Ehi?! Come si permettono, questi maledetti crucchi, a sostenere cose del genere? Come a dire che tutti gli italiani siano dei mafiosi!
Ops!
Beh… come a dire che quasi tutti gli italiani siano dei mafiosi. O che alcuni (tanti, sicuramente) non lo siano, ecco.
Tu guarda a volte il “caso”, due notizie di tal genere che si ritrovano pubblicate fianco a fianco – qui sulla home page del sito dell’“Agi”, ieri pomeriggio (cliccate sulle immagini per leggere i relativi articoli).
Anzi no, che dico? Il “caso” non esiste. Mi viene in mente, piuttosto, quello che scrisse Balzac al riguardo:
La causa fa intuire un effetto, come ogni effetto consente di risalire a una causa.
Non posso che condividere quanto ha scritto l’amica Marina Morpurgo, fenomenale scrittrice e persona di rara sagacia, sulla propria pagina facebook questa mattina:
Ha perfettamente ragione. L’era della post-verità o “verità post fattuale”, o delle fake news in genere, non è certamente cominciata oggi o ieri ma tempo fa; semmai è fuor di dubbio che i media contemporanei e le reti sociali ne hanno amplificato la portata a dismisura. Al punto da trasformare un’emerita stupidaggine in regola condivisa e accettata: cioè che oggi non conta più la verità effettiva delle cose, ma conta essere convinti che una cosa sia “vera”. Il che elimina qualsiasi necessità di conferma, dimostrazione, attestazione anche dove ve ne sia un bisogno palese: tutto quanto è sostituito dal consenso. Uno si convince che una cosa è “vera”, quella cosa è probabilmente vera; tanti si convincono che quella cosa sia vera e sarà certamente vera.
Non è cattiveria, come dice Marina Morpurgo, è l’effetto di una strategica programmazione mentale, episodica ma di lungo corso. Che magari a qualcuno verrà di definire “lavaggio del cervello” e senza bisogno di tirare in ballo bislacche teorie complottistiche, alle quali d’altro canto ci si può credere solo per mera convinzione, mica per realtà di fatto. Già.
Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono.
Quando potremo tornare a spostarci, e non azzardo previsioni sui tempi, la paura degli assembramenti ci sarà ancora, e le frontiere resteranno probabilmente chiuse ancora un po’. Potrebbe essere una grande occasione per l’Appennino e per le zone meno famose delle Alpi.
“E’ vero, per qualche tempo anche il trasporto aereo avrà delle riduzioni, e la diffidenza per i luoghi affollati resterà a lungo. Penso alle vie delle città d’arte, a Piazza San Marco, ma anche alle code agli impianti di risalita e alle cabinovie affollate”. E allora? Si riscopriranno le zone più tranquille?
“Secondo me sì. Le località turistiche alla moda, come ha teorizzato l’antropologo francese Marc Augé, sono dei “non luoghi”, uguali gli uni agli altri anche se cambia lo sfondo. Per definire un “luogo”, sempre secondo Augé, ci vogliono uno spazio geografico, un sistema di relazioni e una storia. E questo sulle Alpi “minori” e sull’Appennino c’è”. Sta dicendo che invece dei luoghi esotici, e magari delle montagne lontane, le persone andranno a scoprire le valli e i borghi più vicini?
“Penso e spero di sì. Una volta l’esotismo, che è una delle motivazioni più importanti del viaggio, era dato dalla lontananza. Ora molti luoghi lontani non sono più esotici”.
Sono brani tratti da un intervista-dialogo tra il giornalista e scrittore Stefano Ardito e il professor Annibale Salsa, uno dei maggiori antropologi italiani, past presidente del Club Alpino Italiano, intitolata La comunità della montagna e la reclusione forzata e pubblicata su “Montagna.tv”; cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per leggerla nella sua interezza. In effetti il tema della riscoperta di certi spazi “marginali” (almeno rispetto alle aree maggiormente antropizzate e vissute) come ambito di salubrità vitale, e la montagna è certamente il primo di essi, è un altro di quelli che l’attuale periodo sta proponendo. Salubrità che nell’immediato può essere intesa come sanitaria e fisica ma che subito dopo è certamente mentale, intellettuale, emotiva, spirituale oltre che culturale, sociale e umana; salubrità che, senza dubbio, è sinonimo di vitalità cioè di vita ben vissuta, proficua, benefica e armoniosa: con le altre persone, con il mondo che si vive, con se stessi.
Leggetevi la chiacchierata tra Stefano Ardito e Annibale Salsa, poi, in un prossimo post, vi (ri)proporrò un articolo che scrissi tempo fa sull’argomento e che la suddetta chiacchierata mi ha riportato alla mente. Naturalmente lo scrissi quando nessuna emergenza come quella in corso era prevedibile, ma mi pare che il suo senso sia assolutamente consono e adattabile al presente e alle osservazioni qui sopra esposte.