Per ribadire…*

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Noi stiamo affondando nella MERDA! Perché meno del 3% di voialtri legge libri, capito? Perché meno del 15% di voi legge giornali o riviste! Perché l’unica verità che conoscete è quella che ricevete alla TV! Attualmente, c’è da noi un’intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla TV. La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio: la macchina per una propaganda fasulla e vuota, in questo mondo senza Dio, io non so quali altre cazzate verranno spacciate per verità, qui. Quindi ascoltatemi. Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni e giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere. Quindi se volete la verità andate da Dio, andate dal vostro guru, andate dentro voi stessi, amici, perché quello è l’unico posto dove troverete mai la verità vera. Sapete, da noi non potrete ottenere mai la verità: vi diremo tutto quello che volete sentire mentendo senza vergogna, noi vi diremo che, che Nero Wolfe trova sempre l’assassino e che nessuno muore di cancro in casa del dottor Kildare e che per quanto si trovi nei guai il nostro eroe, non temete, guardate l’orologio, alla fine dell’ora l’eroe vince, vi diremo qualsiasi cazzata vogliate sentire. Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede… conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni!

Quinto potere, il film di Sidney Lumet da cui è tratta questa citazione, è uscito quarant’anni fa, nel 1976. Parole profetiche, posto ciò? O, più semplicemente – e drammaticamente – ineluttabili?

Fatto sta che al proposito, in un modo o nell’altro, stiamo: come sentenzia l’incipit del brano qui sopra e come, metaforicamente ma non troppo, ho raccontato io, quiPer ribadire il concetto, insomma – il quale non è affatto pessimista, come qualcuno m’ha detto. È obiettivo, piuttosto, né più né meno: il pessimismo (come l’ottimismo) è un atteggiamento rivolto al futuro; qui, invece, si tratta solo di osservare il presente e riferirne. Che lo si possa fare con parole del passato – di quarant’anni fa, come detto – rende più vivida e più tragica l’osservazione della realtà di tale presente, semmai.

(*: per ribadire questo, intendo.)

Se gli italiani non sanno l’italiano, non sanno di essere italiani

identicosSono sostanzialmente due le questioni fondamentali che emergono dall’accorato appello dei 600 docenti universitari italiani riguardo l’ignoranza della lingua madre da parte degli studenti italiani (cliccate sul titolo qui sotto per saperne di più). La prima, del tutto ovvia, è prettamente espressivo/comunicativa: il non saper parlare, scrivere e, gioco forza, comprendere al meglio la propria lingua non può e non potrà che generare una capacità comunicativa di livello basso, in senso teorico e pratico: una lingua impoverita o banalizzata inesorabilmente impoverisce e banalizza anche i messaggi che intende trasmettere – e ciò è ancor più grave avendo a che fare con persone che dovrebbero (condizionale d’obbligo) possedere un’istruzione di grado elevato.

cultora-italianoLa seconda questione è comunque ovvia, ma dotata di conseguenze ancor più inquietanti, se possibile: la lingua è il marcatore identitario per eccellenza di una comunità sociale, sia essa nazionale o meno: in parole povere (e riassumendo molto ma solo al fine di rendere chiaro il concetto), ove si parla italiano si è italiani, anche al di fuori dei confini statali in quanto a bagaglio culturale (vedi ad esempio l’elvetico Canton Ticino). Il perdere la capacità di padroneggiare in modo pieno e fluido la propria lingua equivale né più né meno a perdere una parte importante della propria identità culturale; ovvero, per rimarcare la questione dal punto di vista opposto, l’evidenza della perdita della suddetta capacità linguistica è chiaro e inequivocabile segno d’una grave perdita di identità. Il problema dunque non è solo di analfabetismo funzionale o dissonanza cognitiva, ma pure di potenziale alienazione culturale identitaria: c’è una sostanziale incuria del principale strumento comunicativo in nostro possesso che denuncia un’altrettanta trascuratezza culturale di base. È come pretendere di saper sciare e dichiararsi bravi sciatori perdendo la capacità di mettersi gli sci ai piedi e allacciarsi gli scarponi!

Cosa che poi, detto chiaro e tondo, a mio modo di vedere spiega pure perché un paese dalle potenzialità culturali così elevate si lasci andare a fenomeni di imbarbarimento tanto gravi, tipici di comunità sociali dotate di un livello di istruzione estremamente basso ovvero culturalmente e identitariamente alla deriva.

Ok, voi ora potrete dire: forse è soprattutto un problema di sconcertante ma in fondo superficiale ignoranza. Sì, può essere vero ma, ribadisco, è un’ignoranza che uno stato nazionale che voglia preservare e accrescere al meglio la propria cultura non può permettersi nemmeno di far nascere, figuriamoci di far sviluppare fino a livelli così gravi. Per questo, l’appello dei 600 docenti è assolutamente doveroso; mi auguro solo che non sia drammaticamente tardivo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Ma veramente il mondo finirà nelle mani degli idioti?

idiota.
A meno che non si faccia qualcosa subito, anche di drastico.
O a meno che ciò in fondo sia inevitabile, e inesorabilmente giusto.

INTERVALLO – Canton Ticino (Svizzera), “Bibliocabine”

bibliocabina1Anche il Canton Ticino si converte al riutilizzo delle vecchie cabine telefoniche in disuso come mini-biblioteche per il book crossing. Sono così nate le Bibliocabine e già 15 sono quelle attive in diverse località sparse per il territorio della regione elvetica di lingua italiana, ottenendo ovunque un ottimo successo.  «Libri lasciati finora in cantina o sugli scaffali impolverati possono in questo modo rivivere» raccontano alcuni utenti della bibliocabina di Melide, bella località sul lago a pochi chilometri da Lugano. «È un modo solidale per diffondere e scambiare sapere, cultura e quindi evoluzione positiva della persona. Ma tutto ciò serve anche a riconvertire delle strutture destinate al degrado o alla dismissione.»

Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per saperne di più.

P.S.: grazie di cuore a Stefania Comi per la segnalazione!

Società deboli, leader “forti”, cultura assente

il_grande_dittatore_locSocietà deboli – deboli di cultura, di identità, in preda a numerose fobie indotte, sociologicamente destrutturate e degradate, irrazionalmente etnocentriche – chiedono e vogliono essere guidate da leader “forti”, che tali si manifestano proprio in forza della debolezza diffusa. Ma anche in questo caso la “regola” è sempre quella: ogni popolo ha i governanti che si merita ovvero, detto in altre parole, ogni società esprime leaders che inevitabilmente sono esempio assoluto e massima rappresentazione di esse. Per ciò, queste società non si rendono conto che i loro leader forti in realtà sono estremamente deboli, che la forza da essi manifestata – quasi sempre coercitiva, guarda caso – non è che il tentativo di mascheramento della loro reale debolezza: società di questo tipo, dunque, sono inevitabilmente destinate ad una decadenza assai rapida, e tale anche per l’incapacità di cognizione della loro effettiva condizione, appunto.

Viceversa, società forti – in senso identitario, culturale, sociologico – e altamente consce del proprio “sé” non abbisognano leadership forti ma rappresentanze funzionali alla “gestione pratica” della loro forza: leader che siano degli espedienti utili al bene della società, giammai a quello di sé stessi e del loro potere.

Non a caso uso il termine “espedienti”: è di Henry David Thoreau, che al riguardo affermò la (tutt’oggi) migliore e più efficace “regola”: “Il miglior governo è quello che non governa affatto”, semplicemente perché non avrà bisogno di farlo nei confronti d’una società forte, composta da individui dotati di alto senso civico e piena consapevolezza della propria identità culturale individuale e collettiva. Una società capace di mostrare la propria forza sociale (sociologica) da sé e nel modo più proficuo possibile.

Invece, pare che certa parte del mondo – e, assurdamente, buona parte di quello presumibilmente più “avanzato” – oggi (siamo nel Terzo Millennio, anno 2017: è bene ricordarlo, forse!) vada dalla parte opposta. Nuovamente, è una questione fondamentalmente culturale, anche questa. E i risultati di questa devianza regressiva da crescente imbarbarimento collettivo si vedono già ora, purtroppo.