Tutti a Lucerna! No, alt, troppi!

Caspita! Non pensavo proprio che Lucerna, il cuore della Svizzera, il mio libro dedicato alla città elvetica sulle rive del Lago dei Quattro Cantoni che per me rappresenta una sorta di “seconda casa”, potesse scatenare un tal spropositato aumento dei flussi turistici! Già, perché a fronte della crescita esponenziale negli ultimi anni dei turisti in città, soprattutto di provenienza asiatica e in transito con i bus dei tour organizzati, le autorità di Lucerna stanno valutando l’ipotesi d’introdurre una sorta di pedaggio per questi bus turistici (vedi qui), fonte di code sia nel traffico stradale che di imbottigliamenti pedonali quando scaricano frotte di gitanti.

Ehm…

Ok, lo ammetto: non posso dire che un tale aumento considerevole di turisti a Lucerna sia stato causato dal mio libro o, meglio, non sono certo tanto stupidamente sbruffone da poterlo pensare, se non per ridermi addosso!

Ma certamente trovo la notizia interessante, vuoi per il mio legame con la città ma vuoi pure per i miei lavori nell’ambito di progetti di rilancio dei territori di montagna nei quali, gioco forza, bisogna considerare con attenzione anche l’impatto dei flussi turistici troppo intensi e la relativa gestione – che nel complesso deve essere concepita come questione culturale, ancor prima che logistica. Infatti, tornando al caso lucernese, mi chiedo quanto quel turismo pur così intenso e redditizio ma solitamente in modalità mordi-e-fuggi possa realmente far comprendere la bellezza di Lucerna e l’intensità del suo Genius Loci urbano: è lo stesso problema che ci si pone per i territori di montagna, in pratica, luoghi dall’essenza altrettanto forte. Fino ad oggi si è sempre creduto che l’equazione “più turisti = più ricchezza” fosse la migliore e la più vincente, e ci si è prodigati per realizzarla; finalmente (dico io) ora ci si comincia a capacitare del fatto che invece quell’equazione alla lunga rappresenta l’asfissia di un luogo e del suo Genius Loci. Non so se quella del pedaggio possa rappresentare una soluzione efficace: temo di no (anche se non la critico affatto, sia chiaro) dacché, ribadisco, la questione è in primo luogo culturale, relativa al concetto stesso di “viaggio” e alle modalità di fare turismo nel presente e nel futuro, e tutto il resto ne è un’inevitabile conseguenza.

In fondo è un po’ quello che – indirettamente – sostengo anche in Lucerna, il cuore della Svizzera. In tal caso, be’, se visitate la città dopo che avete letto il libro, o se leggete il libro per conoscere ancora meglio la città che avete visitato, non può che farmi piacere. E non credo così di creare qualche disagio alla città e ai suoi abitanti, anzi!

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Titanium?!

(Messaggio promozionale ricevuto in una casella di posta elettronica professionale – società di lavorazioni metalmeccaniche, per la precisione:)

Oh cribbio!

E io che sono sempre stato convinto che Titanium, oltre a essere il nome inglese dell’elemento chimico numero 22, non fosse altro che un centro di lavoro per la produzione di infissi in legno il quale, grazie alla tecnologia d’avanguardia di ultima generazione e al sistema di bloccaggio che consente di calcolare in automatico le dimensioni dei pezzi da lavorare, è in grado di ridurre i tempi di lavoro garantendo un’alta produttività e non solo, dacché l’alta flessibilità degli alberi a tenonare e a profilare con attacco rapido, l’estrema praticità delle lavorazioni e la totale carenatura per abbassare il livello di rumorosità e di sicurezza lo collocano in una posizione leader nel settore!

Ma tu pensa se un semplice e inatteso messaggio email deve distruggere così repentinamente certe mie assodate (ovvero credute tali) convinzioni, nel mentre che ben unmilionediciannovemilaottocento altri individui si possono dire “soddisfatti” di esserne già edotti!

Bah, mondo crudele, così ricolmo di sventure, di amarezze e di, ehm… pene!

La brutta fine del bibliomane

Nell’immagine: La morte di un bibliomane, incisione su rame di Johann Rudolf Schellenberg, 1785.

Ora: io posso ben dirmi un bibliomane, se con tale termine si può intendere anche un accumulatore seriale di libri da leggere, oltre che letti, ma sinceramente spero di non fare la sfortunata fine illustrata nell’opera del noto incisore svizzero, e neppure credo che sia una sorte (infausta) che qualche pur grande appassionato di libri si possa augurare dacché “migliore” di altre in forza della sua passione libraria!

Anche se, lo ammetto, gli scaffali della libreria di casa, in effetti parecchio carichi di libri, li ho fatti saldamente ancorare alle pareti. Sai mai che quel Schellenberg fosse anche un “chiaroveggente” – che è poi il termine aulico per indicare, in molti casi, il porta sfiga. Ecco.

Un “non” curriculum vitae

Ma non sarebbe più interessante, e più significativo, e forse pure più bello, se al posto dei soliti cv – i curriculum vitae, sì – nei quali bisogna scrivere quello che si è e che si è fatto, in essi si scrivesse ciò che non si è e che non si è fatto o voluto fare, e magari che non si farà mai?

Una modalità di identificazione personale “inversa”, per così dire, che in fondo risponderebbe pure a uno dei principi che definiscono – scientificamente – il concetto di identità secondo l’antropologia e la sociologia contemporanee, cioè qualcosa con cui ci si differenzia da ciò che non si è, in tal modo determinandoci, o meglio individuandoci, “per sottrazione”.

Ma, pure al di là di tali evidenze scientifiche, ribadisco, non sarebbe male un cv fatto in questo modo “alternativo”. Dacché a volte è più importante dire ciò che non si è fatto e non si farà, piuttosto di ciò che si è fatto, e questo perché in molti casi ci vuole più volontà, intraprendenza, risolutezza a decidere di non fare qualcosa, soprattutto quando imposta o indotta più o meno lecitamente, che il contrario. Dunque, un cv così fatto può risultare pure più emblematico, più espressivo e allusivo, più identificante, appunto, di quello “normale”.
Ecco.

Un tormentone dell’estate?

Incidentalmente, ho sentito su una radio commerciale il singolo del gruppo pop italiano “Thegiornalisti” (?!) che, leggo, sarebbe uno dei “tormentoni” dell’estate in corso.

Be’, con tutto il rispetto per chiunque, una scena musicale, ancorché pop (il che non è affatto sinonimo di bassa qualità o di banale nazional-popolarità – all’estero, intendo dire), che elegga a “band di rilievo” e imponga il successo dei relativi brani di un gruppo del genere, è un po’ come una comunità di recupero dalla tossicodipendenza che avesse eletto a suo testimonial il Maradona* dei tempi di Napoli.

Con la differenza che Maradona fu uno dei più grandi calciatori di sempre, nonostante tutto.
Ecco.

*: per restare in tema, già.