendoli pittorescamente retrogradi; d’altro canto i montanari lo sanno bene – e io che vivo in montagna ne sono testimone – che sono gli uomini delle città non più capaci di vedere e credere al Piccolo Popolo ad essersi retrogradati e disconnessi dalla Natura e dal suo ineluttabile ambito vitale. Ma non lo dicono, i montanari ai cittadini, che altrimenti darebbero loro dei “matti”: un po’ come fanno i matti, quelli veri, quando nella loro follia hanno a che fare con le persone normali.

Ieri sera, alla Libreria La Montagna di Torino…

Forse lassù è meglio, ma forse anche laggiù* lo è stato. Ieri sera alla Libreria La Montagna di Torino, sì, quando con Roberto Mantovani abbiamo presentato il suo ultimo libro, Forse lassù è meglio, e chiacchierato di cose di montagna in una bellissima libreria che contiene una montagna di libri di montagna, nel centro d’una città che dalle montagne è praticamente abbracciata e vi si lega a doppio filo. È stata un’altra serata intensa, con un folto pubblico di appassionati nel quale non mancavano presenze assai prestigiose, raccontando di montagne, di montanari, di vite in altura, di realtà a volte belle altre meno ma sempre assai emblematiche, di storie, certezze, speranze, ambizioni, illusioni, sogni, utopie, cercando – come ha mirabilmente fatto Mantovani nel libro – di usare le stesse parole che la montagna userebbe, se potesse parlare.

Per chi non ha potuto essere presente, o per chi c’era ma vuole riascoltare la chiacchierata, lì sopra avete a disposizione la videoregistrazione completa. Per saperne di più su Forse lassù è meglio, invece, date un occhio qui.

*: posso ben dire “laggiù”, io, dato che vivo ad una latitudine maggiore!

Roberto Mantovani, “Forse lassù è meglio. Viaggio nel cuore della montagna”

Me lo ricordo bene come, fino a mica troppo tempo fa, ci si ritrovava tra amici più o meno professionalmente interessati agli ambiti letterari ed editoriali e, nel disquisire di “libri di montagna”, si finiva per constatare come, di tali libri, ce ne fossero in giro un sacco ma quasi tutti nelle forme dei recit d’ascension o delle biografie (sovente auto-) di alpinisti: tutti belli, tutti interessanti e affascinanti, tutti uguali. E nessuno che, a ben vedere, parlasse realmente di montagne, se non in rari casi. Poi, negli ultimi anni, è successo ciò che nessuno credeva possibile, ovvero che la montagna è (quasi) diventata di moda, nelle narrazioni letterarie: complici certi nuovi costumi diffusi più attenti (almeno a parole) alla Natura e all’ambiente, sicuramente pure una maggior attenzione culturale ai temi relativi, e complice qualche titolo divenuto best seller, oggi di libri di montagna ce ne sono in circolazione veramente parecchi. Non so dire se si possa a ragion veduta parlare di “genere” letterario – come i gialli o i romanzi rosa, per dire – ma di sicuro è un periodo fortunato per la montagna, tra le pagine edite, come probabilmente non lo è mai stato.

Da buon (e interessato) appassionato di lettura e letteratura, mi viene tuttavia da fare un passo ulteriore, nelle considerazioni sopra esposte, e chiedermi: ma in tutte queste pubblicazioni, come viene raccontata, la montagna? Voglio dire: alla “nuova” (o presumibilmente tale) corrente letteraria suddetta corrisponde anche un nuovo modo di narrare i monti e le loro genti? Oppure il fatto che oggi si vendano tanti libri di montagna dipende proprio dal fatto che molti degli stessi non fanno altro che poggiare le proprie narrazioni sui consueti stereotipi i quali, per carità, vanno benissimo e nulla hanno di male ma, alla fine della fiera, reiterano inesorabilmente un immaginario collettivo montano che è lo stesso di quando le montagne non se le filava nessuno ovvero di quando sono state trasformate in periferie d’altura più o meno degradate delle città, solo meglio rifinito e raccontato?

Approcciandomi alla lettura di Forse lassù è meglio, l’ultimo libro di Roberto Mantovani (Fusta Editore, 2018), sapevo benissimo di incontrare – nelle pagine del volume – uno dei massimi esperti italiani di cultura di montagna – e intendo il termine “cultura” nel senso più ampio possibile – dunque la personale curiosità verso il libro non veniva alimentata solo dal leggerne il contenuto ma pure dal capire e constatare se in esso vi fosse qualche buona indicazione rispetto alle riflessioni che ho poco sopra esposto []

(Leggete la recensione completa di Forse lassù è meglio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’Uomo Selvatico, o l’umanità selvaggia

In questo periodo, in mezzo a un tot indefinito (!) di altri lavori, sto compiendo una ricerca sui miti alpini, la cui personale elaborazione confluirà (se tutto va per il verso giusto) in un’innovativa opera editoriale dedicata alle Alpi. Tra la documentazione vagliata vi è un vecchio testo di Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni (Editore Cappelli, 1969), nel quale ho trovato una leggenda relativa agli Uomini Selvatici (forse il più diffuso archetipo mitologico delle Alpi) dei monti del cantone Grigioni. Una storia che, in tutta la sua semplice e genuina suggestione, mi viene da interpretare come una metafora invero assai potente (oggi ancor di più, nel bel mezzo di inquietanti cambiamenti climatici) del rapporto tra l’uomo e la Natura, ovvero dell’armonia necessaria alla costruzione di una connessione tra la presenza umana e i territori naturali (da sempre il mito dell’Uomo Selvatico è rappresentazione delle forze della Natura e simbologia dei luoghi che l’uomo non ha antropizzato ma coi quali deve in qualche modo rapportarsi per la propria sussistenza: esempio classico i boschi) che sia la più virtuosa possibile o, dall’altra parte, la meno aberrante. Nella storia sembra essere inizialmente rappresentata l’armonia primigenia tra gli uomini e la Natura (nonostante certa “durezza” di essa), poi la rottura di questo legame a causa della prepotenza dell’uomo e della perdita della facoltà di comprendere l’importanza della cura di quel legame, quindi i danni e le calamità scaturenti da tutto ciò; infine, quasi a far da “morale” alla storia, l’evidenza della necessità di un approccio ben più sensibile e cosciente nei confronti della Natura e delle sue forze, al fine di ripristinare e riequilibrare l’iniziale e comunque imprescindibile armonia.
In fondo gli uomini, pure “ipertecnologici” che possano essere – come quelli contemporanei – nulla ancora possono (e potranno, nemmeno in futuro) contro le forze naturali: un’evidenza che, appunto, sta diventando via via sempre più palese, con il cambiamento del clima in corso e l’estremizzazione di certi fenomeni meteorologici e climatici.
Per la cronaca, la località di Stossavia citata nella storia è molto probabilmente Safien, villaggio della Surselva grigionese.
Buona lettura e, mi auguro, pure buone riflessioni!

Raffigurazione di un Uomo Selvatico nella chiesa di Ambierle, in Francia.

Un Uomo Selvatico sostava davanti ad una capanna di Camana, il vasto alpeggio di Stossavia, sopra i gorghi della Rabiusa. In cucina una donna faceva il formaggio. Vedendolo lo invitò: – Entra a ristorarti: ti darò da bere e da mangiare.
L’ometto rispose: – Non lo posso fare, perché se mi pongo sotto il tetto, comincia a piovere.
– Anche questa debbo sentire – sbottò la donna. – Non si è mai visto sereno più limpido. Dove la trovi una nube?
L’intera famiglia sui prati segava l’erba, la stendeva al sole ad essiccare, la rivoltava con le forche.
– Ti dico che se entro si mette a piovere.
Non essere scortese, entra!
La donna insisteva, l’Uomo Selvatico si rifiutava, fin che quella, spazientita, lo insolentì, lamentandosi perché offendeva l’ospitalità offerta.
– Se proprio lo vuoi – disse l’Uomo Selvatico, ma appena entrato sotto il tetto, grosse nubi salirono da ogni parte dietro i monti, sommersero l’azzurro fin che non ne rimase una sola chiazza, e piovve a secchi.
– Tu ci guasti il fieno! – cominciò ad inveire la donna. – Ci ricambi il bene col male.
Siccome l’Uomo Selvatico non parlava, quella si eccitava sempre più, e passando alle vie di fatto prese il manico di una falce e lo cacciò di casa.
L’ometto peloso corse un po’, si sedette su di un masso non lungi dalla capanna, lanciò una minaccia: – Aspetta: ora te ne pentirai. – E scomparve.
Immediatamente la pioggia cessò, il vento spazzò le nubi, il sole tornò a splendere cocente, tanto cocente, che una soffocante calura avvolse l’Alpe Camana. Pareva salisse dalla terra, il caldo, e piovesse dal cielo. In breve l’erba fu asciutta, e cominciò a rinsecchire.
Gli uomini rincasati commentavano la stranezza del tempo, e la donna raccontò la storia dell’Uomo Selvatico, invitato in casa e mandato via malamente.
I giorni passavano, la siccità perdurò. Ogni erba seccò, la terra sollevò polvere. Le mandrie non trovando da sfamarsi, strappavano le radici, muggendo da far pietà. Ogni fonte inaridì.
Scongiuri e minacce degli alpigiani arrabbiati e preoccupati caddero sulla povera donna: la si cacciò di casa, dovette cercare albergo nelle tane fra le gole e sarebbe morta di fame, se una figlia non le avesse pietosamente portato qualche cosa.
Perdurando il sereno, si nutrirono le mucche con il fieno, ma presto anche i fienili furono vuoti, e le povere bestie stecchite cominciarono a morire. Di pioggia, neanche a parlarne.
I pastori proibirono di portare il cibo alla donna nel rifugio di sasso: era causa del male e doveva perire, come le mandrie un tempo fiorenti.
La figlia rattristata uscì di casa, sedette sullo stesso masso dal quale l’Uomo Selvatico aveva scagliato la maledizione, sentì un groppo stringerle sempre più la gola, scoppiò in un pianto dirotto.
Tre lacrime caddero sul secco terreno, e l’Uomo Selvatico apparve.
– Guarda – le disse – piove.
Il cielo si era improvvisamente coperto, ed una pioggia calma, fresca, ristoratrice scendeva blanda sulle zolle inaridite. Pioveva a fili diritti, come nelle notti d’autunno, ed in breve l’erba tornò a spuntare, un verde intenso ricoperse i pascoli ed il bestiame fu salvo. Si andò allora a trarre dalla tana di roccia la donna causa di tanto male, e la si lasciò in pace.

Senza immaginazione non esiste alcun futuro (Davide Sapienza dixit)

Pensare a un futuro implica l’esistenza di un tempo, quell’entità invisibile che regola le nostre esistenze e che nel corso dei secoli è drammaticamente cambiato nella nostra percezione, perché il tempo è inserito in uno spa­zio che è la sua unica realtà e dunque, mutati gli spazi dell’esistere, sono mutati i tempi della nostra vita. Que­sto è uno snodo chiave della comprensione di ciò che è accaduto: più gli spazi sono invivibili, più il tempo di­venta frenetico e sfuggente. (pag.213)

L’uso dell’im­maginazione è la più potente delle armi e la più temuta delle doti di qualsiasi animale: uomo incluso. Fu la chiave della conquista dello spazio. (pag.215)

(Davide Sapienza,  I Diari di Rubha Hunish, Lubrina Editore, Bergamo, 2017.)

Leggere in sequenza questi due passaggi del celebre libro di Davide Sapienza mette in luce una verità tanto fondamentale quanto terribile: se nel mondo contemporaneo mutano gli spazi dell’esistere, al punto che con essi muta e si distorce il tempo, è anche perché la potenza dell’immaginazione umana e il relativo uso, nonostante quello che si potrebbe credere, è in rapido e funesto degrado. Così, se fu grazie all’immaginazione se l’uomo ha conquistato lo spazio – e se, mi viene di aggiungere, l’immaginazione è testimonianza evidente di vitalità intellettuale – la mutazione dello spazio è il segno della crescente mancanza d’immaginazione, ovvero del suo costante deperimento.

Come nota bene Sapienza, la concezione del futuro non è solo una questione di tempo ma anche, o forse soprattutto, di spazio, ovvero solo concependo lo spazio nel modo più virtuoso possibile, e la vita/l’esistenza in esso, possiamo pensare ad un buon futuro. Spazio e tempo sono intimamente legati, in fondo Einstein confermò scientificamente ciò che è la realtà naturale del mondo fin dalla notte dei tempi – come non casualmente si usa dire. Altrimenti, se non va così, è tutta fatica sprecata, meglio rendersene conto.