Due possibilità

[Foto di Gerhard G. da Pixabay.]
Io comunque vorrei (riba)dire, a quelli che guidano l’auto con in mano lo smartphone leggendo/ascoltando i messaggi delle chat o scrivendone/registrandone di loro, nel mentre che in forza di ciò quella loro auto procede a scatti, sbanda, supera la mezzeria, curva in contromano e quant’altro di analogo, che in tali circostanze hanno due possibilità: o accostare e fermarsi, per inviare i loro messaggi o leggere quelli degli amici senza ulteriori rischi per se stessi e per gli altri, oppure ribaltarsi alla prima occasione (o curva) utile, senza farsi del male ma distruggendo la propria auto ed eliminando così qualsiasi ulteriore rischio – per gli altri senza dubbio.

È una bella fortuna avere a disposizione due possibilità così diverse eppure, a loro modo, ugualmente interessanti, non trovate?

 

L’architettura È paesaggio (ma a volte no!)

[Foto di AdmComSRL, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte qui.]
Per una mera suggestione personale – forse per qualcuno ingiustificata, ma tant’è – mi viene da accostare quanto ha dichiarato qualche giorno fa il celebre architetto svizzero Mario Botta in merito al “suo” Casinò di Campione d’Italia (foto sopra) con un recente progetto dell’altro stimato architetto Enrico Scaramellini, il cui cantiere aprirà quest’anno (foto sotto).

Botta ha pubblicamente dichiarato quello che tutti – io per primo che dalle sponde del Lago di Lugano sul quale si affaccia ci passo spesso – hanno da sempre pensato dell’edificio di sua progettazione a Campione e cioè, per farla breve, un obbrobrio assolutoleggete qui. A suo merito va la pubblica ammenda, per giunta piuttosto sollecita (ha impiegato poco più di dieci anni per ammettere l’errore, relativamente poco tempo), a suo demerito il tentativo di giustificarla comunque con le pressioni dei politici italiani al riguardo, il che farebbe, mi permetto di osservare, pensare a una certa mancanza di personalità (nonostante la magniloquenza della nomea da “archistar”), oltre che di visione paesaggistica.
Ecco, per l’appunto: il Casinò di Campione non è soltanto un edificio totalmente fuori scala rispetto al contesto urbano in cui è stato calato (come un gigantesco e rozzo masso in una cristalleria, l’impressione è questa) ma la sua obiettiva bruttezza deriva dalla totale mancanza di relazione con il paesaggio locale. Nessuna attinenza con la geografia, la morfologia, i cromatismi, con tutto il resto di antropico d’intorno… niente di niente.
Enrico Scaramellini – che non è “archistar” nel senso (ormai) più pacchiano del termine ma lo è, concretamente, nell’ambito della progettazione architettonica alpina – ha invece progettato a Campodolcino l’ampliamento della palestra di arrampicata. Certamente siamo di fronte a un edificio di tutt’altre dimensioni rispetto al Casinò di Campione, ma pure qui in effetti c’è l’inserimento di un volume nuovo e diverso in tutto e per tutto rispetto all’edificio esistente che gioco forza, visto l’ambiente montano, deve relazionarsi con il paesaggio circostante. Scaramellini, da mirabile progettista qual è, lo sa bene e pensa a «un inserto, un monolite che gioca con la luce e le ombre e riprende i toni del paesaggio circostante», come ha scritto sulla sua pagina facebook. Ovvero, un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso. Qui sì che c’è piena attinenza con il paesaggio; questa sì che è architettura, nel senso pieno e compiuto del termine.

Be’, visto che Mario Botta pare stia pensando, ora, a come riutilizzare il suo ciclopico edificio a Campione (secondo me, da abbattere senza indugio alcuno), mi viene da pensare che nel merito potrebbe certamente farsi ispirare da Scaramellini e dai suoi progetti. Lo so, non ne ha (avrebbe) bisogno, vista il suo curriculum architettonico e i numerosi progetti assai apprezzabili eseguiti, ma forse a volte sì – e il paesaggio ne ha bisogno sempre, di interventi ad esso armoniosi, ovunque e inevitabilmente.

Un plauso ad Augias (e a Fichte)!

Si può essere più o meno d’accordo con il senso del gesto (io lo sono assolutamente, come già ho scritto qui) ma, nel principio, trovo che il pubblico rifiuto di Corrado Augias della Legion d’Onore, massima onorificenza francese, restituendone le insegne in segno di protesta contro la recente decisione del presidente francese Emmanuel Macron di concedere quello stesso importante riconoscimento al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi – secondo Augias «un capo di Stato che si è reso oggettivamente complice di efferati criminali» – sia un atto di antico e nobile lignaggio intellettuale. “Antico” perché suo malgrado desueto, per come la figura dell’intellettuale negli ultimi anni si sia indubbiamente degradata, banalmente mediatizzata, convertita in quella assai meno nobile dell’opinion maker (o, ancora peggio, dell’influencer da social network), legata a pratiche “sloganistiche” sovente prive di spessore culturale al punto che, sempre più frequentemente, oggi “l’intellettuale” ovvero la figura presunta tale e da qualcuno così definita è proprio quella del proclamatore di slogan totalmente di parte ovvero antitetico alla figura colta «depositaria di valori culturali universali che trascendono gli interessi particolari e i pregiudizi partigiani», come enuncia la definizione del termine.

Corrado Augias è peraltro personaggio pubblico in tal senso ormai raro e dunque assai apprezzabile, al di là delle sue posizioni e convinzioni (con le quali, ribadisco, si più concordare oppure no): mi fa piacere che il suo gesto sia stato ampiamente ripreso dagli organi di informazione “seri” – come quelli che cito/linko qui – anche proprio per come attraverso di esso Augias riesca a ridare valore a quella definizione e alla relativa figura, così in crisi nell’opinione pubblica della società contemporanea (se non estinta o quasi, appunto) eppure niente affatto anacronistica, anzi, ancor più fondamentale di una volta nel mondo tanto iperconnesso quanto psico-sconnesso di oggi, così bisognoso di certezze culturali e ideali intellettuali nell’oceano di fake news, idiozie, ignoranze e barbarie varie e assortite che lo stanno soffocando.

Non voglio dire, insomma, che si debba tornare a leggere e praticare un testo come La missione del dotto di Fichte, ma dico che un testo come questo, se messo in pratica oggi come un “dotto” qual è Augias fa con il suo pur simbolico gesto, e se praticato diffusamente, credo che farebbe questo nostro mondo un poco migliore di quel che è, o quanto meno più consapevole e erudito. D’altro canto,

L’uomo esiste per migliorarsi sempre più dal punto di vista morale e per rendere migliore tutto ciò che lo circonda: sia nella sfera della sensibilità, sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della sensibilità. sia anche, se lo consideriamo nell’ambito della società, dal punto di vista etico e così facendo, per rendere se stesso sempre più felice.

Be’, come non poter essere d’accordo con queste parole, seppur scritte più di due secoli fa?

Poi, in tutta sincerità, a me il termine “intellettuale” non piace nemmeno tanto; preferisco “pensatore”, nonostante sia forse anche più desueto del primo. D’altro canto l’intelletto lo abbiamo tutti, il pensiero credo invece di no. Ecco.

Addio, UTET!

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Che tristezza leggere del fallimento della UTET Grandi Opere!

Come molti altri della mia generazione e di quelle precedenti (magari anche delle successive ma meno, temo), sono “cresciuto” con il Grande Dizionario Enciclopedico nella sua terza edizione, del 1966-1975, acquistata dai miei genitori (forse a rate) in luogo della Treccani che ai tempi era “roba da ricchi” per via del costo notevole, e i cui volumi leggevo quotidianamente come fossero romanzi, voce per voce, pagina dopo pagina, ricavandoci dati, nozioni, conoscenze, saperi, idee, progetti, aspirazioni, utopie – preziosissima cultura, insomma. Tutti mattoni imprescindibili per la costruzione del mio personale “piccolo mondo”, del tutto armonico con il “grande mondo” là fuori.

Oggi, che grazie al web abbiamo a disposizione un bagaglio di informazioni infinitamente più grande di quello pur ampio che il Grande Dizionario Enciclopedico offriva, per giunta costantemente aggiornato, l’impressione è che paradossalmente (o forse no?) ne sappiamo meno del mondo che abbiamo intorno o, meglio, ne capiamo meno. Non per fare del banale e infondato nostalgismo, ma quei grandi volumi della UTET (che ai tempi era un’unica entità editoriale, mentre oggi il marchio è principalmente di proprietà della De Agostini), col loro peso così percepibile, soprattutto per un ragazzino qual ero ai tempi in cui li leggevo tanto avidamente, forse rappresentavano il fondamentale peso della cultura meglio che molto del web attuale, almeno simbolicamente. Di sicuro richiedevano un cospicuo impegno alla lettura, ma di contro regalando un così intenso piacere per la scoperta tecnica, scientifica o culturale, che oggi credo sia uno zelo andato ormai smarrito o quasi. Il che non significa automaticamente che era meglio prima, ma che non fosse peggio come si potrebbe ritenere magari sì, ecco.

Be’, altra cosa assolutamente sicura è che i volumi del Grande Dizionario Enciclopedico UTET resteranno a fare bella mostra di se stessi nella mia biblioteca di casa, finché ci sarò (vedi qui sopra): i valori di bilancio se troppo negativi possono anche determinare una triste fine commerciale, ma il valore della cultura resta invece imperituro e determina sempre il successo personale di chi ne sa godere.