Dubitare. Sempre. (John Zorn dixit)

Ognuno di noi convive quotidianamente con il dubbio. Io sono sempre dubbioso in merito ciò che faccio. È una tortura senza fine ed è per questa ragione che ritengo il concetto di felicità quanto meno irrilevante. La felicità è roba per bambini e yuppie. Non combatto per raggiungere la felicità ma piuttosto per cercare di portare a termine un lavoro. A volte le cose migliori nascono mentre il dubbio ci logora: è necessario ripensare e rivalutare costantemente ciò che si sta facendo, senza smette mai di lavorare, sino a quando non si ha la sensazione precisa di aver finito. Questo è un altro aspetto interessante: comprendere quando fermarsi. Di tanto in tanto capitano quei momenti magici in cui tutto va come deve andare.

(John Zorn, intervistato dal magazine Bomb – The Artist’s Voice Since 1981, 2002. Citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.29.)

ZornQuanto afferma John Zorn – uno dei più grandi musicisti viventi, per la cronaca – vale per qualsiasi lavoro artistico, sia musicale che visivo che (forse ancor più) letterario. Il dubbio, ovvero la costante attenzione interrogativa su che si sia veramente fatto un buon lavoro, e la conseguente riflessione in tal senso, è a dir poco fondamentale per poterlo portare a compimento nel modo migliore possibile e per evitare qualsiasi rischio di superficialità, oltre che di vanagloria.
In fondo, come diceva Nietzsche, “la fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità credute fino a quel momento” (Umano, troppo umano II): “verità” cioè aver fatto veramente un buon lavoro, appunto, e non crederlo per mera, interessata supponenza.

INTERVALLO – West Chester (Pennsylvania – USA), Baldwin’s Book Barn

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Volete una libreria che trasudi fascino da ogni singola pietra (e non solo) dell’edificio che la ospita? Beh, fatevi un viaggetto in Pennsylvania, a West Chester, e potrete visitare il Baldwin’s Book Barn, vera e propria istituzioni per qualsiasi amante dei libri e della lettura di questa parte di USA. Ospitata in un granaio del 1822 immerso in un paesaggio idilliaco, distribuita sui cinque piani dell’interno e impreziosita da un’infinità di oggetti e angoli a dir poco suggestivi – muri in pietra, stufe a legna, mappe e stampe d’epoca sulle pareti, vecchie mensole e scaffali in legno e persino un angolo cottura – la libreria custodisce oltre 300.000 tra libri nuovi, usati e rari ed è senza dubbio di quelle tra le cui stanze si potrebbero tranquillamente passare giorni interi, per quanto l’atmosfera che vi regna risulti per chiunque – non solo per i lettori forti, dunque – assolutamente intrigante.

Cliccate sulle immagini in testa al post per visitare il sito web della libreria (in inglese).

“Inopinatamente” (stiamo immiserendo la lingua italiana…)

peter-griffinEro in un ufficio pubblico a discutere d’una certa questione da ufficio pubblico e, nel dibattere con il funzionario lì presente, m’è venuto da dire inopinatamente, che è un lemma che chissà com’è mai da sempre mi viene da usare – un probabile retaggio di passate letture classiche, credo. «La pratica è stata gestita in maniera inopinatamente sbagliata», ho detto.
E, per qualche attimo, ho visto il terrore negli occhi di quel funzionario.
«Sì, nel senso che nessuno avrebbe mai pensato che venisse gestita così… non era prevedibile, ecco» ho precisato.
Ovvio, la questione per la quale ero lì mica l’ho risolta, ci mancherebbe. Però, almeno per quegli attimi, mi sono divertito parecchio. Ma non perché mi compiaccia dell’uso di termini che qualcuno potrebbe considerare aulici, colti (sarebbe una roba da idioti, questa, non certo da persone “colte”), semmai perché, nel generale impoverimento contemporaneo del lessico diffuso, parole che non avrebbero in sé nulla di pindarico diventano sempre più spesso sconcertanti, quasi. Come se la fretta totalitaria che governa il vivere odierno debba pure imporre un parlato il più possibile striminzito, per dire più cose in minor tempo (supponendo poi che qualcosa da dire, di importante intendo, vi sia) persino in ambiti dove la verbalità lessicalmente ben strutturata non solo è piacevole da ascoltare, ma è pure utile all’armonia della discussione e, nel caso, alla concordanza d’opinioni. Sia chiaro: la lingua quando è viva si trasforma ed evolve nel tempo, e per fortuna che è così; tuttavia non dovrebbe assolutamente impoverirsi nel corso di tali trasformazioni, questo è il problema fondamentale, e ancor più non dovrebbe subire ciò per mano di chi la possiede – cioè di coloro per i quali è lingua madre.
Magari è giusto così, non sono nessuno per confutare questa cosa. Però penso sia un gran peccato che la lingua italiana, così ricca di parole meravigliose (già Leopardi lo rimarcava, a modo suo), debba immiserire tanto e per ragioni francamente insulse ovvero prive d’alcuna necessità o convenienza. E’ una situazione a dir poco inopinata, ecco.

P.S.: in altri termini, ho parlato della questione anche qui e qui.

Alek Popov, “I cani volano basso”

cop-i-cani-volano-bassoAaaah, il sogno americano! Quella chimera così scintillante, forte, entusiasmante… o deleteria, nociva, appestante – certo, dipende da che punto si osserva la questione e con quali lenti… Di sicuro non serve rimarcare quanto l’America, dal dopoguerra in poi, sia diventata non solo la guida politico-economica (e militare, ahinoi) del mondo occidentale, ma anche una sorta di eden da imitare nel modo più assoluto e assolutista possibile oppure, meglio ancora, da raggiungere. E se ciò è stato valido (e lo è ancora, sotto molti aspetti) per noi europei dell’Ovest, figuriamoci quanto lo potesse essere, in modo ben più terremotante, per gli europei orientali soggiogati fino a poco più di due decenni fa dai regimi di matrice sovietico-comunista! Un sogno, una chimera, un’utopia di libertà e di benessere che pareva appartenere ad un’altra galassia, per quei popoli. Poi la storia ha fatto il suo corso, la cortina di ferro si è fusa, l’America è tornata ad essere parte dello stesso pianeta comune e, insieme a tanti altri, i fratelli Banov, Ned e Ango, possono coronare il loro sogno a stelle e strisce – sempre che di sogno si tratti veramente…
Sono loro, Ned e Ango Banov, due fratelli bulgari assai diversi tra di loro nel carattere ma assai meno negli intenti, i protagonisti del romanzo di Alek Popov I cani volano basso (Keller Editore, 2013, traduzione di Sibylle Kirchbach), che negli USA vi giungono sulle orme, anzi, sulle ceneri del padre, ricercatore universitario emigrato oltre oceano e mai più tornato a casa se non, appunto, da deceduto e cremato…

popov1Leggete la recensione completa di I cani volano basso cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Alice, la voce di chi non ha voce. Una radio rivoluzionaria, e un nuovo libro.

Qualche giorno fa, esattamente il 9 febbraio, si sono celebrati i 40 anni esatti dalla prima trasmissione (dai propri studi di Bologna) di quella che è stata la più libera, rivoluzionaria e innovativa – nonché leggendaria, per molti aspetti – tra le radio “libere” d’Italia (ma non solo): Radio Alice. Tuttavia non una semplice radio, non solo una delle prime emittenti nate dopo la liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive dal pubblico monopolio RAI (e per questo di lì a breve definite anche private) e non soltanto un’esperienza comunicativa giovanile. No, una vera e propria rivoluzione, appunto, ovvero l’invenzione, la creazione di un nuovo modo di fare comunicazione e informazione, così innovativo da divenire tanto amato dalla gente comune quanto odiato e avversato dalle istituzioni, incapaci di concepire una tale manifestazione di libertà comunicativa sfuggente a qualsiasi controllo superiore. Il tutto, in un periodo della storia recente d’Italia assai complesso e problematico, ma d’altro canto fondamentale – nel senso più pieno del termine – per le vicende degli anni successivi, fino ai giorni nostri.
Radio Alice fu l’emittente del Movimento del ’77 bolognese, tra i più attivi ed emblematici di quegli anni, ma soprattutto fu la voce di chi non aveva voce (come recitava il motto dell’emittente), ovvero di chiunque non vedesse riconosciuto il diritto di opinione e di parola da parte del sistema istituzionale – politico, sociale e non solo. Partorita da un gruppo di creativi geniali – magari senza nemmeno saperlo di essere tali, ma di sicuro capaci di intuire genialmente ciò che mai prima nessuno aveva nemmeno immaginato – Radio Alice sconvolse e trasformò il linguaggio della comunicazione mediatica, con modalità del tutto nuove e sorprendentemente anticipatrici dell’attuale web 2.0 e dell’universo dei social network. Per tale motivo, ancora dopo 40 anni, la voce e l’esperienza di Radio Alice, con la sua storia così emblematica e tribolata, sanno ancora raccontare, rivelare, insegnare, illuminare moltissimo, sia in senso teorico che pratico ovvero – mi piace dire – sia in senso spirituale che culturale e formativo, a dimostrazione di una rivoluzione che, sotto certi aspetti, è ancora in corso e può essere tutt’oggi rilevata, studiata, conosciuta e apprezzata.

Ugualmente per tale motivo, Radio Alice sarà la protagonista del mio prossimo libro, Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre in Prima di copertina_330uscita entro marzo (salvo imprevisti) per Senso Inverso Edizioni. Un volume che vi racconterà tale storia in modo altrettanto creativo e – se così si può dire – rivoluzionario dunque, mi auguro, estremamente interessante, grazie anche a testimonianze inedite (tra cui quella di Valerio Minnella, uno dei “padri” della radio) e a un corredo fotografico ricco e alquanto rappresentativo.
Molti hanno sentito parlare di Radio Alice e della sua affascinante aura leggendaria, ma pochi la conoscono veramente come merita di essere conosciuta. Spero proprio che il mio libro possa sapervi affascinare, avvincere e, magari, anche farvi meditare.

Un invito a non alzarvi stamattina, a stare a letto con qualcuno, a fabbricarvi strumenti musicali o macchine da guerra
Qui Radio Alice. Finalmente Radio Alice. Ci state ascoltando sulla frequenza di 100.6 megahertz e continuerete a sentirci a lungo, se non ci ammazza i crucchi.
Alice si è costruita una radio ma per parlare continua la sua battaglia quotidiana contro gli zombi e jabberwock. Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, o bollettini di guerra, fotografie, messaggi, massaggi, bugie. Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi, chi crede di essere Napoleone ma sa che potrebbe benissimo essere un dopobarba, chi ride come i fiori e i regali d’amore non possono comprarlo, chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bagatti…

(Dalla prima trasmissione di Radio Alice sui 100.6 MHz FM, la mattina del 9 febbraio 1976.)

P.S.: ovviamente seguite il blog per avere ulteriori informazioni sul libro e sulla sua uscita, oltre che per conoscere le date delle presentazioni pubbliche.