L’avvelenamento dei lupi e della mente di certi uomini

L’ignobile e sconcertante vicenda recente dei lupi avvelenati in Abruzzo (e non solo quelli) è l’ennesima dimostrazione di come l’uomo sia non solo l’animale più crudele in circolazione ma pure il più stupido in assoluto, visto con quanta efficacia sappia farsi del male da sé. Anche per questo il rapporto dell’uomo con il selvatico è sempre stato estremamente rozzo e sostanzialmente rimasto irrisolto: non sappiamo convivere con l’ambiente naturale perché non capiamo di essere noi stessi Natura, così, quando ammazziamo la “Natura” – siano lupi, orsi, foreste, ambienti incontaminati, biodiversità – finiamo per uccidere noi stessi, per avvelenare la nostra presenza nel mondo, per soffocare l’intelligenza che diciamo di avere ma costantemente dimostriamo di non possedere.

Non è più, qui, una questione di pro o contro lupo, di difesa della fauna selvatica o degli allevatori e dei loro animali e di quant’altro del genere (ergo affermazioni come, ad esempio, «Gli allevatori non ne possono più!» diffuse per giustificare atti criminali come quello abruzzese sono solo parole vuote e ipocrite, e d’altro canto gli allevatori sono le prime “vittime” di atti criminali del genere): entrambi si potrebbero tranquillamente “difendere” e far convivere, se lo si volesse. Ma non lo si vuole fare, per alcuni è più conveniente lasciare la questione deregolamentata, priva di gestione, di confronti costruttivi, di comprensione non solo etologica ma pure ecologica, economica, ecosofica – termini, questi, che cominciano con “eco”, oikos in greco cioè casa, il nostro mondo. Che crediamo di dominare ma del quale evidentemente non facciamo parte, non siamo in grado di farne parte. E ciò, alla fine dei conti, non fa altro che dare ancora più “forza” al lupo e degradare noi, la nostra pretesa “civiltà”: constatando l’ignobiltà di certi gesti umani e come sia la realtà attuale delle cose, viene nuovamente e inesorabilmente da chiedersi «Ma dunque chi è veramente la “bestia” tra i due? E quindi chi dei due vanta più diritti sull’altro?»

Una cosa è certa, allo stato attuale delle cose e delle cronache: stiamo perdendo tutti, lupi, uomini, animali, montagne, comunità, senza che nessuna buona soluzione alla questione venga elaborata, anzi, facendo in modo che diventi sempre più caotica e ingestibile. Un’altra circostanza che dimostra come il titolo di Sapiens del quale ci siamo autoproclamati è quanto mai discutibile e vuoto di senso. Umano, soprattutto.

Il turismo, la «miniera d’oro» nella quale restano seppelliti, paesi, luoghi e comunità

[Veduta panoramica di Varenna, un luogo bellissimo dal quale, purtroppo, sempre più spesso è meglio stare alla larga. Immagine tratta da www.lombardia.info.]
«I luoghi sono attrattivi per i turisti ma sempre meno vissuti, borghi vuoti solo da cartolina». Sono affermazioni recenti del sindaco di Varenna, località sul Lago di Como a me vicina che da qualche stagione sta subendo un aumento spropositato dei flussi turistici con grave degrado del benessere residenziale dei suoi abitanti, molti dei quali preferiscono andarsene dal paese. Una situazione ormai ben risaputa ovunque – sostituite “Varenna” con il nome di una delle centinaia di altre mete turistiche italiane e la sostanza non cambia, anzi: se è una località di montagna è pure peggiore – ma contro la quale sembra che nessuno voglia realmente fare qualcosa, al grido santancheano (pace all’anima politica sua) più o meno strepitato de «Il turismo è la miniera d’oro dell’Italia!»

Eccerto, si vede proprio che lo è, come no!

[Varenna in una qualsiasi giornata della stagione turistica ordinaria. Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Ma in realtà il problema non è, non sarebbe il turismo che in sé non rappresenta affatto il male assoluto così come non lo sono – formalmente – i “turisti”. Anzi, potrebbe certamente essere una “miniera d’oro” (be’, al netto della stupidità dell’espressione), un’economia proficua e benefica per i territori, se messo nelle mani di minatori sensati e competenti. Invece, molti dei nostri “minatori”, che inopinatamente hanno scelto di cambiare mestiere e darsi alla politica locale, continuano ad affermare pubblicamente che sì, il problema c’è, bisogna fare qualcosa, bisogna salvaguardare i nostri borghi e i nostri territori e bla bla bla, ma poi, nel chiuso dei loro uffici istituzionali spesso pensano tutt’al più a come poterci ricavare qualcosa da tutta quella massa turistica, in forma di tasse, tassucole e affarismi vari, ma giammai che si impegnino in una reale, concreta, efficace gestione del turismo nei loro territori. Anzi, se lo si può incrementare perché no? Basta dire che si tratta di «sviluppo», di «valorizzazione», piazzando qualche colonnina di ricarica delle auto elettriche pure che è «turismo ecosostenibile» e amen, il gioco è fatto. Insieme al danno e alla beffa, per le comunità che malauguratamente abitano i luoghi turistificati. Peraltro, sapete poi quant’è bello per certi politici locali vantarsi sulla stampa del «boom di turisti» e dei record di arrivi e presenze e degli hotel tutti pieni e di quanto si è bravi e belli e attrattivi eccetera?

Ma siamo in Italia, il paese nel quale troppo spesso i problemi, invece di risolverli, vengono fatti diventare la “norma”. Che è poi il modo grazie al quale chiunque se ne lamenti passi pure per un barboso e irritante criticone. Già.

Una lettera a un noto servizio di previsioni del tempo

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Fu spettabile _________________,

vi scrivo la presente per rimarcarvi la mia crescente, stupefatta, stravolta ammirazione per la qualità del vostro servizio di previsione meteorologica. Veramente fatico a capacitarmi di come siate sempre meno in grado di fornire previsioni attendibili e non solo a distanza di giorni, il che sarebbe anche ammissibile stante le numerose variabili in azioni, proporzionali al crescente orizzonte temporale, ma pure nel raggio di ore, nello stesso giorno di emissione dei vostri bollettini!

Ma come fate? È qualcosa che ha del “prodigioso” – al contrario, ribadisco. Ergo sconcertante, appunto.

So perfettamente che i cambiamenti climatici in atto stanno influendo in maniera importante anche sui fenomeni fisici che avvengono in troposfera e sulle relative dinamiche meteorologiche, ma è d’altro canto parimenti vero che la scienza della meteo e la tecnologia al suo supporto evolvono – dovrebbero evolvere – al punto da saper equilibrare con una crescente affidabilità previsionale l’inaffidabilità meteoclimatica e, al contempo, mi verrebbe da credere che anche le vostre esperienze e competenze professionali dovrebbero continuamente evolvere e affinarsi. Insomma, se l’affidabilità dei bollettini fatica a crescere, quanto meno vorrei sperare che non diminuisca.

Invece, a giudicare dalla sempre più scadente qualità delle vostre previsioni, mi trovo costretto a pensare il contrario. Fino a qualche tempo fa qualcuno, scherzando, sosteneva che le previsioni del tempo quotidiane assomigliassero sempre più agli oroscopi; oggi, sembra quasi offensivo accostare l’astrologia, materia priva di attendibilità per antonomasia, a certa meteorologia mainstream. Ecco, appunto, mainstream: perché la scienza meteorologica è quanto di più serio e affascinante vi sia, ma il vostro operato rischia sempre più di banalizzarla e, per certi versi, svilirla.

Tuttavia è anche vero che, probabilmente, siamo noi a sbagliare, cioè, da un lato, a dare eccessiva fiducia alle vostre capacità di previsione meteorologica e, dall’altro lato, a essere diventati troppo spesso e troppo irrazionalmente dipendenti e influenzati dai vostri bollettini, ancora oggi nonostante la frequente inaffidabilità, e a pensare che esista il “brutto tempo” quando invece, salvo rari casi e fenomenologie particolarmente violente, non esiste affatto: è soltanto tempo diversamente bello. La cui interazione con il mondo che viviamo, in particolar modo con l’ambiente naturale, dona percezioni, sensazioni e esperienze affascinanti come e quanto quelle di quando c’è “bel tempo”.

Quand’ero piccolo, nei pomeriggi estivi durante i quali con il nonno si andava a fare lunghe passeggiate nei boschi e tra i campi, mi aveva insegnato qualche nozione di meteorologia naturalistica che instillò in me la curiosità, col passare del tempo e il crescere della passione per la montagna e i territori naturali, di saperne di più: le specie di fiori i cui movimenti segnalano i cambi di tempo, i ragni che tessono la tela solo se c’è bello stabile, i voli in circolo dei rapaci o l’addensarsi degli sciami di moscerini che segnalano la pioggia imminente, le forme delle nuvole, la direzione dei venti… Solo suggestioni, condizionamenti della fantasia, falsi miti, può ben essere: ma, intanto, queste “piccolezze” popolane si dimostrano molto più attendibili e affidabili dei vostri supercomputer, dei modelli previsionali, delle competenze che ritenete di saper mostrare, dei bollettini che emanate. E rappresentano anche un bel modo per “leggere” e comprendere meglio il mondo in cui viviamo, i suoi fenomeni naturali e la nostra relazione con l’ambiente di cui siamo parte.

Ribadisco: la scienza meteorologica seria esiste, per fortuna. Purtroppo voi dimostrate di ignorare o trascurare cosa sia, forse obnubilati dai palcoscenici mediatici che vi vengono offerti e dai quali diffondete le vostre inesattezze previsionali. Be’, sappiate che non state proprio facendo una bella figura, anzi!

Con consono rispetto ma ben poca stima,

Luca.

P.S.: ovviamente il nome del servizio meteo lo tengo celato per evitarmi tanto risentite e irose quanto effimere rimostranze.

P.S.#2: ogni tanto la ravvivo, questa mia vecchia e donchisciottesca “battaglia” contro i servizi meteo mainstream. D’altro canto come non ribadirla, visto che quelli proprio non ce la fanno?

La storia, gli aneddoti, le curiosità, i segreti di un affascinante centro storico da visitare: domenica 26 aprile a Carenno!

Carenno, il comune più elevato della Val San Martino, posto a 635 metri di quota sull’orlo di un ampio pianoro prativo a vista sulla valle dell’Adda, tra le ultime propaggini del Resegone e la dorsale dell’Albenza che vi donano un paesaggio montano di grande fascino, possiede pure uno dei centri storici più belli e meglio conservati di tutta la zona ma, nonostante ciò, poco conosciuto. È un dedalo di viuzze a volte larghe poco più d’un metro, che si dipanano da quello che era il primigenio nucleo fortificato, con una torre duecentesca nel mezzo, una chiesa quattrocentesca e un gran numero di angoli suggestivi, edifici caratteristici, corti affascinanti, portali ad arco, muri medievali le cui pietre rapprendono il passare dei secoli e un’atmosfera sospesa nel tempo per la quale sembra veramente di stare all’interno di un castello montano posto tra i monti con una mirabile vista su un’ampia parte dell’alta Lombardia.

Un luogo da visitare e conoscere, insomma, capace di raccontare numerose storie, nozioni, aneddoti, curiosità di secoli se non millenni fa e pure qualche arcano. Un luogo che potrete visitare domenica prossima 26 aprile grazie a “Carenno In Cultura”, un percorso a tappe nel centro storico del paese guidato dal professor Fabio Bonaiti, tra i più prestigiosi esperti di storia locale non solo valsanmartinese, e dal sottoscritto. Vi accompagneremo nel labirinto di viuzze, vicoli e corti garantendovi che non ci perderemo se non tra le mille storie che vi racconteremo e, anzi, “regalandovi” qualche intrigante sorpresa – anche da gustare!

Sono previste partenze dei gruppi dalle 14.30 fino alle 16.30, in base alle persone presenti; ovviamente è tutto gratuito ma è consigliabile la prenotazione, che potete fare tramite il QR code qui accanto o sulla locandina. Per qualsiasi altra informazione potete scrivere a carenno@in.it  oppure a procarenno@gmail.com.

Credo proprio che la giornata rappresenterà una bella occasione per conoscere un luogo più di quanto pensavate di conoscerlo e di vivere un’esperienza suggestiva e interessante tra storia, tradizioni, cultura e sapori tipici locali: noi faremo del nostro meglio per conseguire questo risultato e farvi divertire. Dunque, mi auguro vivamente che potrete e vorrete partecipare: iscrivetevi numerosi e ci si vede domenica a Carenno!

La strage che noi vogliamo

Questo – almeno per alcuni – è un post anti-like, sappiatelo, ma voglio scriverlo (anche se è un off topic) perché, nel bene e nel male, sono – tento di essere – umano. E chiunque pensi che sia un post pro o contro qualcono o qualcosa è un cretino.

Qualche giorno fa c’è stata un’ennesima strage di migranti, nel Mediterraneo, con più di 70 dispersi – cioè morti, per dirla giusta. La notizia è sfilata via sulla stampa tra quelle secondarie e rapidamente è sparita; qualche media nemmeno l’ha riferita. Ormai, mi pare chiaro, che avvenga questa strage continua di persone innocenti è diventata la norma, è accettata, è così, amen.

Nel 2026 sono già 990 le persone decedute o disperse nel Mediterraneo. Nel 2025 quasi 2.200, mentre dal 2014 sono 34.200, tra le quali ogni anno almeno 100 bambini. È una guerra che noi stiamo combattendo contro un nemico che siamo noi ad aver dichiarato tale e che non si può difendere. Che non vogliamo si possa difendere.

Dunque, mi chiedo in tutta franchezza: tra lo Stato di Israele che massacra i palestinesi a decine di migliaia e noi italiani/europei/occidentali che facciamo morire in mare i migranti a decina di migliaia, nella sostanza che differenza c’è? Forse, io temo, solo il metodo in uso per ammazzare tutte quelle persone, tutti quegli umani. Modi differenti, identico risultato.

Ecco: di fronte a ciò, ogni altro discorso – pro, contro, aiutiamoli a casa loro, accogliamoli tutti, respingiamoli, integriamoli, eccetera – perde qualsiasi senso, buono o meno che sia, e ci lascia soli con la nostra enorme, ignobile colpa. Che, come il più spietato aguzzino, ovviamente non sentiamo di avere.