E che ne dite di una panchina gigante a forma di sedile da seggiovia?

Il fenomeno delle “Big Bench”, le panchinone giganti, si sta rapidamente sgonfiando: sia perché sempre più persone si rendono conto di quanto siano cafonesche, sia per come appaia ormai palese che non “valorizzino” il luogo nel quale vengono installate ma lo degradino. Ciò nonostante, o forse proprio in forza di tale montante declino, qualcuno cerca ancora di seguire quella scia malsana però inventandosi un “aggiornamento”, nella speranza di ravvivare l’attenzione (?) di qualcuno.

Ecco dunque spuntare, tra le piste da sci di Sauze d’Oulx, la panchina-seggiovia gigante.

Già. Lo so, sembra uno scherzo.

Così come sembra un testo comico l’articolo del giornale online “ValsusaOggi” che la presenta, e non per colpa del cronista della testata ma per ciò che gli è toccato riportare al riguardo.

Alcune “perle” tratte dall’articolo:

«Quattro metri di larghezza, sette di altezza […] il nuovissimo e gigantesco seggiolino da seggiovia che domina Sauze d’Oulx dai 1.800 metri di Clotes». Bello essere “dominati” da un tale manufatto, no?

«Un mega seggiolino da seggiovia è un’idea geniale che si adatta perfettamente al nostro territorio.» Uuuh, proprio geniale! E originale, innovativa, mai vista prima, veramente di gran spessore culturale, capacissima di valorizzare il territorio! Wow!

«Porterà sicuramente tanta nuova visibilità al nostro paese, perché sarà impossibile resistere a farsi una fotografia una volta vista questa meraviglia». Eh, infatti, “visibilità”: proprio questo conta per dare “valore” a un luogo, non lo sviluppo attento delle peculiarità locali e del suo ambiente montano per diffonderne la conoscenza che lo fa veramente apprezzare! Giammai!

«Invitiamo tutti ad andare a vederla e a farsi una fotografia ricordo da Sauze d’Oulx». Una foto ricordo, esatto: per ricordarsi di non tornare più, che di altre banalità da visitare ce ne sono tante pure altrove.

Ciliegina finale (anche se nell’articolo viene prima delle precedenti “perle”):

«La scelta di posizionarla a Clotes è stata strategica in quanto questo è un punto panoramico da dove si può ammirare l’intero paese e tutta la valle dal Monte Seguret fino a quello dello Chaberton (anche se per vederlo meglio ci sarebbero due alberi da abbattere)». Eh, ma infatti, che diamine?! Cosa si aspetta ad abbattere quei due maledetti alberi! Rovinano tutti i selfies dei panchinari-seggiovisti, altrimenti!

Non c’è da aggiungere altro, converrete. Ecco.

P.S.: ho cercato informazioni sull’artista che ha creato l’opera suddetta. Vedo che spesso ha realizzato cose ben più interessanti e apprezzabili di quella, il che mi rende ancora più oscuri i motivi – se ce ne fossero di validi – alla base.

La montagna nel tritacarne dei luoghi comuni

[Foto tratta da www.percorsipanchinegigantivallidilanzo.it.]

Quasi niente è ciò che sembra, tutto è falso, come cantava Giorgio Gaber. E tutto cambia di continuo. Anche se i cittadini insistono a immaginarle un villaggio vacanze abitato da gente esotica, le Alpi contemporanee sono lo specchio del mondo liquido in cui galleggiamo o nuotiamo giù in città, e dappertutto, un po’ carcerati e un po’ fuggitivi, un po’ consumisti e un po’ green, forse sinceri nelle intenzioni, nei proclami e nel sogno, ma assuefatti alle falsificazioni.
Anche per questo il dialogo non fa progressi. Ognuno pensa, giudica e non di rado offende sulla base del proprio corredo simbolico, che non comunica con gli altri. I modelli non si parlano, come succedeva con i computer quando usavano linguaggi incompatibili. Perfino certe parole non servono più, del tutto vuote di senso, ritornelli buoni per i talk show. Per fare chiarezza, è probabilmente arrivato il momento di abbandonare anche le vecchie categorie del pensiero come “ambientalismo”, “valorizzazione”, “sviluppo”, perché sono entrate nel tritacarne dei luoghi comuni e non fanno altro che infuocare sterili scontri sulle pagine social, dove si sragiona per bande e appartenenze come alla partita di calcio.

[Enrico Camanni, La Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.125. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Un endorsement indiretto ma ineccepibile alla “Montagna Sacra”

L’ultimo numero de “La Rivista del Club Alpino Italiano” (il n°8, maggio 2024), si apre con una citazione di Reinhold Messner tratta dall’intervista in esso presente rilasciata dal grande alpinista a Andrea Greci, direttore del periodico CAI.

Ecco la citazione (cliccate sull’immagine per ingrandirla):

Bene: queste parole di Messner rappresentano uno dei migliori “manifesti” dell’idea di fondo del progetto della “Montagna Sacra, del cui comitato promotore ho l’onore di fare parte insieme a figure ben più importanti e prestigiose di me, protagoniste della giornata di ieri in Valle Soana della quale ho scritto qualche giorno fa (e scriverò nei prossimi giorni). È un che si concretizza nel gesto simbolico ma emblematico di rinuncia all’ascesa del Monveso di Forzo – la montagna nel Parco Nazionale del Gran Paradiso che ispira il progetto – posto come libero invito a chi vi aderisca.

In buona sostanza: «la rinuncia» a salire per accrescere il rispetto verso la montagna, l’avere coscienza che «con meno si può fare tutto» e dunque osservare un senso del limite nei riguardi dell’invasività umana nei territori naturali così da salvaguardarli e accrescerne il valore ecosistemico, il quale assume pure inestimabili valenze culturali e sociali. Dunque conferire nuovamente alla montagna la dote di rappresentare una “scuola di vita” ma senza la solita relativa retorica bensì con una sostanziale contestualizzazione culturale al tempo e alla realtà presenti.

Concetti fondamentali, questi, ma «difficili da far passare perché siamo immersi in una società del consumo». Ecco, proprio come sostenuto da Messner, e come constatato in alcune critiche che il progetto della “Montagna Sacra” ha ricevuto, basate più sull’incomprensione delle sue idee e delle finalità che su una loro autentica confutazione. D’altro canto sono concetti, quelli appena rimarcati, che la “Montagna Sacra” esprime e trasmette compiutamente con i quali si può immaginare che la gran maggioranza delle persone sia concorde. Ed è significativo che, a suo modo, una figura tra le maggiori di sempre dell’alpinismo e della montagna li abbia – a suo modo – così ben evidenziati.

Enrico Camanni, “La Montagna Sacra”

Cosa possiamo e dobbiamo intendere oggi con il termine «sacro»? Fino a qualche tempo fa era quasi impossibile trovare un contesto nel quale la sua accezione non fosse quella classicamente religiosa, dunque correlata alla presenza del “divino” in senso fideistico. Oggi invece la realtà è pressoché ribaltata e seppur la parola «sacro/sacra» rimanda ancora, di primo acchito, all’accezione religiosa, la secolarizzazione della società e il multiculturalismo che la caratterizza – piaccia o meno – rende evaporante il portato dell’accezione, non solo dal punto di vista lessicale, e ne impone una rilettura contemporanea che consideri l’etimo originaria (la quale indica in genere ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, dunque il “divino”  ma non solo) contestualizzandola alla realtà presente e in divenire. Senza poi contare le accezioni di «sacro/sacra» che di affine al sentimento religioso hanno solo la suggestione lessicale: basti pensare alle comuni espressioni «la proprietà è sacra» (con il significato di “inviolabile”), «una promessa è sacra» (con il significato di “ineludibile”) oppure alla definizione di «osso sacro» (dal tardo latino os sacrum, che significa «osso grosso»).

Dunque, posto tutto ciò, al giorno d’oggi è possibile considerare “sacra” la natura in un senso consono alla realtà e al pensiero contemporaneo? Può una montagna essere denominata “sacra” come accade in altre culture ma, appunto, conferendo al termine un’accezione compiutamente laica? E cosa può voler dire questo oggi, quale portato concreto si genera nella percezione e per la considerazione culturale della nostra società riguardo i territori e gli ambienti naturali?

Sono alcune delle domande, queste, per le cui risposte e per la riflessione approfondita sui temi correlati e sopra accennati Enrico Camanni, prestigioso scrittore, giornalista, alpinista, ha pubblicato La Montagna Sacra (Laterza, 2024), libro nel quale l’autore piemontese torna 22 anni dopo La nuova vita delle Alpi, altro suo testo di grande valore riconosciuto, a esplorare lo stato ambientale delle montagne e in particolar modo della più amata, abitata e sfruttata catena montuosa della Terra – ovviamente le Alpi []

(Potete leggere la recensione completa de La Montagna Sacra cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Una panchina normale, finalmente!

[Immagine tratta da www.tio.ch.]
Qualche giorno sul Passo di San Lucio, tra Val Colla (Svizzera) e Val Cavargna (Italia), è stata posata una panchina in legno di castagno nel corso di una giornata contro il littering e di sensibilizzazione transfrontaliera sul tema dei rifiuti in montagna. La vedete nella foto qui sopra.

Una panchina normale, già. È un gesto tanto piccolo quanto super emblematico, fateci caso: una panchina normale per sensibilizzare contro i rifiuti sparsi in montagna i cui esempi maggiori sono proprio panchine, quelle giganti. Che sono un rifiuto, nella forma e nella sostanza: perché sono un manufatto di ferro, legno e cemento che presto andrà alla malora e perché rappresentano il rifiuto (loro malgrado, ma tant’è) di una frequentazione intelligente e consapevole dei luoghi che vorrebbero “valorizzare” e invece contribuiscono a degradare.

N.B.: una panchina normale, ribadisco. Finalmente. Guarda caso installata dagli svizzeri, non dagli italiani. Certe “malattie” colpiscono più facilmente gli organismi già debilitati, purtroppo.