Scienze esatte e scienze inesatte

A questo mondo esistono le scienze esatte. Dunque esistono anche quelle inesatte. Tra quelle inesatte, penso, al primo posto ci sono le lettere. Così divenni uno studente di lettere.

(Sergej DovlatovLa valigiaSellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.15.)

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste, che siano di tipo politico, sindacalista, cooperativista, nazionalista, sovietista o altro, sarà sempre lo stesso: favorire la paura e l’odio dei mediocri verso qualsiasi valore individuale, stimolare il fanatismo verso ogni spirito libero. Così facendo, si sgretolano le risorse essenziali per qualsiasi evoluzione umana.

(Henry-Léon Follin, Parole di un vedente (Paroles d’un Voyant), 1934.)

Ennesime parole, quelle di Follin – giornalista francese, pensatore individualista, esperto di economia politica e sociale e autore di numerosi saggi al riguardo – che a quasi un secolo di distanza dalla loro formulazione risultano non solo del tutto valide, ma pure necessarie. A quei tempi molti regimi totalitari di opposte basi ideologiche e identiche realtà pratiche minacciavano in modo evidente le libertà individuali, oggi simili minacce permangono per forza di governi dichiaratamente “democratici”, dimostrando che il “potere”, in qualsiasi forma si manifesti, mai potrà andare d’accordo con la vera libertà. Se ne dirà difensore e alleato, la lusingherà con le parole più belle e apparentemente nobili, ne chiederà il supporto per i propri fini promettendo adeguate contropartite ma, prima o poi, finirà inesorabilmente – ovvero a causa della propria ineluttabile antitetica natura – per attaccarla e soffocarla.

I mal-viventi

Comunque, vorrei denotare che è pur comprensibile ma perfettamente inutile dare dei “fascisti” a chi di tale epiteto si vanta e se ne inorgoglisce o inneggia a dittatori sconfitti e seppelliti dalla storia e dal tempo, esattamente come era inutile dare dei “comunisti” a chi un tempo avrebbe voluto vedere l’Armata Rossa gironzolare per le italiche vie o credeva Stalin un liberatore dei popoli oppressi. Peraltro gli italiani hanno la memoria cortissima o nulla e non sanno fare – non hanno mai saputo fare – i conti con la storia, la propria in primis: anche per questo la contrapposizione destra/sinistra, per entrambe le parti post-ideologicizzatasi e totalmente deculturata, si è incastrata su un contraddittorio spaventosamente infantile e stupido, grazie alla cui nullità gli estremismi più biechi possono urlare sguaiatamente senza che nessuno sappia più zittirli.

Per cui, quelli che da una parte o dall’altra – alternativamente preponderanti, in Italia – calpestano la legge, la politica (quella vera), la democrazia (quella vera), il senso civico, la cultura, l’onestà intellettuale, l’intelligenza, la dignità, il futuro del paese e dei suoi abitanti (con buona pace di quelli sodali con i suddetti), li si chiamino frequentemente con termini ben più consoni e obiettivi: mal-viventi, ad esempio. Perché, letteralmente, vivono male essi per primi, così in balìa delle proprie devianze psicomentali, e di conseguenza fanno vivere male tutti gli altri; perché rendono il vivere qualcosa di attinente al male, quando dovrebbe sempre essere il contrario; perché, come da definizione, vivono al di là, ovvero fregandosene, delle leggi civili e ancor più morali, di contro pretendendo spesso di imporre loro morali ritenute indiscutibili ma in realtà totalmente distorte e degradanti; e perché, ultimo ma non ultimo, si comportano spesso da malviventi nel senso più diffuso del termine ovvero agevolano la malvivenza di altri innescando processi di “influenza” reciproca.
Ecco.

La povertà come scuola per lo scrittore

Non mi rammarico della povertà che ho vissuto. Se si deve credere a Hemingway, la povertà è una scuola irrinunciabile per uno scrittore. La povertà rende una persona perspicace. Eccetera.
È curioso che Hemingway lo abbia capito solo dopo esser diventato ricco.

(Sergej DovlatovLa valigiaSellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.94. Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per leggerne la mia “recensione” e, comunque, leggetelo senza remore, Dovlatov, che è sempre una delizia farlo anche se non siete poveri – e spero che non lo siate mai stati e non lo sarete mai. Se poi siete ricchi come Hemingway, tanto meglio!)

Berlino, 9 novembre

Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente.

Così dichiarava, proprio il giorno 9 novembre del 1989, Günter Schabowski, membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR. La fine del Muro di Berlino, insomma, il quale “cadeva” esattamente 29 anni.

Berlino è una città bellissima e affascinante, ricca di arte, cultura, luoghi storici fondamentali, angoli meravigliosi, musei, gallerie d’arte, locali unici al mondo. Ma, io credo, chiunque dovrebbe recarsi almeno una volta a Berlino per entrare direttamente in contatto – un contatto fisico e insieme spirituale – con la storia del Muro di Berlino, una delle più sconcertanti follie mai messe in atto dal genere umano. Chiunque dovrebbe recarsi in città, magari in uno di quei luoghi ove qualche brandello del muro originario sia ancora in piedi, e toccarlo, sentire la ruvidezza del suo cemento sulle mani, cercare di percepire cosa ancora quei pezzi diroccati di sbarramento abbiano da raccontare – ed è ancora tantissimo, io credo. E magari spendere ancora una mezza giornata in un museo o in uno spazio culturale che conservi in modo vivido e attivo la memoria di quella follia assoluta e di tutto ciò che ne conseguì fino a quel 9 novembre di ventinove anni fa.
Una follia talmente assoluta da non poter (purtroppo) mai diventare superata, nel suo senso profondo: sempre didattica, sempre illuminante, sempre ammonitrice.
Andateci, dunque, a toccare con mano e spirito il Muro berlinese: vi servirà moltissimo.