Radico ergo sum

Ma che cosa cerchiamo di riconosce nella natura? Noi, ascoltando il silenzio cantato degli alberi, percependo e partecipando alla sinfonia esistenziale della natura, tendiamo a rifletterci come se fossimo di fronte ad uno specchio: alla domanda che cosa ci insegna la montagna, che cosa ci insegnano i boschi, che cosa ci insegnano gli animali, noi ci esibiamo in esercizi di retorica e di etica, ci piace farlo, ci rassicura, ma quel che probabilmente individuiamo sono gli indizi di quel che stiamo a nostra volta ricercando. Un solitario in mezzo alla foresta raccoglie prove del valore della solitudine, gli utopisti della collaborazione, del socialismo, della mutua cooperazione, a loro volta, individuano conferme di questo loro desiderio. E cosa dimostra quest’ampia didascalica semplificazione degli opposti? Che in natura vige la libertà, ogni creatura è libera di diventare, gode di un margine di autonomia entro il quale tesse la propria traiettoria esistenziale. Per quanto mi concerne potrei trasmutare dal «Cogito ergo sum», il celebre motto di Renato Cartesio (1596-1650), ad un «Radico ergo sum», ovvero un mi radico, m’inselvo, dunque sono. Mi abita un’anima radicans, un’anima arborescens?

[Tiziano Fratus, Sutra degli alberi, Piano B Edizioni, 2022. A breve potrete leggere la mia “recensione” del libro, qui sul blog.]

Quello di Fratus è un altro invito, sottinteso ma solo nella forma lessicale, che mi pare assolutamente intrigante se non necessario, essenziale: se tutti quanti c’inselvassimo di più, se sviluppassimo e coltivassimo in maniera compiuta un’anima radicale, non avremmo una possibilità in più di poterci dire liberi, qualsiasi cosa siamo, facciamo, aspiriamo, desideriamo?

Ne riparleremo ancora, più avanti.

Noi, spettatori della catastrofe

[Foto di Matt Palmer da Unsplash.]

E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pag.131. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Engadina, montagna extra-lusso

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’Engadina è come quelle compagne di classe di cui sei sempre stato innamorato ma non hai mai avuto il coraggio di dirglielo per paura di chissà che cosa: ogni volta che la vedi, anche a distanza di anni, lei rimane sempre la più bella. L’Engadina possiede quella perfezione estetica propria delle visioni celestiali, quasi fosse una Beatrice dei paesaggi montani, la quintessenza dell’idea stessa delle Alpi. Fitti boschi di conifere, tanti larici prossimi a ingiallire; venature di roccia grigia – granito – e verde – serpentino – sotto cime aguzze e innevate; le acque grigie e rapide dei torrenti; i ghiacciai lassù che vedi e non vedi, e poi laghi qui e là, il tutto con un incastro di colori che sembrano scelti con la sapienza di un pittore impressionista. E quei prati, così perfettamente verdi, così perfettamente rasati, così perfettamente pettinati da far venire il sospetto che il sospetto che dietro ci sia qualche organizzazione di giardinieri anonimi che nottetempo si preoccupano di raderli e sistemarli come si fa con certe spiagge di sabbia bianca nei resort di extra lusso. Bellissimo, indubbiamente, peccato che l’Engadina, o quanto meno l’Alta Engadina – quella che va dal passo del Maloja fino a Celerina e Zernez – ormai sia diventata proprio come quei resort: montagna extra-lusso. E dunque quando ci vado a passeggiare in cerca di fresco – perché lassù è comunque più fresco che giù da noi che siamo non in montagna, ma “tra” le montagne – finisco per fare un viaggio strano, a suo modo disturbante, come se entrassi in un film di Wes Anderson, o nelle pagine di Thomas Mann aggiornate al 2022, e mi sentissi fuori posto. […]

[Tratto da Engadina, una Svizzera da cartolina di Tino Mantarro, pubblicato su “Kaiserpanorama” il 3 agosto 2022. Mantarro è l’autore di Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, la cui recensione trovate qui.]

I vulcani che noi siamo

[Foto di Ralf Vetterle da Pixabay.]

Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

La Natura “di” John Muir

[Foto di Guy Francis, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

La Natura, a quanto pare, va fino in fondo, e vince sui cani come sugli uomini, facendoci fare quello che vuole, spingendoci e trascinandoci lungo le sue strade, per quanto impervie, a volte quasi uccidendoci per riuscire a farci portare a casa le sue lezioni.

[John Muir, Stickeen. Storia di un cane, La Vita Felice, Milano, 2022, pag. 55.]

In un bell’articolo uscito ieri sull’inserto “L’Extraterrestre” de “Il Manifesto”, Tiziano Fratus rimarca come finalmente anche in Italia ora esista un fondo abbastanza ricco di testi che offrano il pensiero di John Muir (1838-1914) il grande naturalista scozzese naturalizzato americano, considerato uno dei padri fondamentali della moderna salvaguardia ambientale. Come scrive Fratus, «Fino a poche stagioni fa Muir era un nome per pochissimi, prevalentemente studiosi o appassionati lettori di American Studies, camminatori, naturalisti, viaggiatori, magari un po’ snob. Nei bookshop dei Parchi nazionali del Nord America John Muir è presente e santificato come un Walt Whitman dei boschi e delle lontananze, come un Thoreau ma più capace di uscire dalla propria solitudine e dialogare addirittura con presidenti degli Stati Uniti.»

[John Muir con alla sua destra il Presidente USA Theodore Roosevelt nel 1905 a Glacier Point, nello Yosemite National Park, per la cui nascita Muir fu determinante.]
Potete leggere l’articolo di Fratus qui, oppure la sua versione pdf qui.