“Emergenza” emergenze

Emergenza.

Non c’è dubbio che, da qualche tempo, questa sia una delle parole più amate dai media e da chi li ispira. L’“emergenza stupri”, è una delle più recenti (chissà che non venga rapidamente “oscurata” da una ancor più nuova “emergenza malaria”!), poi c’è l’intramontabile “emergenza sbarchi” ovvero “emergenza immigrazione”, inoltre l’“emergenza siccità” e l’“emergenza incendi” che si danno il cambio con l’“emergenza alluvioni” e l’“emergenza frane”, alla quale va aggiunta la stagionale “emergenza neve” e così via – inutile continuare, sapete bene che l’elenco potrebbe essere assai lungo e comprendere autentiche “chicche” quali, ad esempio, l’“emergenza molossi/pitbull” non qualche mese fa…

Tutto questo uso emergenziale del termine risulta piuttosto paradossale, se si considera la sua accezione originaria e primaria, sostanzialmente positiva: ne parlai giusto di questi tempi un anno fa, qui. Oggi invece, nel mondo della non informazione contemporanea dominato dal più impudico e sfrenato clickbait posto al servizio della propaganda pseudo-politica, quando si vuole attrarre attenzione e al contempo suscitare determinate sensazioni di natura allarmistica, fobica e ossessiva, et voilà: un bel titolone con dentro “emergenza” e il gioco è fatto.
Peccato che in tal modo, distorcendo l’uso del termine e, in fondo, pure il suo significato, col tempo esso finisca per agevolare pure la stortura del tema, argomento, evento o questione a cui fa riferimento. Se infatti l’accezione oggi più comune di “emergenza” è quella parecchio influenzata dall’equivalente inglese di emergency, indicante una circostanza imprevista ovvero una situazione critica di natura improvvisa e temporanea dunque qualcosa che richiede una soluzione altrettanto immediata e rapida al fine di risolverne la criticità, le presunte “emergenze” urlate spesso sguaiatamente da certi media hanno il solo senso e scopo di fare allarmismo sensazionalista, come detto, e giammai di porre l’attenzione sulla necessità di trovare una buona soluzione a un certo problema concreto. Anzi, accade il contrario, appunto: non essendoci alcuna volontà di risoluzione della sbandierata “emergenza” nonché, a ben vedere, spesso non essendoci nemmeno una reale emergenza ma soltanto un esercizio di “sensazionalizzazione mediatica” d’una questione pur critica ma di gestione altrimenti “ordinaria” o poco più (significativa in tal senso è la recente “emergenza stupri” annunciata da certi media a fronte invece della diminuzione dei relativi reati, vedi qui), l'”emergenza” da situazione temporanea diventa cronica, viene in qualche modo “normalizzata” in quanto tale e per questo accettata come tale da quella parte di opinione pubblica che crede a ciò che gli viene propinato dai media suddetti. D’altro canto è evidente: se si continua a gridare “Al lupo! Al lupo!” senza fare nulla di concreto per difendersi da tale minaccia, ben presto quelle urla d’allarme non verranno nemmeno più udite, essendo diventate “normali”.

Attenzione: ciò non significa affatto che il problema dichiarato “emergenza” non sia reale e non sia da affrontare. Tuttavia, è proprio la distorsione della sua realtà, a partire dalla stessa definizione resa pubblica (l’“emergenza” che non è emergenza, insomma), che finisce per confondere le acque e ostacola, quando non vanifica del tutto, la necessaria risoluzione – presupponendo, ribadisco, che una volontà effettiva di risoluzione vi sia e che lo scopo di tutto non sia invece e soltanto il mero clickbait sensazionalista e fobico, come pare evidente e come il più delle volte io credo.
Non solo, accade qualcosa di anche più grave. Tornando alla suddetta “emergenza stupri”, si finisce per non vedere nemmeno più il vero nocciolo del problema, il reato effettivo e realmente terribile: l’atto di violenza sulle vittime. Lo evidenzia proprio la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli (vedi ancora qui), affermando che «Il problema è che sta passando un messaggio tremendo di impunità, perché gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno.» Inevitabile, appunto: si urla, si sbraita tanto ma non si fa nulla o quasi di concreto per risolvere l’“emergenza”: che rapidamente tale non è più ma un tema a cui buona parte dell’opinione pubblica non presta nemmeno attenzione. Così, la complicità e il danno di chi proclama “emergenze” ai quattro vento solo per fare allarmismo, sensazionalismo mediatico e bieco clickbait sono completi.

Le parole sono macigni e noi stiamo nel mezzo d’una sassaiola

Ormai, ogni volta che nel mondo succede qualcosa di spiacevole, sui media si ripete la solita storia: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Che non serve affatto a descrivere meglio quanto accaduto ovvero ad agevolare la comprensione di quelle parole e dei fatti a cui vengono riferite, tutt’altro: da un lato serve in primis – lo sappiamo tutti bene – per accaparrarsi attenzione superficiale e dunque audience, dall’altro è funzionale a una crescente confusione, a sua volta propedeutica ad un stato di costante paura e insicurezza.
Poco più di un anno fa pubblicavo qui sul blog un articolo dal titolo “Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…”: ecco, ve lo ripropongo, perché la sua validità di senso e sostanza è ad oggi immutata, se non accresciuta. Il che non è affatto un buon segno, per lo stato della società in cui viviamo: ci vengono scagliate addosso parole pesanti come macigni in una sassaiola ormai costante le quali, al posto di fornirci una qualche “nozione” del peso che hanno, finiscono per farci soltanto del gran male.
Buona ri-lettura.

Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.

La dignità, e la sua reciprocità

Personalmente, posso contemplare qualsiasi discorso, idea, opinione, riflessione in tema di migranti, siano essi espressioni di linee più o meno “buoniste” ovvero poco o tanto “dure” – a parte quanto di biecamente e ottusamente populista (purtroppo troppo diffuso, di questi tempi), che ritengo non solo privo di qualsiasi intelligenza e cognizione della realtà ma pure aggravante la situazione in corso, sia dei migranti che dei paesi che ne devono gestire in un modo o nell’altro i flussi. Per quanto mi riguarda, credo che nessuno, anche al di là della varie convenzioni internazionali in tema, si possa arrogare il diritto di impedire a un individuo di tentare di migliorare la propria condizione di vita spostandosi per il mondo, e quando ciò accade per l’impreparazione o l’arroganza dei poteri politici nazionali, trovo che sia qualcosa di estremamente grave ed eticamente inaccettabile. D’altro canto, sono convinto che sia necessario gestire nel modo più determinato e rigido i flussi migratori, ad esempio con quote fisse annue d’ingresso adeguate al peso socioeconomico dei vari paesi e con conseguenti programmi di integrazione autenticaculturale, in primis – degli immigrati gestiti direttamente dalle istituzioni pubbliche e non da “cooperative” di sovente dubbia liceità, con al contempo un controllo giudiziario equo e altrettanto determinato verso quei soggetti che non dimostrino volontà d’integrazione ovvero che finiscano per commettere reati. Il tutto, ovviamente, con un sinergico coordinamento internazionale: cosa che non mi pare così difficile da attuare. Si coordinano cose ben più ostiche e solo per i tornaconti economici che vi stanno dietro, ergo si veda di non essere sempre così biecamente ipocriti – tanto più che un’integrazione virtuosa porta senza dubbio a molteplici tornaconti, anche economici, per i paesi che la sappiano attuare, quando di contro un flusso migratorio mal gestito (o non gestito) porta inesorabili danni innanzi tutto economici!

(Photo credit: Marko Djurica/LaPresse)
(Photo credit: Marko Djurica/LaPresse)

Posto ciò e, ribadisco, contemplate tutte le posizioni contemplabili in materia, la dignità è imprescindibile, garantirla sempre e comunque è cosa inderogabile. La dignità è un valore umanamente edificante e identificante sempre reciproco: quando non la si garantisce a qualsiasi altro individuo, non la si potrà mai pretendere per sé stessi, tanto più in condizioni di emergenza. Mai. E prima o poi – Historia magistra vitae – la negazione di essa si ritorcerà contro chi non l’ha saputa e voluta garantire, anche solo per il fatto che l’assenza della sua garanzia è sintomo ineluttabile e inesorabile di decadenza civica, morale, etica, umana.

Per tale motivo le immagini dei profughi costretti al gelo nei “campi di accoglienza” (o pseudo-tali) dell’Est Europa non sono un emblema di “disfatta” – per così dire – dell’immigrazione, ma lo sono della civiltà europea. La quale potrà poi scegliere qualsivoglia linea di condotta in tema di flussi migratori: ma, appunto, se essa non saprà garantire la dignità alla quale ogni essere umano in quanto tale ha diritto, alla fine sarà soltanto una linea condotta (cioè diretta) verso la fine dell’Europa.

P.S.: cliccando sull’immagine contenuta nell’articolo, potrete accedere al sito di Medici Senza Frontiere e leggere numerose e aggiornate notizie sulla questione migranti.

Autodistruzione

post-apocalyptic

La modifica di Horkheimer e Adorno rispetto al modello weberiano del “disincantamento del mondo” riguarda il trapasso dalla storia universale alla filosofia della storia attraverso l’assoggettamento a quella dialettica di illuminismo e mito, razionalità e follia, progresso e regresso, liberazione e autoasservimento che impronta la storia della civiltà occidentale sin dai suoi inizi. Le prime notizie sull’Olocausto e il pericolo, allora percepito come estremamente reale, di un fascismo mondiale indussero i due autori a diagnosticare una incessante autodistruzione dell’illuminismo. La dinamica di tale processo autodistruttivo va cercata nella struttura dell’illuminismo stesso e del suo principio dominante: “Non solo idealmente, ma anche praticamente la tendenza all’autodistruzione appartiene fin dall’inizio alla razionalità, e non solo alla fase in cui essa emerge in tutta la sua evidenza” (p. 9). Il trapasso immanente dell’illuminismo in una nuova mitologia, il ritorno del primitivo e della barbarie nella società industriale progredita e il rovesciamento della democrazia borghese-illuminata in un dominio totalitario non sono quindi una mera contingenza storica, ma un processo necessario e ineluttabile sinché la storia segue il principio cui si è ispirata sinora: “Ogni tentativo di spezzare la costrizione naturale spezzando la natura cade tanto più profondamente nella coazione naturale. È questo il corso della civiltà europea” (p. 21).

Brano tratto dalla Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani, voce “Razionalizzazione”. Le tesi di Max Horkheimer e Theodor Adorno in esso disquisite vengono dall’opera Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente, Amsterdam 1947 (tr. it.: Dialettica dell’illuminismo, Torino 1966). Il “modello weberiano” è ovviamente quello postulato da Max Weber.

I riferimenti agli avvenimenti che stanno caratterizzando la storia del mondo negli ultimi tempi è – altrettanto ovviamente – inevitabile, per come la storia contemporanea sembra divenire sempre più la materializzazione del senso precipuo delle tesi di Horkheimer e Adorno. Un senso, sia chiaro, non banalmente contro qualcuno, semmai riguardo (e contro) qualcosa con il quale concordo da molto tempo, dacché mi pare evidente che la tendenza della (presunta) civiltà umana – nel suo complesso, senza distinzioni di sorta – all’autodistruzione o, in altri termini, a un’ineluttabile implosione di natura principalmente socio-antropologica – oltre che culturale, morale, etica, ovviamente politica nonché d’altri generi assai meno immateriali – sia innegabile. Esattamente come hanno previsto, peraltro, numerose opere letterarie distopiche novecentesche con una perspicacia che, col tempo, sta diventando sempre più impressionante e sempre meno inopinata.

 

La mancanza di cultura genera mancanza di identità. Con tutte le tragiche conseguenze del caso.

(Image credits: Illustration Works/Corbis)
(Image credits: Illustration Works/Corbis)

Un illuminante articolo (di Gabriele Catania) uscito il 1 dicembre su Gli Stati Generali mette nero su bianco una situazione nazionale in tema di (mancata) integrazione e fobie xenofobe già palese a prima vista, quantunque sovente sminuita quando non negata.
Leggo nell’articolo: “Che l’Italia sia un paese alquanto islamofobo, lo sembrano suggerire anche i dati. Secondo un sondaggio del 2014 del Pew Research Center, il 63% degli italiani ha un’opinione sfavorevole dei musulmani presenti nel nostro paese. Si tratta di un dato persino più negativo di quello greco (53%) e polacco (50%). Considerando che nei tre paesi citati vivono comunità islamiche assai meno cospicue di quelle di Germania, Francia e Regno Unito, dove l’opinione ostile ai musulmani è del 33%, 27% e 26%, forse ad alimentare il crescendo islamofobo contribuisce, in maniera decisiva, l’ignoranza. La non-conoscenza.
Ignoranza e non-conoscenza come cause della paura nazional-popolare verso lo straniero, soprattutto se proveniente dall’altra sponda del Mediterraneo. Senza dubbio è così: è una questione culturale – per questo ne sto disquisendo, qui – che a mio parere risulta strettamente intrecciata ad altre questioni, o problemi, legati in qualche modo alla cultura diffusa nel paese ovvero alla non diffusione, all’estinzione, alla negazione dell’elemento culturale nella società civile contemporanea, come ho più volte affermato qui sul blog.
Tuttavia, a mio parere, c’è un altro motivo per il quale si determina la situazione di cui sopra, a sua volta assolutamente culturale ma, per così dire, più profondo, forse ancora più grave, che personalmente da tempo ritengo di rilevare e circa il quale ho trovato una inaspettata tanto quanto rimarchevole consonanza in una lettura recente, quella di Bisogno di libertà di Björn Larsson.
Sto parlando di identità, per capirci. Ovvero di come noi italiani, purtroppo, siamo un popolo dall’identità debole, molto debole. E, quella poca presente (se ammettiamo che ve ne sia), costruita su elementi del tutto avulsi e incongruenti da qualsiasi buon concetto culturale correlabile ad essa.

Bjorn-Larssonimage99Così scrive Larsson nel suo libro, a pag.154:

No, non c’è niente di assurdo o contraddittorio nel sostenere prima che si può scegliere di cercare di cambiare d’identità e poi che si dovrebbe, se non cambiarla, almeno prenderne coscienza, per farne una forza che non ha paura dell’incontro degli altri. Perché è qui che ritroviamo il bisogno di libertà. L’identità che ha paura dell’altro, che si costruisce in funzione e contro altre identità, che esclude e costruisce muri di protezione, sarà sempre un’identità debole.

Esattamente così. La paura è sempre segno di debolezza, di insicurezza dettata dalla percezione, pur inconscia, di non avere la forza ideale, spirituale e culturale, appunto, di difendere la propria essenza. Il che, per riflesso automatico e inesorabile, porta a maturare forme di difesa violente e repressive – la stessa cosa che accade con i regimi totalitari, il cui uso della forza, apparentemente segno di potenza, è in realtà sintomo chiaro di estrema debolezza, al punto che senza quella forza crollerebbero rapidamente. Ma, anche al di là di tali devianze politiche (che ci auguriamo non si debba più rilevare, qui), è del tutto evidente come la drammatica mancanza di cultura presente nella società italiana, rilevabile da innumerevoli micro e macro dati – dal calo di lettori di libri a quello di visitatori dei musei, alla qualità dei programmi TV, al “con la cultura non si mangia” perseguito dalla politica all’ignoranza di fondo di troppi italiani circa la conoscenza generale del proprio paese fino alla terribile carenza di memoria storica (ma l’elenco potrebbe continuare molto a lungo) – determini una relativa e inevitabile mancanza di identità, accresciuta peraltro da fattori storici (dopo l’Italia non si sono fatti gli italiani, come invocava invece Massimo D’Azeglio o chi per lui), e dunque una profonda debolezza sociale e antropologica.
E di fronte a tale mancanza di identità, chiaramente persino l’elemento più innocuo eppure appena appena diverso da quella convenzionale “normalità” entro cui la società italiana si rannicchia proprio per sua insicurezza appare come qualcosa di cui aver paura, qualcosa da temere perché potrebbe sopraffare la società stessa. Ma, in verità, non sarebbe il “diverso” a vincere, semmai la società ad essere già perdente in partenza.
Anche per questo insisto tanto, per quel che io, da buon “signor nessuno”, sul difendere a spada tratta la cultura ed anzi sul diffonderla sempre di più e imporla come elemento fondamentale, insostituibile per la nostra società, se non si vuole che la stessa finisca malissimo in tempi brevi. Perché la cultura genera coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza e pure identità, consapevolezza civica, sociale/sociologica di sé e del mondo che si ha intorno e con cui si interagisce. E quando si è sicuri di ciò che si è, sarà ben più difficile avere paura di ciò che è diverso. Di più: vi sarà già di default la condizione migliore per avviare il dialogo, la reciproca conoscenza, lo scambio di sapienza e di cultura, il tutto sullo stesso piano e non da livelli differenti.
Purtroppo, coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza, identità e ogni altra virtù civica scaturente dal possedere cultura sono anche quanto più il potere avversa ai fini della conservazione della propria forza dominatrice. Si sa bene che un popolo ignorante è ben più assoggettabile e comandabile di uno dotato di intelligenza – civica e non solo. Per tale motivo, finché non sapremo uscire da tale circolo vizioso ovvero finché non faremo in modo che il sistema di potere vigente ce lo impedisca, resteremo una società dotata di debolissima identità e per questo in balìa di chissà quante fobie e ulteriori letali storture, fino al punto di non ritorno. E, in tal caso, sarà solo colpa nostra, non di chissà quali immigrati, stranieri, diversi o che altro.