
È una bella fortuna avere a disposizione due possibilità così diverse eppure, a loro modo, ugualmente interessanti, non trovate?

È una bella fortuna avere a disposizione due possibilità così diverse eppure, a loro modo, ugualmente interessanti, non trovate?
Come scrivevo già qui, qualche giorno dopo la notizia della sua scomparsa, Barry Lopez è una figura della quale, e del cui pensiero, il futuro avrà sempre più bisogno, da oggi e per lunghissimo tempo. Il che comporta che nel futuro un pubblico sempre più vasto conoscerà (dovrà conoscere) e apprezzerà la sua opera intellettuale rispetto al presente. Purtroppo è accaduto spesso che le parole di certi pensatori particolarmente profondi e rivoluzionari venissero comprese dal grande pubblico dopo tanto tempo, ad anni dalla loro scomparsa, è un difetto perdurante nelle società umane, questo; ma l’incidenza del loro pensiero sulla realtà in divenire è comunque potente e inesorabile e, nel caso, abbisogna solo che nel corso del tempo venga il momento per la sua cognizione e per la maturazione della relativa consapevolezza culturale. Quanto mai importante, con Barry Lopez, vista l’assoluta attinenza alla realtà contemporanea del nostro mondo e al suo futuro prossimo.
Per tutto ciò, e per il pubblico italiano, risulta altrettanto importante l’opera di Davide Sapienza, colui che s’è fatto “mentore” di Lopez in Italia al cui pensiero ha affiancato il proprio, altrettanto alternativo, stra-ordinario, innovativo: dunque in veste di custode primario del retaggio filosofico e morale di Barry Lopez nonché, appunto, come prosecutore del cammino analitico del grande scrittore americano lungo sentieri che dal solco principale si sono irradiati, e continuano a farlo, ovunque nel paesaggio naturale e nelle geografie umane.
Dunque non poteva che essere Davide a scrivere l’omaggio più legittimo e sentito in ricordo di Barry Lopez, accompagnando con un suo breve ma intenso pezzo un testo inedito (bellissimo e al solito illuminante) dello scrittore americano su “Limina”, corredato dalle illustrazioni di Simona Piccolini (una la vedete in testa a questo post). Nel suo prologo, Davide scrive che
In Lopez, nulla è scontato; proprio come durante un viaggio, nella wilderness piuttosto che in una città, ogni parola è un evento che risuona di vastità e che richiede di essere meditata, prima di essere pronunciata. Me lo hanno insegnato i suoi libri, me lo ha insegnato lui: scrivere è raccontare, richiede dunque spazio e tempo. Leggere Barry Lopez significa ascoltare una voce ben distinta e trovare un ritmo ben preciso. Perché sapeva che il suo importante ruolo culturale poteva e doveva lasciare un segno utile e non a caso di sé diceva «voglio vivere una vita che sia stata utile». La sua opera è con noi e lo sarà per i prossimi secoli. Perché è formidabile, perché è necessaria.
Ecco: nel complesso (dei due testi, intendo dire), l’omaggio di Sapienza a Lopez è altrettanto formidabile e necessario. Leggetelo e meditatelo con mente e cuore aperti e con spirito libero, cliccando sull’immagine in testa al post – e ringrazio di cuore Davide per avermi concesso di linkarlo pure qui e di sottoporlo così alla vostra attenzione.
P.S.: il titolo del presente post è un ovvio richiamo a questo.

Botta ha pubblicamente dichiarato quello che tutti – io per primo che dalle sponde del Lago di Lugano sul quale si affaccia ci passo spesso – hanno da sempre pensato dell’edificio di sua progettazione a Campione e cioè, per farla breve, un obbrobrio assoluto – leggete qui. A suo merito va la pubblica ammenda, per giunta piuttosto sollecita (ha impiegato poco più di dieci anni per ammettere l’errore, relativamente poco tempo), a suo demerito il tentativo di giustificarla comunque con le pressioni dei politici italiani al riguardo, il che farebbe, mi permetto di osservare, pensare a una certa mancanza di personalità (nonostante la magniloquenza della nomea da “archistar”), oltre che di visione paesaggistica.
Ecco, per l’appunto: il Casinò di Campione non è soltanto un edificio totalmente fuori scala rispetto al contesto urbano in cui è stato calato (come un gigantesco e rozzo masso in una cristalleria, l’impressione è questa) ma la sua obiettiva bruttezza deriva dalla totale mancanza di relazione con il paesaggio locale. Nessuna attinenza con la geografia, la morfologia, i cromatismi, con tutto il resto di antropico d’intorno… niente di niente.


Enrico Scaramellini – che non è “archistar” nel senso (ormai) più pacchiano del termine ma lo è, concretamente, nell’ambito della progettazione architettonica alpina – ha invece progettato a Campodolcino l’ampliamento della palestra di arrampicata. Certamente siamo di fronte a un edificio di tutt’altre dimensioni rispetto al Casinò di Campione, ma pure qui in effetti c’è l’inserimento di un volume nuovo e diverso in tutto e per tutto rispetto all’edificio esistente che gioco forza, visto l’ambiente montano, deve relazionarsi con il paesaggio circostante. Scaramellini, da mirabile progettista qual è, lo sa bene e pensa a «un inserto, un monolite che gioca con la luce e le ombre e riprende i toni del paesaggio circostante», come ha scritto sulla sua pagina facebook. Ovvero, un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso. Qui sì che c’è piena attinenza con il paesaggio; questa sì che è architettura, nel senso pieno e compiuto del termine.
Be’, visto che Mario Botta pare stia pensando, ora, a come riutilizzare il suo ciclopico edificio a Campione (secondo me, da abbattere senza indugio alcuno), mi viene da pensare che nel merito potrebbe certamente farsi ispirare da Scaramellini e dai suoi progetti. Lo so, non ne ha (avrebbe) bisogno, vista il suo curriculum architettonico e i numerosi progetti assai apprezzabili eseguiti, ma forse a volte sì – e il paesaggio ne ha bisogno sempre, di interventi ad esso armoniosi, ovunque e inevitabilmente.
Si può essere più o meno d’accordo con il senso del gesto (io lo sono assolutamente, come già ho scritto qui) ma, nel principio, trovo che il pubblico rifiuto di Corrado Augias della Legion d’Onore, massima onorificenza francese, restituendone le insegne in segno di protesta contro la recente decisione del presidente francese Emmanuel Macron di concedere quello stesso importante riconoscimento al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi – secondo Augias «un capo di Stato che si è reso oggettivamente complice di efferati criminali» – sia un atto di antico e nobile lignaggio intellettuale. “Antico” perché suo malgrado desueto, per come la figura dell’intellettuale negli ultimi anni si sia indubbiamente degradata, banalmente mediatizzata, convertita in quella assai meno nobile dell’opinion maker (o, ancora peggio, dell’influencer da social network), legata a pratiche “sloganistiche” sovente prive di spessore culturale al punto che, sempre più frequentemente, oggi “l’intellettuale” ovvero la figura presunta tale e da qualcuno così definita è proprio quella del proclamatore di slogan totalmente di parte ovvero antitetico alla figura colta «depositaria di valori culturali universali che trascendono gli interessi particolari e i pregiudizi partigiani», come enuncia la definizione del termine.
Corrado Augias è peraltro personaggio pubblico in tal senso ormai raro e dunque assai apprezzabile, al di là delle sue posizioni e convinzioni (con le quali, ribadisco, si più concordare oppure no): mi fa piacere che il suo gesto sia stato ampiamente ripreso dagli organi di informazione “seri” – come quelli che cito/linko qui – anche proprio per come attraverso di esso Augias riesca a ridare valore a quella definizione e alla relativa figura, così in crisi nell’opinione pubblica della società contemporanea (se non estinta o quasi, appunto) eppure niente affatto anacronistica, anzi, ancor più fondamentale di una volta nel mondo tanto iperconnesso quanto psico-sconnesso di oggi, così bisognoso di certezze culturali e ideali intellettuali nell’oceano di fake news, idiozie, ignoranze e barbarie varie e assortite che lo stanno soffocando.
Non voglio dire, insomma, che si debba tornare a leggere e praticare un testo come La missione del dotto di Fichte, ma dico che un testo come questo, se messo in pratica oggi come un “dotto” qual è Augias fa con il suo pur simbolico gesto, e se praticato diffusamente, credo che farebbe questo nostro mondo un poco migliore di quel che è, o quanto meno più consapevole e erudito. D’altro canto,
L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.
Be’, come non poter essere d’accordo con queste parole, seppur scritte più di due secoli fa?
Poi, in tutta sincerità, a me il termine “intellettuale” non piace nemmeno tanto; preferisco “pensatore”, nonostante sia forse anche più desueto del primo. D’altro canto l’intelletto lo abbiamo tutti, il pensiero credo invece di no. Ecco.

Come molti altri della mia generazione e di quelle precedenti (magari anche delle successive ma meno, temo), sono “cresciuto” con il Grande Dizionario Enciclopedico nella sua terza edizione, del 1966-1975, acquistata dai miei genitori (forse a rate) in luogo della Treccani che ai tempi era “roba da ricchi” per via del costo notevole, e i cui volumi leggevo quotidianamente come fossero romanzi, voce per voce, pagina dopo pagina, ricavandoci dati, nozioni, conoscenze, saperi, idee, progetti, aspirazioni, utopie – preziosissima cultura, insomma. Tutti mattoni imprescindibili per la costruzione del mio personale “piccolo mondo”, del tutto armonico con il “grande mondo” là fuori.
Oggi, che grazie al web abbiamo a disposizione un bagaglio di informazioni infinitamente più grande di quello pur ampio che il Grande Dizionario Enciclopedico offriva, per giunta costantemente aggiornato, l’impressione è che paradossalmente (o forse no?) ne sappiamo meno del mondo che abbiamo intorno o, meglio, ne capiamo meno. Non per fare del banale e infondato nostalgismo, ma quei grandi volumi della UTET (che ai tempi era un’unica entità editoriale, mentre oggi il marchio è principalmente di proprietà della De Agostini), col loro peso così percepibile, soprattutto per un ragazzino qual ero ai tempi in cui li leggevo tanto avidamente, forse rappresentavano il fondamentale peso della cultura meglio che molto del web attuale, almeno simbolicamente. Di sicuro richiedevano un cospicuo impegno alla lettura, ma di contro regalando un così intenso piacere per la scoperta tecnica, scientifica o culturale, che oggi credo sia uno zelo andato ormai smarrito o quasi. Il che non significa automaticamente che era meglio prima, ma che non fosse peggio come si potrebbe ritenere magari sì, ecco.
Be’, altra cosa assolutamente sicura è che i volumi del Grande Dizionario Enciclopedico UTET resteranno a fare bella mostra di se stessi nella mia biblioteca di casa, finché ci sarò (vedi qui sopra): i valori di bilancio se troppo negativi possono anche determinare una triste fine commerciale, ma il valore della cultura resta invece imperituro e determina sempre il successo personale di chi ne sa godere.