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#3: Rockwell Kent, Snow Fields (Winter in the Berkshires), 1909

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Al solito: la “verità” del paesaggio è innanzi tutto nella nostra mente ed è il frutto delle nostre percezioni tanto quanto della nostra cultura. Noi dobbiamo dare un senso obiettivo e realisticamente identificante al paesaggio; quando ciò avviene, il paesaggio dà un senso al luogo e offre un’identità a noi che lo viviamo, per poco tempo o per una vita intera.
P.S.: a proposito di paesaggi “inconfondibili” o forse no, ovvero per capire ancora meglio cosa voglio dire, cliccate qui.
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…Ovvero i paesaggi del mondo, la loro bellezza primordiale, fondamentale e salvifica (appunto) che l’arte sa esaltare più di ogni altra cosa umana, l’importanza vitale della relazione che possiamo e dobbiamo intessere con essi, ovunque ci troviamo e per quanto tempo ci stiamo – un’ora sola o una vita intera – al fine di godere della «possibilità di uscire dal regno orizzontale delle relazioni sociali per entrare in quello verticale dove la terra e il cielo, la materia e lo spirito sono allineati» (Rebecca Solnit).

Si usa dire che «la bellezza è negli occhi di chi la guarda» o come meglio scrisse David Hume, «La bellezza nelle cose esiste nella mente che le contempla». Ciò vale assolutamente anche per il paesaggio, e infatti quei detti trovano il loro pari al riguardo nelle parole del grande sociologo e urbanista svizzero Lucius Burckhardt (di lui ho già scritto qui), il quale osservò che «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori». Come a dire: il paesaggio è bello non tanto perché lo sia materialmente, ma perché così lo riconosciamo (lo dobbiamo riconoscere) immaterialmente, ovvero intellettualmente. I sensi vengono appagati dalla sua percezione, ma la mente e l’animo abbisognano anche della relativa interpretazione.
Così nelle teste degli osservatori non si forma solo l’estetica del paesaggio ma pure la sua identità e la conseguente identificabilità, che tuttavia senza un’adeguata consapevolezza culturale rischia di essere equivocata o confusa, rovinandone così anche il senso estetico oltre che la possibilità di intessere con il luogo una conscia e proficua relazione, quella che serve per farcelo vivere pienamente e per farci stare realmente bene in esso. In quel caso il paesaggio lo apprezziamo ma in modo superficiale e distorto oppure lo trascuriamo, non comprendendolo come meriterebbe.
Ad esempio, nella fotografia sopra riprodotta appare in tutta la sua scandinava bellezza invernale uno scorcio della Svezia del Nord – avrete certamente riconosciuto i luoghi, più o meno – con la neve abbondante che ricopre ogni cosa, le montagne tondeggianti e fittamente boscose sullo sfondo, le case semplici ricoperte di lamiera rossa per meglio proteggerle dalle intemperie del clima rigido di lassù, le basse conifere, le betulle accanto alla strada, la palpabile dimensione ambientale di gelo, quiete, silenzio… un’immagine che rappresenta quelle terre scandinave nel modo più tipicamente nordico, suggestivo e indentificante, vero?
E invece no: riprende un angolo della Sila, in Calabria. 4.500 km più a Sud, 500 km circa dall’Africa, nel bel mezzo del caldo Mar Mediterraneo. Ma che pare in tutto e per tutto un angolo della Scandinavia più classica.
Capite ora cosa intendo dire?
P.S.: grazie di cuore a Teresa Barberio per avermi concesso di arricchire questo post con la sua bellissima e così suggestiva immagine fotografica.