INTERVALLO – Sarajevo (Bosnia Erzegovina), Biblioteca Nazionale


Inevitabile dedicare un articolo di questa sezione denominata Intervallo alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo e alla sua recente riapertura (è stata inaugurata lo scorso 9 Maggio 2014), un evento di altissimo valore simbolico per quanto la biblioteca ha subìto e, di conseguenza, ha rappresentato – suo malgrado – non solo nella storia della Guerra di Jugoslavia ma, lo si può ben dire, per l’intera vicenda culturale europea moderna.
Cliccate sull’immagine per saperne di più, oppure QUI per leggere un interessante articolo di approfondimento sulla storia della biblioteca, dal sito balcanicaucaso.org.

La recensione di “Lucerna, il cuore della Svizzera” su MicroEditoria.com

Anche MicroEditoria, il blog di informazione sulla microeditoria italiana, ha dedicato un bell’articolo/recensione al mio ultimo libro. Ve lo propongo di seguito, ma non prima di ringraziare di cuore la redazione del blog per lo spazio dedicatomi. (E potete cliccare qui per leggere l’articolo in originale.)

virgoletteLucerna, il cuore della Svizzera, Luca Rota, Historica Edizioni collana Cahier Viaggio, 2013

In questo libro verrete accompagnati sulle rotte nascoste di una incantevole Lucerna, in un formato assolutamente “da viaggio”, comodo da riporre nella tasca della giacca oppure in valigia senza che rubi troppo peso e spazio, peraltro ad un prezzo assolutamente popolare, solo 5 Euro.

Il libro e l’autore ci guideranno nelle vie nascoste di una città incantevole che il turista ordinario e il visitatore classico generalmente non seguono: rotte tracciate sui selciati, sui marciapiedi, sui muri, sui colmi dei tetti ma anche nel cielo, sull’acqua, sulle linee dell’orizzonte oltre che, forse Lucerna-libro-cut_750soprattutto, nel cuore e nell’animo. Possiamo definirlo un diario di viaggio su cui sono stati fissati dei punti di riferimento per orientarsi in un tragitto non esclusivamente geografico, che ci aiuta a comprendere e a viaggiare con occhi più consapevoli e attenti grazie all’interpretazione visionaria dell’autore.

Il libro rientra perfettamente nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica, curata e diretta da Francesca Mazzucato. “Cahier” nella lingua francese indica un quaderno di appunti sul quale annotare qualcosa che pare interessante ricordare e riprendere più avanti, proprio come questo libro romantico e al tempo stesso appassionato che ci regala degli scorci unici di una città davvero bella e magnetica.

“Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.” (Luca Rota in Lucerna, il cuore della Svizzera)

P.S.: cliccate QUI per conoscere ogni informazione utile su Lucerna, il cuore della Svizzera.

In cammino – George Meegan, “La Grande Camminata”

P.S. (Pre Scriptum!): per avere informazioni su questa sezione del blog, cliccate QUI.

Quando si parla di camminare – e camminare parecchio! – non si può non citare George Meegan, forse il più grande “camminatore” vivente. Ma al di là delle sue imprese e dei relativi record, Meegan – membro della Royal Geographical Society di Londra e docente di Scienze marittime presso la Kobe University in Giappone dove vive, dunque uno che sul “muoversi” per il pianeta ha pure una personale preparazione accademica – ha saputo fare dell’atto del camminare un vero e proprio stile di vita in senso materiale, scientifico, filosofico e spirituale, interpretando pienamente il concetto di movimento nello spazio, e dunque di scoperta continua, passo dopo passo, dello stesso spazio attraversato.
Il testo più noto di Meegan reperibile sul mercato è naturalmente quello legato alla sua più grande impresa, La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni, il diario della traversata completa dell’immenso continente americano, dall’estremo Sud all’estremo Nord. Ve lo presento attraverso l’articolo pubblicato su epipaideia.com, giornale on line di arte e cultura, da Giulia Bitto – potete leggere l’articolo in originale qui.

virgoletteIl pomeriggio del 18 settembre 1983, sul margine settentrionale dell’insediamento della baia di Prudhoe, in Alaska, percorsi gli ultimi chilometri di tundra melmosa verso il limitare del Mar Glaciale Artico, dove immersi le mani nelle gelide acque d’argento. Erano i passi finali di un viaggio durato sette anni. Ce l’avevo fatta. Fisicamente ed emotivamente spossato, caddi in ginocchio e piansi.
La più lunga marcia ininterrotta di tutti i tempi è raccontata nel libro “La grande camminata” da George Meegan: dalla Patagonia all’Alaska in sette anni (tra il 1977 e il 1983), un’avventura di 30.000 km. Un’impresa epica che Meegan compì con il solo aiuto della gente incontrata lungo il cammino e con il sostegno dei familiari, prima tra tutti la moglie Yoshiko, che con pazienza visse lontana dal marito per quasi tutto il viaggio, insieme ai due figli Ayumi e Geoffrey. Un piccolo carretto contenente l’essenziale, scarponi (italiani), pochi vestiti e un’immensa forza di volontà: questo servì all’autore per portare a termine la traversata delle Americhe. Niente soldi e niente sponsor per il più grande camminatore della storia. “Ho viaggiato senza denaro per essere come le persone intorno a me e ho sempre avuto quel che mi serviva: aiuto, cibo, acqua, ospitalità… Io credo che se vivi in armonia col mondo avrai sempre quello che ti serve.
Il libro, pubblicato nel 2007 da Mursia dopo travagliate vicende editoriali, è una sorta di diario che Meegan stesso scrisse durante il suo viaggio. La parte prima, dedicata al Sud America (del quale cop_la-grande-camminataattraversò la Terra del fuoco, il Cile, la Patagonia, l’Argentina settentrionale, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, il Darièn Gap e Panama) è forse la più rappresentativa e la più bella: una terra tormentata, lacerata dalle guerre, dalla povertà, ma una terra ospitale, bella ed accogliente. Ovunque George si fermasse, dal contadino al dottore, dalla povera famiglia indigena al proprietario terriero, gli veniva offerto del cibo e un posto in cui dormire. Le persone, su cui tanto il nostro viaggiatore aveva riposto le speranze per sopravvivere, non gli hanno mai negato l’essenziale: tanti sono stati ricordati e ringraziati profondamente. Il Sud America ha lasciato una traccia indelebile nell’animo di Meegan. Grazie ai tanti tipi di persone incontrati, grazie alla loro bontà e disponibilità, l’autore ha imparato ad apprezzare la bellezza dell’umanità. Dice in un’intervista per Panorama: “Ho visto posti bellissimi, ma soprattutto mi sono innamorato della bellezza delle persone. Gente che vive lottando ogni giorno. Vedendoli capisci che una vita senza lotta è una cosa di seconda classe, non è vera vita.
Nonostante sforzi incredibili (quasi 40 km di camminata giornaliera e rari soggiorni di più notti in uno stesso luogo) e nonostante cominciasse a farsi sentire la mancanza di una famiglia lontana (vista soltanto due volte nel corso del viaggio e per poche settimane) George Meegan attraversò la Costa Rica, il Nicaragua, l’Honduras e il Guatemala fino a giungere nel Nord America. La differenza tra quest’ultimo e il suo “fratello” del Sud fu evidente: il viaggiatore trovò con fatica persone disposte ad accoglierlo, e le chiese, le caserme dei vigili del fuoco o della polizia e altre strutture simili in cui nel sud alloggiava spesso non furono sempre benevole nei suoi confronti. Certamente l’apparato burocratico, le istituzioni e l’alto tasso di povertà dei paesi a sud del Texas non erano dei migliori: svariate furono le difficoltà incontrate. Ma ogni umile cittadino di queste terre offriva ciò che poteva: questo non accadde al nord.
Superata l’America l’autore entrò nel Canada, dal quale avanzò verso l’Oceano Pacifico, per poi risalire in Alaska: il traguardo finale. Accompagnato nell’ultimo tratto dalla famiglia completò una delle più grandi imprese di sempre. Un sogno realizzato grazie alla comprensione dei familiari e a una forza di volontà strabiliante. Il viaggio ancora una volta si è fatto metafora della vita stessa, scoperta del mondo, scoperta di sé, ma soprattutto scoperta di un’umanità varia e meravigliosa. Un viaggio fuori dal comune, basato solo sulle proprie energie e su quelle donate dagli altri. A George Meegan compiere la più grande camminata di sempre è servito a svelare la bellezza del mondo intero e ad apprezzarlo per com’è.
Il viaggio aveva fatto storia. Non solo avevo percorso a piedi l’intero emisfero occidentale (impresa mai realizzata prima), ma ero stato protagonista della più lunga camminata ininterrotta di tutti i tempi. Si trattava, fattore decisivo per me, dell’apice di un sogno realizzato. E allora perché le lacrime, perché quel senso di pesantezza nel cuore? Perché ora ero costretto a dire addio alla mia buona amica, l’inflessibile aguzzina, l’intima compagna onnipresente di oltre novanta mesi di cammino: la strada sotto ai miei piedi.

BUK Festival 2014, a bocce ferme: sempre un bel vestito ma con qualche piccolo buKo…

Passato qualche giorno e avendo dunque ben assimilato e metabolizzato le impressioni raccolte, medito sulla IX Edizione di BUK Festival, la rassegna dedicata alla piccola e media editoria di Modena svoltasi lo scorso fine settimana nella consueta sede del Foro Boario – nemmeno 5 minuti dal centro pedonale della città – che si era presentata con un’immagine sotto molti aspetti rinnovata e non poche aspettative, palesando chiaramente la volontà di diventare ancor più di quanto lo sia ora un punto di riferimento imprescindibile nel panorama degli eventi pubblici dedicati all’editoria indipendente italiana – aspettative delle quali avevo già disquisito nei giorni precedenti l’apertura della rassegna.
A mio modo di vedere gli eventi come questo, che per mere ragioni di budget difficilmente possono contare sull’attrattiva di nomi importanti del settore letterario e/o culturale in generale (per quanto spesso questi si facciano (stra)pagare!), hanno nella precipua natura la loro maggior fortuna e al contempo la maggior sfortuna: chi li visita nutre certamente un più elevato interesse particolare verso quanto proposto tra gli stand rispetto al visitatore della grande kermesse generalista (certo, sto pensando in primis a Torino), dunque avendo a sua disposizione un logo-BUK2pubblico potenzialmente ben disposto all’esplorazione e alla scoperta delle nuove proposte delle editrici indipendenti e sapendo d’altro canto, appunto, che qui non troverà il best seller da milioni di copie i cui poster giganteggiano nelle suddette kermesse nazional-popolari e il cui autore (ovviamente celebre e celebrato, quasi sicuramente volto televisivo ergo (stra)pagato, vedi sopra) probabilmente attirerebbe folle composte pure da chi un libro non lo leggerebbe nemmeno sotto tortura. Di contro, un evento del genere trova senza dubbio maggiori difficoltà ad attrarre tra i suoi stand quella gran massa di lettori deboli e debolissimi che compongono il grosso della relativa categoria nostrana i quali, se leggono un libro all’anno (e non di più, vedi statistiche) è inevitabilmente quello dell’autore della TV e/o di cui s’è parlato nell’uno o nell’altro talk show: insomma, gente che – lo dico con tutto il rispetto del caso – ha poca dimestichezza con la letteratura propriamente detta.
Il BUK Festival, al pari delle altre due o tre rassegne italiane di simile forma, sostanza e importanza, rappresenta un momento a dir poco fondamentale per far incontrare il pubblico “medio” con l’editoria indipendente e così generare quel necessario circolo virtuoso che può permettere alla stessa di non restare perennemente rinchiusa nel minuscolo recinto nel quale viene costretta anche (forse soprattutto) dall’oligopolio commerciale delle grandi case editrici. In soldoni, scopo primario di un evento come BUK è certamente quello di portare la gente comune davanti agli stand egli editori, anche più che viceversa – e in effetti una delle aspettative che la stessa organizzazione del festival modenese annunciava nei giorni precedenti l’apertura era proprio quello di superare il record di affluenza dello scorso anno. Le premesse non sono state certo delle migliori, soprattutto per quel valzer di date ballato nelle settimane precedenti (BUK doveva svolgersi verso metà Aprile, poi a Febbraio, poi a Marzo e infine di nuovo a Febbraio) che ha ingenerato un certo sconcerto tra alcuni editori, tant’è che era evidente un calo della presenza degli stessi rispetto allo scorso anno e un certo relativo turnover con altri editori per la prima volta presenti a Modena. Per quanto riguarda l’affluenza di pubblico, al momento in cui scrivo il presente articolo non sono stati ancora resi noti dati ufficiali, ma l’impressione è che anche qui una pur lieve flessione ci si sia stata, nonostante poi tra gli editori con cui ho potuto conferire ho riscontrato uno stato d’animo da “poteva andar meglio, ma anche peggio” che di questi tempi è cosa quasi da festeggiare con lo spumante, magari non proprio quello più costoso…
Di contro, l’organizzazione nelle giornate di apertura al pubblico si è confermata buona, come lo è sempre stata gli scorsi anni. Ma proprio riguardo l’organizzazione mi viene da denotare quella che – personalmente, certo – ho trovato essere la pecca più evidente del BUK di quest’anno: una sostanziale mancanza di promozione in città, atta a far che la tantissima gente che ci passeggiava – complice il bel tempo, appunto – venisse informata e invogliata a fare nemmeno cinque minuti in più di strada oltre il centro storico per raggiungere il Foro Boario e visitare il festival. Ecco, tale mancanza – se così posso definirla, nell’ottica di quanto affermato poco sopra sulla necessità di conseguire lo scopo del portare nuovi lettori agli stand degli editori indipendenti, l’ho trovata piuttosto importante, e assolutamente da evitare gli anni prossimi. La fortuna di avere il centro di una città importante (che non sarà Londra o Parigi, certo, ma nemmeno un minuscolo borgo di provincia!) a pochi passi è un’opportunità che deve necessariamente essere sfruttata meglio, magari anche ampliando le varie sinergie già esistenti tra il festival e le location esterne ad esso, conferendovi la massima visibilità possibile e senza dunque limitarsi ad eventi inevitabilmente attraenti solo un pubblico ristretto e specificatamente interessato all’evento stesso.
Anche la collaborazione con le istituzioni francesi per gli eventi legati alla cultura transalpina e basca in particolare – una delle novità dell’edizione appena conclusa –  mi è parsa un po’ troppo evanescente: l’idea è senza dubbio buona, dato che nessuno vieta a una rassegna dedicata alla piccola e media editoria che la stessa non possa vestirsi di “abiti internazionali” come fanno quelle maggiori con gran pompe magne, anzi: c’è forse più affinità editorial-letteraria tra i piccoli editori italiani e quelli esteri che tra questi e la grande editoria nostrana, così inopinatamente “industrializzata” da essere in troppi casi ormai lontana da eccellenze europee di ben altro tenore – e proprio la citata Francia certamente sul tema ha qualcosa da insegnare. Ma, appunto, l’idea è buona e mi auguro si sviluppi meglio nelle prossime edizioni, a condizione di non togliere risorse (soprattutto economiche) alle iniziative direttamente legate alla realtà italiana e così da portare il buon nome della rassegna modenese anche su mercati forestieri di pregio, con possibilità di interscambi indubbiamente molto interessanti anche per gli stessi editori presenti in rassegna.
Lo ribadisco: una manifestazione come BUK Festival deve essere sostenuta con tutte le forze – ineluttabilmente sostenuta, mi verrebbe da dire! – per l’enorme importanza potenziale che possiede e non solo relativamente al comparto editoriale piccolo, medio e indipendente, in questo nostro paese sempre così poco attento al proprio sviluppo culturale, ancor più nel caso di buona cultura come è questo. C’è solo da augurarsi che le mancanze di quest’anno – nulla di grave, ribadisco, a patto che non diventino croniche al punto da avviare una qualche involuzione nello sviluppo futuro del festival – possano essere eliminate così da focalizzare gli sforzi organizzativi con ancora maggiore intensità ed energia verso quel fine di rappresentare un ineluttabile faro pubblico per l’intera editoria indipendente italiana, primo, e secondo un’attrattiva veramente intrigante e immancabile per un pubblico sempre più vasto e sempre più consapevole che è in questi eventi che si può trovare la vera buona letteratura italiana, quella di alta qualità, e non certo in altri luccicanti tanto quanto opachi in quel senso.

P.S.: foto in testa all’articolo © Isabella Colucci