Una proposta “provocatoria” per il futuro dei comprensori sciistici

[Veduta di Sestriere, in Piemonte, località totalmente vocata allo sci. Fonte dell’immagine www.facebook.com/sestriereofficial.]
Un’altra delle motivazioni che i gestori dei comprensori sciistici adducono di continuo a sostegno della loro attività e a giustificazione di tutto quanto ne consegue, a partire dalle frequenti enormi elargizioni di soldi pubblici, è che i loro comprensori assicurano l’economia dei territori che li ospitano, vi generano indotto, danno lavoro ai locali e così mantengono in vita le comunità.

Ciò per diversi aspetti è vero, anche perché le possibilità alternative al modello economico dell’industria dello sci nel corso del tempo sono state soffocate quasi totalmente – infatti è per questo che riguardo lo sci si parla di “monocultura turistica”.

Di contro, posta la realtà così ricca di problematiche e di variabili che le nostre montagne devono affrontare in maniera sempre più pressante – a partire da quella climatica che però, appunto, non è affatto l’unica – mi chiedo: oggi è lecito e accettabile che il destino socioeconomico, ma pure culturale, di interi territori montani sia messo nelle mani di soggetti privati il cui scopo fondamentale, ovviamente e logicamente, non è garantire il futuro dei territori in cui operano ma conseguire il maggior lucro possibile dalla propria attività?

Soggetti privati di natura imprenditoriale, peraltro, la cui attività è legata al rischio d’impresa e all’andamento del mercato di riferimento come per qualsiasi altra attività economica privata. Dunque, è ammissibile che un territorio montano e la sua comunità possano pur indirettamente contemplare un rischio d’impresa ed essere sottoposti ad un mercato economico che con essi non c’entra nulla, se non per le eventuali ricadute generate dal suo andamento?

[Nel comprensorio del Dolomiti SuperSki. Immagine tratta da www.val-gardena.com.]
Al netto che la realtà “ordinaria” è quella appena descritta, a me viene molto da pensare intorno a tali interrogativi. D’altro canto è già successo che società di gestione di comprensori sciistici fallissero lasciando in braghe di tela, come si usa dire in questi casi, i territori dove operavano: a volte le conseguenze sono state ridotte grazie alla capacità del territorio di riprendersi, in altri casi sono state letali, trasformando le località ex sciistiche in luoghi fantasma. E ciò è successo non tanto per il fallimento del modello sciistico locale ma per l’assenza di alternative economiche, come prima denotato, circostanza che da un lato ha reso il territorio ostaggio dello sci e dall’altro ne ha svigorito le specifiche potenzialità imprenditoriali.

Posta questa situazione, e per superarne la notevole ambiguità oltre che la rischiosità per i territori montani (e altre cose poco o nulla citate, al riguardo, come la questione degli aiuti di stato) formulo una proposta provocatoria ma non troppo: la totale presa in carico pubblica dei comprensori sciistici. Cioè l’acquisto di impianti e piste da sci da parte degli enti pubblici locali, con il conseguente affidamento della gestione a soggetti scelti tramite gara anche in base al valore dei progetti imprenditoriali presentati al riguardo, e con il riconoscimento dei maggiori benefici economici derivanti dall’attività dei comprensori agli enti pubblici stessi, dunque direttamente alle comunità locali, da reinvestire nei servizi di base e nelle necessità comuni dei territori interessati.

Sarebbe la cosa più sensata da fare, a ben vedere.

[Veduta della ski area di Prali i cui impianti sono di proprietà pubblica, del Comune e dell’Unione Montana Valli Chisone e Germanasca. Fonte dell’immagine www.piemonteitalia.eu.]
Ve l’ho detto (scritto) che è una proposta provocatoria. Ma forse lo è molto meno di quanto appaia, già.

Veramente i comprensori sciistici evitano lo spopolamento dei territori montani?

[Veduta di Madesimo e del suo comprensorio sciistico, 27 marzo 2025. Immagine tratta da madesimo.panomax.com.]

Gli impianti a fune rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane […] Ogni posto di lavoro creato nelle nostre montagne ha un valore enorme, soprattutto se consideriamo l’importanza di contrastare lo spopolamento delle aree montane. Ogni opportunità lavorativa in questi territori non è solo una risorsa economica, ma una garanzia di vitalità per le comunità locali.

Sono dichiarazioni di Massimo Fossati, vicepresidente di ANEF, l’associazione che riunisce la gran parte dei gestori dei comprensori sciistici italiani (la fonte è qui), espresse in occasione dell’uscita, nell’ottobre 2024, dello “studio” promosso dalla stessa Anef che ha fatto il punto sugli impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita.

Ma è proprio vero che dove sono in attività impianti e piste da sci si contrasta lo spopolamento del territorio che ospita i relativi comprensori?

Per quanto riguarda la mia regione, la Lombardia, provo a dare una risposta significativa analizzando i dati demografici degli ultimi vent’anni – un periodo dunque già indicativo – nei comuni direttamente legati ai maggiori comprensori sciistici lombardi, le cui “classifiche”, molto simili le une alle altre, si trovano facilmente sul web. I dati li traggo da www.tuttitalia.it.

Ad esempio, il sito siviaggia.it, uno dei più letti tra quelli a tema turistico, indica la seguente “classifica” delle migliori località sciistiche lombarde:

  • Madesimo
  • Aprica
  • Bormio
  • Santa Caterina di Valfurva (comune di Valfurva)
  • Valdidentro
  • Livigno
  • Piani di Bobbio (comune di Barzio)
  • Piazzatorre
  • Foppolo
  • Colere
  • Ponte di Legno
  • Montecampione (comune di Artogne)

Bene, vediamo nei grafici sottostanti per ciascuna di queste località, nell’ordine sopra riportato, l’andamento demografico degli ultimi vent’anni, ovvero se i relativi comuni hanno guadagnato o perso abitanti – un dato “basico” ma, come detto, già del tutto significativo:

Bisogna denotare che Artogne, nel cui territorio (e in piccola parte in quello di Pian Camuno) si trova il comprensorio di Montecampione, è il comune meno legato alla presenza degli impianti sciistici, essendo posto a 266 metri di quota nel piano della bassa Valle Camonica e dunque risultando più correlato al tessuto economico prettamente industriale della bassa valle camuna.

Parimenti va precisato che anche Livigno, per ragioni peculiari proprie, rappresenta un caso particolare e per diversi aspetti poco paragonabile alle altre stazioni sciistiche della Lombardia.

L’unico comprensorio sciistico lombardo “importante” non citato nella classifica suddetta è quello di Chiesa Valmalenco. Ecco qui il relativo andamento demografico:

In definitiva, su tredici comuni “sciistici” citati, al netto delle precisazioni sopra espresse, solo tre hanno guadagnato abitanti negli ultimi vent’anni; tutti gli altri ne hanno persi in maniera più o meno ingente.

Credo non serva rimarcare che ogni luogo abitato, piccolo o grande e ancor più se posto in un territorio particolare come quello di montagna, è vivo e vitale solo se di abitanti ne ha e col tempo ne guadagna. L’economia dei piccoli centri e la sussistenza dei servizi di base locali si poggia sulle residenze stanziali, non certo sulle presenze turistiche saltuarie quando non meramente occasionali. I turisti non hanno bisogno, se non incidentalmente, degli ambulatori medici in loco, i loro figli non frequentano le scuole in montagna, non usano, se non raramente, il trasporto pubblico locale. Sembra un’ovvietà rimarcarlo e lo è, ma forse non troppo. Sono gli abitanti a far vivere i piccoli comuni montani, non i turisti: da tale evidenza non ci si scappa.

Dunque, posto tutto ciò, veramente i comprensori sciistici evitano lo spopolamento dei territori montani?

Temo che una risposta significativa, ripeto, scaturisca in modo piuttosto spontaneo dai grafici qui pubblicati, ecco.

Cosa si può fare per contrastare l’overtourism in montagna (e non solo lì)?

[Immagine tratta da Reddit.com, user u/lonely-rider.]
In tema di iperturismo, o overtourism, sovente si legge che una delle soluzioni proposte sarebbe l’aumento della qualità dell’offerta turistica, dunque dei prezzi sia delle strutture ricettive e sia del soggiorno in sé, anche con l’applicazione di tasse di soggiorno, ticket di accesso, parcheggi a pagamento, eccetera.

Ma è una “soluzione” che comporta il rischio concreto di passare da un opposto all’altro, cioè da un modello turistico troppo aperto e inclusivo, accessibile pressoché a chiunque, a uno esclusivo che invece privilegia le fasce più benestanti e con potere di spesa maggiore. Dall’accoglienza alla discriminazione, in pratica, senza contare che già l’iperturismo genera da sé aumenti dei prezzi, in primis legati alle strutture ricettive private – l’ormai noto problema degli affitti brevi.

No, questa non è una soluzione, è più una furbesca strategia commerciale, come sono solo palliativi i vari provvedimenti con i quali si pensa di limitare il sovraffollamento, come la regolamentazione degli accessi, le prenotazioni on line, i ticket di accesso: utili nell’emergenza ma superflui senza una ben determinata strategia di gestione dei flussi turistici a medio-lungo termine. Leniscono il dolore ma non guariscono la malattia.

A mio modo di vedere sono tre le principali azioni da mettere in atto per costruire una efficace gestione delle presenze turistiche entro limiti che tengano a distanza i rischi di overtourism:

  1. Rendere obbligatorio, come elemento sostanziale del piano regolatore locale, il calcolo della capacità di carico turistica della località o del territorio, sia a livello generale che di singole “attrazioni” (comprensori sciistici o escursionistici, luoghi naturali di pregio, nuclei abitati), i cui rilievi, espressi in dati numerici chiari, devono diventare parte integrante della gestione politico-amministrativa del territorio interessato.
  2. Integrare l’economia turistica locale e i suoi modelli imprenditoriali in un piano di sviluppo generale del territorio in questione, nel quale ogni elemento che forma la sua realtà sociale, politica, economica, culturale, ambientale deve essere considerato, gestito, armonizzato con ogni altro – nessuno troppo preponderante, tutti reciprocamente cooperanti – al fine di ricavarne una strategia a lungo termine perfettamente consona al territorio, alle sue specificità, alle potenziali e alle criticità che presenta, alle necessità e alle aspirazioni della comunità residente e alle prerogative sulle quali elaborare l’offerta turistica.
  3. Rendere altrettanto strutturale e “istituzionale” l’interlocuzione costante con la comunità locale – e intendo tutta la comunità, non solo la parte formata dai soggetti in vario modo legati alla filiera del turismo, monitorandone altrettanto costantemente il sentore diffuso nei confronti della presenza turistica. Così come, dall’altra parte, deve partecipare all’interlocuzione tutta la platea di soggetti le cui azioni e decisioni in un modo o nell’altro determinano un effetto per il territorio in questione, ponendo in relazione e in dialogo sullo stesso piano non tanto le diverse volontà quanto le rispettive responsabilità, univoche e reciproche, nei confronti del territorio.

Sono tre azioni per le quali, inutile rimarcarlo, serve la volontà, la visione, la mediazione della politica e la sua sensibilità nei confronti del luogo amministrato. D’altro canto la gran parte delle situazioni di iperturismo constatabili, innanzi tutto sulle montagne, scaturiscono proprio dal prolungato disinteresse, dalla noncuranza ovvero dall’ipocrisia dei soggetti politici locali anche più che da dinamiche contingenti ai modelli turistici massificati. E pure certe presunte “soluzioni” annunciate, come quelle di cui ho scritto lì sopra, sovente non sono altro che un’ulteriore manifestazione di disinteresse infido nel quale si nasconde la reiterata volontà di ricavare tornaconti di vario genere dallo status quo, tutt’al più rimodulato per adattarlo meglio a quegli scopi materiali.

Ribadisco: è una questione di responsabilità, di sensibilità, di lungimiranza, di attaccamento autentico ai propri territori, di capacità di comprenderne pienamente il valore, l’importanza, l’identità culturale, l’anima peculiare. Tutte cose che solitamente l’iperturismo vede come fastidiosi  ostacoli sulla strada del proprio business e della sottomissione totale del territorio alle proprie strategie commerciali. Perché se in un territorio vince l’overtourism, a perdere – e perdersi – è la sua comunità, inesorabilmente.

P.S.: di iperturismo/overtourism in montagna di recente ne ho parlato anche alla tivù, su Italia 1 (e Focus TV) e su Bergamo TV. Cliccate sulle rispettive immagini per vedere tutto quanto:

Questa settimana in “Orobie Extra”, su Bergamo TV e online

Mercoledì 12 febbraio scorso sono stato ospite di “Orobie Extra”, la trasmissione di Bergamo TV curata e condotta da Cristina Paulato, per parlare di iperturismo o overtourism, tema che veramente appare tra i più “caldi” del momento ed è bene che lo sia, visto come è stato sostanzialmente sottovalutato fino a oggi in montagna e non solo.

Insieme a me erano ospiti Stefano Sala, Project Manager dell’Università della Montagna/Unimont di Edolo, centro universitario d’eccellenza nell’analisi delle realtà dei territori montani tra le quali ovviamente quella turistica, e Resi Pedercini, Direttore Generale dell’Azienda Speciale Tignale Servizi che gestisce il comparto turistico della nota località sul Lago di Garda, la quale col tempo è diventata una meta ideale per il turismo lento e di qualità grazie a un progetto partecipato di sviluppo della comunità locale finalizzato alla tutela del patrimonio storico, culturale ed ambientale che ha saputo rimarcare l’identità territoriale peculiare di Tignale.

Una puntata di “Orobie Extra” molto sul pezzo, insomma, densa di considerazioni importanti e per molti aspetti indispensabili. La potete rivedere domenica alle 20.30 su Bergamo TV oppure sempre nel sito dell’emittente. O cliccando sulle immagini qui sopra, ovviamente.

Ringrazio di cuore Cristina Paulato e la redazione di “Orobie” per l’invito e l’opportunità offerta, e mi auguro che, se vedrete la puntata, la potrete trovare interessante e stimolante.

Benvenuti nell’era della deresponsabilizzazione (anche in montagna)!

Mi pare sempre di più che il tratto caratterizzante più di ogni altro l’epoca presente sia la deresponsabilizzazione, diffusa ormai ovunque.

È deresponsabilizzata la politica, che prende decisioni non in base ai benefici che apporteranno alle società che governa ma ai propri meri tornaconti propagandistici ed elettorali; sono deresponsabilizzati la stampa e i media, che non si curano più della qualità dell’informazione offerta ma puntano solo alla quantità di lettori; siamo deresponsabilizzati noi, che spesso assumiamo comportamenti, anche minimi e apparentemente innocui, solo perché ritenuti giusti e convenienti per noi (oppure semplicemente per soprappensiero) senza curarci minimamente se possano nuocere ad altri e generare conseguenze.

E se da un lato è ovvio è naturale che si pensi prima a se stessi che agli altri, è parecchio stupido trascurare o dimenticare che, volenti o nolenti, siamo parte di un mondo, di una comunità, una società e una rete di relazioni che riverbera d’intorno il portato di ogni nostra azione, materiale e immateriale, in modi che non possiamo ignorare, accada per mera stoltezza, per menefreghismo o perché tanto ci sarà sempre qualcuno che sistemerà le cose. Senza peraltro capire, allo stesso tempo, che possiamo essere noi stessi vittime delle azioni compiute quando messe in atto con tale deresponsabilizzazione mentale, emotiva, d’animo: sia direttamente che indirettamente o per la nota Teoria delle finestre rotte, per come tali atteggiamenti pivi di responsabilità si propaghino con rapidità se non immediatamente contrastati con adeguati strumenti culturali e civici. D’altro canto il loro stesso manifestarsi è già indice di un certo rilassamento, quando non di un primigenio degrado, della società nella quale si riscontrano: nulla accade per caso, anche qui.

[Costruire impianti sciistici a poco più di 1000 metri di quota: questo, a mio parere, è un esempio di deresponsabilizzazione della politica in montagna.]
Lo stesso tratto, questa diffusa deresponsabilizzazione, la ritrovo anche nella gestione odierna dei territori montani: ad esempio quando vengano proposti progetti di turistificazione nei quali non via sia alcuna valutazione autentica delle conseguenze delle opere previste e tanto meno alcuna assunzione di responsabilità al riguardo da parte di chi le promuova e autorizzi – cosa ancora più grave quando i progetti siano finanziati con soldi pubblici, il che imporrebbe il dovere di rendere conto alla società civile, soprattutto se nel tempo quelle opere si rivelano sbagliate o causanti un danno materiale o immateriale. Ugualmente, ritrovo questa deresponsabilizzazione nel caso opposto, quando non si facciano cose per i territori di montagna e le loro comunità che ne avrebbero bisogno adducendo innumerevoli motivazioni, sovente tangibili tanto quanto inaccettabili, che in realtà celano una sostanziale noncuranza, a volte un palese cinismo, che sono figli del rifiuto di assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che andrebbe fatto e soprattutto di chi ne dovrebbe giovare.

[Tagliare i trasporti pubblici nei territori montani, fondamentali per la vita dei residenti: un altro esempio di deresponsabilizzazione della politica sulle nostre montagne.]
Tuttavia, ribadisco, in quanto comunità sociale il cui funzionamento è ampiamente basato sul principio di causa-effetto – il meccanismo del gettito fiscale è il primo e più importante, sia esso da considerare equo o iniquo; ma si potrebbero fare mille altri esempi al riguardo – il principio di responsabilità reciproca (per cui quella collettiva è la somma di ciascuna singola) risulta altrettanto basilare e ciò vale per qualsiasi livello nel quale si struttura la società, da quelli politici più alti fino al semplice rapporto individuo-individuo. Avere la piena (o la più ampia possibile) consapevolezza delle proprie azioni e del loro portato nel mondo che abbiamo intorno è un dovere ineludibile che in fondo è anche un diritto (all’autocontrollo senza intromissioni terze) oltre che una forma assai elevata di libertà. La libertà che «non è uno spazio libero, libertà è partecipazione» come cantava Giorgio Gaber in una sua celebre canzone: partecipazione alla responsabilità collettiva del far andare bene il mondo e viverlo al meglio, ciascuno a modo suo ma tutti in armonia reciproca consapevole. Ovvero partecipare da membri attivi alla realtà del mondo, dal momento che vivere in maniera deresponsabilizzata equivale anche ad autoemarginarsi: e il non rendersi conto di ciò è il primo segnale di questa emarginazione, l’incapacità di cogliere il portato dei propri comportamenti, un po’ come il cretino che in quanto tale è convinto che i cretini siano gli altri (Fruttero e Lucentini docet, ovviamente!)

La soluzione a tutto questo? È molto semplice: tornare a essere ciò che siamo, individui sociali, membri di una società, soggetti in relazione con mille altri – è così anche se siamo i più solitari e misantropi, sia chiaro! – nonché Sapiens, dotati di un’intelligenza il cui buon uso presuppone una relativa adeguata dose di responsabilità. Che se invece viene a mancare rende subitamente stupide, insensate, scriteriate e variamente dannose qualsiasi azione realizzata: il frutto del non uso dell’intelligenza, del sonno della ragione. Che genera mostri sempre, inevitabilmente, i quali mostri per loro natura non sanno cosa sia la responsabilità, guarda caso.