Lo sci (non) alpino

[Foto di Fabio Disconzi, fonte http://www.skiforum.it/forum.%5D

C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa sta cambiando. Ma cambiando davvero. Sei nato e cresciuto pensando che sarebbe sempre stato così, anno dopo anno, stagione dopo stagione, generazione dopo generazione, e poi un giorno ti svegli e capisci che anche la «tradizione» a volte è costretta a cambiare, ad innovarsi. Perché come spiega bene Albert Camus, «girando sempre su sé stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l’abitudine e la possibilità di esercitare la propria intelligenza». […]
Oggi in Italia il clima è cambiato e la neve non c’è più, bisogna crearla per poter portare avanti il rito dello sci da discesa, con costi economici in aumento, per noi sciatori; ambientali e sociali difficilmente sostenibili, per i territori montani. E lo sci da discesa, attività che da sempre mal si accompagna allo sviluppo sostenibile delle montagne, da sport di massa sta scivolando sempre più verso un’attività elitaria. […] Ma allora «la domanda sorge spontanea»: siamo sicuri che l’unica strada per scongiurare la morte di centinaia di località che ospitano stazioni sciistiche sia quella del rilancio o della lenta agonia? Non sarebbe più saggio cominciare a proporre offerte outdoor alternative accanto alle piste da discesa, dal momento che, secondo i dati, calano gli sciatori ma aumentano le persone interessate alle attività sportivo-ricreative nella natura in montagna?

Sono alcuni significativi passaggi di un bell’articolo di Maurizio De Matteis, direttore della benemerita associazione “Dislivelli” e dell’omonima rivista – che si occupano di temi sociali e ambientali e di tematiche legate ai territori alpini – articolo programmaticamente intitolato La salvezza delle nostre montagne non passa dallo sci alpino e pubblicato su “Valori”, la testata giornalistica di Banca Etica che al tema “montagne-sci-clima” dedica un ricco e approfondito dossier.

Nell’articolo De Matteis pone nuovamente, ovvero per l’ennesima volta in evidenza quanto le strategie turistiche, commerciali e imprenditoriali ancora attuate in molte località dell’arco alpino risultino ogni giorno che passa sempre più anacronistiche, illogiche, ingiustificate, dannose e, sotto certi aspetti, truffaldine, così ancorate come sono a modelli di sviluppi ormai del tutto avulsi dalla realtà socioeconomica, ambientale e climatica delle nostre montagne.

C’è un bisogno urgente di cambiare strategie, paradigmi, immaginari e culture sul tema, se non si vuole illudersi (e illudere) di fare del bene alle Alpi quando invece si infierisce contro di esse e le loro genti, sovente sferrando colpi pressoché mortali. Eppure, nonostante la realtà dei fatti la quale, oltre che dalle macro-evidenze climatico-scientifiche, è composta anche da centinaia di ex stazioni sciistiche fallite e divenute, coi rottami di impianti e infrastrutture sparsi sui loro pendii montani, moniti altrettanto evidenti e indubitabili, amministratori locali particolarmente stolti ovvero incredibilmente ipocriti continuano a perseguire i suddetti fallimentari modelli di sviluppo con progetti che sotto ogni punto di vista appaiono folli. Uno di quelli più macroscopici al riguardo lo si sta realizzando in Trentino, nel piccolo centro di Bolbeno, nelle Valli Giudicarie a poca distanza da Tione, dove si vuole ampliare un piccolo centro sciistico nato cinquant’anni fa con un investimento di ben 4 milioni di Euro… a meno di 600 metri di quota (!) e con temperature che, giusto pochi giorni fa, risultavano primaverili. Una follia, appunto. Che, evidentemente, serve a qualcuno per ricavare qualche “buon” tornaconto personale, in perfetto stile “italiota” – anche se siamo nel Trentino autonomo – dacché non ci posso essere altre possibili spiegazioni per una cosa tanto assurda.

Ecco, non credo serva aggiungere altro, visto quanto sia chiara la situazione nel bene e, ancor più, nel male – ma temo che moltissimo altro sarà da aggiungere e per lungo tempo, sempre che la situazione non degeneri prima.
Leggete l’articolo di De Matteis, cliccando sull’immagine in testa al post, il dossier di “Valori” e, nuovamente, «meditate, gente, meditate»!

Pizza, spaghetti, mandolino… coronavirus!

«Italians? Pizza, spaghèti, mandolinow, maffia, berlusconey and coronavirus!»

Eh, a quanto pare all’estero stanno aggiornando l’elenco delle “peculiarità identitarie” tipicamente riconosciute agli italiani (si veda qui sopra la minima rassegna di titoli della stampa nostrana che ho trovato al riguardo sul web, i quali si decuplicano su quella estera), con un meccanismo mediatico che peraltro anche in Italia è molto utilizzato*. Ma se un tempo pensare agli italiani come quelli della pizza e del mandolino pareva una cosa sostanzialmente “bonaria”, e se con l’elemento “mafia” lo era meno ma non per tutti, visto come la malavita organizzata di origine italiana sia divenuta “sistemica” anche in certi altri paesi (ehm… sull’elemento “berlusconey” invece è meglio soprassedere!), l’accezione generale di quelle identificazioni, nel mondo xenofobicamente e sovranisticamente globalizzato di oggi, rischia di essere alquanto spregiativa e dannosa – ancorché non certo nuova nella “forma”, posto ciò che accadeva un secolo e più fa.

Be’, se ciò dovesse malauguratamente riaccadere di nuovo, gli italiani potranno chiedere buoni consigli a molti migranti giunti negli ultimi anni sul loro patrio suolo (*: ecco, appunto!).

Niente panico!

Comunque è piuttosto divertente, e alquanto significativo, constatare come gli inviti proferiti dai media nazional-popolari (e da “gente importante”, di solito) del genere «Niente panico!», «Niente allarmismi!» o altro di simile, siano sempre la miglior fonte di panico e allarmismi.

Bisogna solo stabilire se siano più fessi quelli che li usano, non intuendo gli effetti puntualmente cagionati, oppure quelli che sentendoli se ne fanno terrorizzare senza alcun altro motivo valido.
O forse è solo una specie di processo di causa/effetto tra sodali, dunque qualcosa di pressoché inevitabile.

“Il” virus

È inevitabile che molta gente, palesemente contagiata dall’unico vero e più pericoloso virus che ci sia in circolazione, faccia scorte di pasta e altro di simile e non di intelligenza, che invece resta “invenduta” su qualsiasi scaffale si trovi. Ormai ragiona con la pancia e deve alimentare quella, non più la testa.

(Immagine tratta da qui, rielaborata da Luca.)

I sentieri, la Svizzera, la Lombardia

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/)

Occupandomi di progetti culturali per i territori di montagna, sovente mi trovo a trattare pure il tema delle rete sentieristica (ovviamente oltre al fatto di percorrerla di frequente nei miei vagabondaggi montani) e il suo grande valore culturale e antropologico, che fa dei sentieri un elemento al quale assicurare una fondamentale salvaguardia per quei territori.
Posto ciò, il tema dei sentieri lo devo considerare anche dal punto di vista politico/amministrativo, gioco forza, e un recente articolo di “Swissinfo.ch” mi ha reso evidente quanta differenza vi sia nella considerazione politica della rete sentieristica, tra la Svizzera e l’Italia, rappresentata in modo emblematico da una delle regioni più ricche e avanzate (dunque, si può presupporre, pure più munifiche al riguardo), la Lombardia.
Vi propongo un ragionamento un po’ tecnico e forse poco attraente ai non appassionati di montagne ed escursioni che per ciò schematizzo, al fine di renderlo il più chiaro possibile, con i link alle varie fonti di riferimento dei dati indicati.

Dunque, in Lombardia nel 2017 sono stati istituiti la Rete escursionistica della Lombardia (REL) e il Catasto dei sentieri, al fine di classificare la rete di sentieri del territorio regionale, la cui estensione è di 13.000 km circa sui 24.000 kmq circa di territorio: molto banalmente, ogni km quadrato di superficie lombarda (che però ha un’ampia parte di pianura, bisogna considerarlo) ha 542 metri di sentiero.

In Svizzera, il cui territorio è di circa 42.000 kmq, la valenza dei sentieri quale rete viaria è sancita fin dalla Costituzione Federale, all’articolo 88; la rete dei sentieri segnalati è estesa per circa 65.000 km: sono 1,5 km di sentieri per km quadrato di territorio, pressoché totalmente alpino o prealpino.

La Lombardia, per la manutenzione dei suoi 13.000 km di sentieri e in occasione dell’istituzione della REL e del Catasto dei sentieri, ha stanziato dei fondi: 4 milioni di Euro per tre anni, ovvero 1,3 milioni circa all’anno; altre fonti citano invece 2 milioni di Euro per il biennio 2017/2018, pari a 1 milione all’anno.

In Svizzera, il Governo Federale e i Cantoni investono circa 50 milioni di franchi all’anno, pari al cambio attuale a circa 45,5 milioni di Euro, per la manutenzione dei 65.000 km di sentieri, il che equivale a un investimento di 700 Euro/km all’anno.
In Lombardia, stando alle cifre suddette, l’investimento è pari a 100 Euro/km all’anno, nell’ipotesi più “larga”, e a poco meno di 77 Euro/km all’anno in quella più “stretta”. Ovvero, da 7 a quasi 10 volte meno che in Svizzera.

Ora: voi direte che sì, ok, ma la Svizzera è ricchissima, la Lombardia non lo è così tanto, però è pure la regione più “benestante” d’Italia e quindi l’unica – ad eccezione delle regioni autonome – che possa essere paragonata pur empiricamente alla Confederazione. Inoltre, non conosco quanto le altre regioni italiane spendano per i propri sentieri ma, da lombardo e per i motivi sopra detti, ho ipotizzato il paragone di cui avete appena letto.
Capirete che la differenza è abissale, a fronte della necessità di interventi del tutto similari – voglio dire: un sentiero è tale in Lombardia e in Svizzera, non è che là siano lastricati d’oro e qui no! Di contro, sia chiaro, meglio 100 o 77 Euro che nulla, ci mancherebbe, tuttavia – ribadisco – la differenza è così ampia da non poter non risultare significativa e fonte di conseguenti riflessioni, che mi auguro vengano elaborate, nell’ambito della montagna italiana.