Cartelli necessari

Ecco, non giudicatemi male se ora, qui, io vi confesso che, rispetto ad alcuni individui ovvero ad alcuni tipi umani oggi piuttosto comuni, e ispirandomi a certe precauzioni di sicurezza che la diffusione del coronavirus ha imposto, non indugerei un attimo ad apporre fuori dai miei ambiti quotidiani dei cartelli d’avviso come questi:

Già. Perché la socialità è bella e proficua se coltivata con le persone che ne sanno riconoscere il valore autentico e prezioso (il quale peraltro non è affatto legato a frequenze, vicinanze, cordialità o che altro di convenzionale), mentre verso altre persone, appunto, il distanziamento sociale più netto possibile è cosa altrettanto bella e assai proficua, in pratica necessaria.
Doverosa, anzi,
Indispensabile, direi.

Ecco.

P.S.: clic.

Che la task force sia con te!

[Immagine tratta da qui.]
Un “effetto collaterale” ormai assodato, di questo periodo coronavirulento, è la gran proliferazione di task force. Ne hanno istituite d’ogni genere e sorta, per questioni legate alla pandemia oppure per altre cose che non c’entrano nulla, forse solo per seguire la “moda” e per non sentirsi tagliati fuori.
«Ehi, tutti che fanno task force e noi no? Facciamone subito una anche noi!» – una cosa del genere, per dire.
Nei giorni scorsi ho sentito pure di una “task force” creata al fine di gestire l’uso delle faraone per arginare l’invasione di cavallette nei campi di alcune regioni italiane. Che, per carità, è una questione serissima e di sicura importanza, questa, ma per quanto sopra avrei creduto che formassero un gruppo di lavoro o designassero degli esperti al riguardo, tutt’al più un team da essi composto; sentir parlare di “task force” per faraone che mangiano cavallette sinceramente mi ha fatto un po’ ridere. Già.

Insomma, temo sia un fenomeno ormai fuori controllo. E credo che sia necessario istituire una task force per arginarlo, e poi una per arginare l’uso smodato e francamente inutile di certi anglicismi, pure.
Ecco.

N.B.: ovviamente il titolo del post richiama il celebre motto Jedi di Star Wars, sì.

Noi no

[Immagine tratta da qui.]
Gli italiani.

Quelli che per tre quarti «Ah, sì, io sono cattolico!» e poi le chiese sono ovunque sempre più vuote.

Quelli che dicevano «Ah, no, io Berlusconi non lo voto!» e poi il “Popolo della Libertà” vince le elezioni col 40% quasi dei consensi.

Quelli che, ogni anno, «Ah, io il Festival di Sanremo non lo guardo, è sempre la solita solfa!» e poi l’Auditel registra quasi 14 milioni di telespettatori e uno share di oltre il 60%.

Oggi, quelli che «Ah, no, io mica mi fido a girare liberamente, col rischio di contagio che c’è ancora!» e poi, piazze, centri storici, bar, spiagge, lungomari e lungolaghi e lungofiumi stracolmi di gente.

Gli italiani, già.
Ma sempre gli altri, però.
Noi no.

(Clic.)

«Un idiota alla Casa Bianca»

La graficamente notevolissima e notevolmente emblematica prima pagina del “New York Times” del 24 maggio scorso, che presenta una lista di circa 1.000 persone morte per Covid-19 con relativi brevi necrologi, a rimarcare concretamente la spaventosa gravità della pandemia negli USA – che hanno ormai superato i 100.000 morti – come in nessun altro paese del mondo, mi ha fatto tornare alla mente, chissà come mai, un breve tanto quanto (divenuto) celeberrimo passaggio d’un libro dello scrittore e produttore televisivo (ma pure tra i massimi esperti americani di Shakespeare) Steve Sohmer:

L’America può mandare un uomo sulla Luna, figuriamoci se non possono mettere un idiota alla Casa Bianca.

(da Favorite Son, 1987, ed.it. Gli ultimi nove giorni, traduzione di Vincenzo Mantovani, Rizzoli, Milano, 1988; il passaggio è a pagina 263.)

Sohmer lo scrisse quando alla presidenza degli USA c’era ancora Ronald Reagan ma – ribadisco, chissà come mai – tale affermazione non solo non ha tempo ma risulta quanto mai perfetta proprio in questo periodo.

Chissà perché, già!

Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.