Addio Lugano bella (che andiamo sul Lago di Como!)

Curiosamente qualche giorno fa, pressoché in contemporanea su due quotidiani on line differenti che raccontano territori contigui e molto simili ma in due paesi diversi (per certi verso molto diversi)  – il Lago di Lugano in Ticino, Svizzera, il Lago di Como in Lombardia, Italia – sono uscite le notizie che vedete qui sotto:

Solo qualche anno fa si sarebbe potuto pensare il contrario: il Lago di Lugano come meta gettonatissima e VIP, il Lago di Como molto meno. Ora invece la situazione si è ribaltata: in Svizzera si piange, in Italia si ride. Complice l’arrivo a maturazione delle dinamiche turistiche (sia di massa che di lusso) che da qualche tempo contemplano come meta privilegiati i laghi prealpini italiani e – forse soprattutto – le tante celebrità che sulle rive del Lario hanno preso casa (da Clooney in poi) o dicono di volerla prendere (Taylor Swift l’ultima) regalando al territorio e alle sue località il marketing più efficace possibile (altro che quella boiata di “Open to meraviglia”!), i laghi lombardi sembrano in netto vantaggio su quelli ticinesi.

Ma non sono tutte rose e fiori, visto che ormai con frequenza per il Lago di Como si parla di overtourism, di servizi carenti, di disagi per i residenti e – inevitabilmente, mi viene da pensare – di toast il cui taglio a metà viene fatto pagare 2 Euro (ricordate?). Ovvero, agli italiani va il successo turistico ma forse manca l’organizzazione elvetica. In pochi chilometri di distanza, insomma, cambiano destini turistico-commerciali e capacità politico-organizzative.

È la cresta di un’onda destinata a correre a lungo, probabilmente ancora spinta dalle dinamiche post Covid (peraltro in comune con altre mete italiane e lombarde in particolare), oppure è solo un momento particolare destinato a non durare, vuoi anche per le criticità e le carenze sopra rimarcate? Di sicuro è una situazione che offre numerose opportunità a fronte di certi potenziali svantaggi: si possono mettere in equilibrio le une e gli altri, basta tenere al centro – a mio parere – i luoghi, le loro specificità, le comunità che li abitano e il bagaglio culturale che li rende speciali. Non è cosa semplice, ovvio, ma se la predisposizione mentale è fin dal principio quella giusta possono uscirne grandi cose per tutti. In fondo, Lombardia e Ticino sono la stessa terra, divisa solo da una linea di confine che mai come qui è stata rigida ed è labile.

P.S.: cliccate sulle immagini per leggere i rispettivi articoli. Ovviamente il titolo del post richiama la famosa canzone (il cui vero titolo è Addio a Lugano) di Pietro Gori, interpretata nel tempo da molti grandi artisti musicali.

Sankt Moritz, una sfilata di moda nel bosco scatena le proteste di molti. Giuste, ma “sbagliate”.

[Immagine tratta da “La Provincia di Como“.]
Sankt Moritz, qualche giorno fa, sera, bosco: cento e più modelle/i sfilano tra luci laser, musica in sottofondo, un cannone spara-neve e un sistema di ventilazione, in mezzo a un pubblico di vip per presentare la nuova collezione di un noto marchio della moda (come mostra il video sottostante), e subito scatta la polemica. Inesorabile, inevitabile.

«Quello che sta accadendo qui è scandaloso», «Credo che questo sia il posto sbagliato per organizzare un evento del genere», «Il sito in questione è un importante rifugio per gli animali selvatici, in particolare per i caprioli!», «Per i soldi si fa tutto… anche il patto col diavolo!» e così via… contestazioni – leggibili sui media elvetici, ad esempio qui – che arrivano non solo dai residenti e dagli ambientalisti ma pure da soggetti istituzionali come la Fondazione per la protezione del paesaggio, l’Ufficio grigionese della caccia e della pesca e pure dall’Associazione venatoria di St. Moritz. Alle quali gli amministratori locali rispondono per voce del Sindaco della località engadinese affermando che «tutto si sarebbe svolto nel rispetto di norme rigorose: no alberi abbattuti, potati o feriti, nessun pericolo per gli animali, riduzione al minimo di luci e rumore. Tanto che il progetto era stato di fatto ritenuto compatibile con le norme di edilizia, urbanistica e ambientali».

Personalmente trovo che sia stato un evento “interessante” e per certi molti aspetti emblematico, e che le proteste suscitate siano giuste, ma sbagliate.

Mi spiego.

La zona la conosco piuttosto bene (no, non perché sia così ricco da poter frequentare il jet set di Sankt Moritz ma da mero e ordinario – anche come conto in banca – escursionista che sale i monti d’intorno) e mi pare che i rischi paventati di disturbo alla fauna selvatica siano abbastanza fuori luogo: la parte di bosco nella quale si è svolta la sfilata è una limitata porzione silvestre stretta tra case, strade e sorvolata da una funivia, prossima a un rifugio-ristorante, ad altri impianti di risalita e piste da sci e a poche centinaia di metri dal centro cittadino (vedi mappa e fotografia aerea, tratti da https://map.geo.admin.ch/), senza contiguità boschiva con le altre zone forestali dei dintorni. Non esattamente l’angolo di Engadina più incontaminato, insomma.

Che abbia provocato disturbo non tanto al posto in sé ma alla zona in generale posso crederlo bene; ma, temo, non più di quanto lo possano fare tutte le altre numerose infrastrutture turistiche e residenziali, le strade, gli elicotteri e gli aerei (quasi tutti privati) diretti al vicino aeroporto. Insomma, un problema di inquinamento acustico – e non solo – la zona ce l’ha sicuramente e da decenni, ma proprio per questo mi viene da pensare, e sperare, che buona parte della fauna selvatica sia la prima a rendersene conto e a starsene lontana da lì.

Per quanto finora detto, sarebbe stato ben peggio se il tutto si fosse svolto dalla parte opposta della valle (ad esempio nei boschi di Giand’Alva o nella zona del Lej da Staz; chi conosce la zona capirà), meno antropizzata e nella quale sono già presenti da tempo degli spazi di tutela faunistica, per i quali ad esempio è vietato fuoriuscire dai tracciati sciistici.

Che poi un evento del genere si tenga a Sankt Moritz, o per dirla in altro modo che la località accetti di ospitarlo e ne faccia anche un “vanto”, mi pare quasi scontato – seppur ovviamente ciò non significhi che possa anche essere giusto. Ma, appunto, è un luogo che prospera anche su queste cose e che con esse costruisce da sempre la propria immagine: che sia poi affascinante e attraente oppure discutibile se non rivoltante ognuno lo può stabilire liberamente. È più prevedibile assistervi lì che in un altro villaggio engadinese meno turistificato, in pratica, presso il quale il danno sarebbe a ben vedere maggiore – posto che non può non esserci un qualsivoglia “danno”, quando si va a intervenire nei territori di montagna e nei loro ambienti naturali: una cosa della quale purtroppo ci si è pressoché dimenticati da svariati decenni.

Invece, quello che io trovo parecchio irritante e parimenti inquietante, in un evento del genere – o meglio, non nell’evento in sé ma nel come è stato realizzato – è la palese manifestazione di un’ennesima strafottenza nei confronti dell’ambiente montano, nuovamente considerato come un bene liberamente usufruibile – anche in modo quanto meno pacchiani: basta pagare! – e consumabile, banalizzato, volgarizzato e degradato nel suo valore culturale il quale c’è sempre, anche nel lembo di natura più soffocato dalla presenza umana. Sankt Moritz può essere anche il posto più in, cool, vip, trendy eccetera del mondo e su questo costruire la propria ricchezza ma non può dimenticare di essere (con tutto ciò che gli dà forma e lo caratterizza) parte di un territorio e di un paesaggio che, se così posso dire, detiene gli stessi diritti del luogo e di chi lo anima. Che se può animarlo come fa, da abitante, villeggiante, turista più o meno vip, è proprio grazie a quel territorio e alle sue peculiarità naturali. Utilizzarlo come è stato fatto nell’evento in questione è stato un po’ come prenderlo in giro, sbeffeggiarlo, degradarlo alla stregua di un set scenografico che sarebbe potuto essere tranquillamente riprodotto in qualsiasi studio cinematografico, ricavandone di contro un’immagine pubblica per nulla valorizzante il luogo e anzi umiliante per esso.

Dunque, ribadisco: l’evento modaiolo di Sankt Moritz è stato per certi versi “legittimo” (virgolette necessarie” tanto più lo sono state le contestazioni necessarie che ha provocato: andando oltre quelle che sono state maggiormente mediatizzate, con questo mio articolo ho cercato di fornire una più ampia e articolata considerazione di quanto accaduto, a mio modo di vedere indispensabile per consentire al riguardo riflessioni più approfondite e opinioni maggiormente obiettive, con una conseguente maggior consapevolezza al riguardo. Detto ciò, penso che l’alta Engadina e la zona di Sankt Moritz non meriti di essere visitata e apprezzata tanto per la sua frequentazione super vip ma per la bellezza assolutamente peculiare, per molti aspetti unica nelle Alpi, del suo paesaggio, le cui montagne offrono al visitatore quella che resta la “sfilata” più meravigliosa e affascinante alla quale si possa desiderare di assistere.

In montagna con maggiordomi in guanti bianchi, yoga, eli-gourmet, cabine-vip con champagne…

Benché si ostini a non ammetterlo e a fare come se nulla stesse accadendo, l’industria del turismo invernale sa benissimo che lo sci, il suo principale core business per decenni, finirà presto e quasi ovunque sulle nostre montagne, purtroppo. Ma come pensa di reinventarsi e di attuare quella transizione da più parti invocata verso forme di turismo più consone al periodo che stiamo vivendo?

Evidentemente così, anche.

Persino il super conformistico “Corriere della Sera”, nell’articolo a cui si riferisce l’immagine (datato 2 gennaio 2024), non manca di sollevare perplessità: «La stagione sciistica è sempre più alla ricerca di avventure per pochi. Anche perché, di neve, non ce n’è poi molta.»

Dunque avanti con «maggiordomi sulle piste in guanti bianchi, cabine-vip con champagne, risalite con i gatti delle nevi, discese notturne in fat bike, safari gourmet, lezioni di yoga», eccetera. Fateci caso: tutte cose per le quali gli impianti di risalita formalmente non servono più. Cioè quanto sostenevo prima sulla consapevolezza presente ma negata dei gestori delle località montane riguardo la prossima fine del loro “business” principale: l’addio inevitabile allo sci per tutti, appunto.

Tuttavia, al netto di qualsiasi considerazione positiva o negativa riguardo queste “nuove” offerte turistiche (e sui loro costi insostenibili per i più), di nuovo mi chiedo: e il benessere delle comunità residenti nei territori montani? E i loro bisogni quotidiani, le loro necessità, il sostegno alle economie locali extra turistiche, i servizi di base? Forse che i maggiordomi in guanti bianchi e gli istruttori di yoga nelle proprie pause andranno ad aprire gli ambulatori medici, a operare negli uffici postali, a sistemare le strade comunali dissestate e a guidare i bus dei trasporti pubblici?

Magari sì, chissà.

Cortina brucerà definitivamente la propria anima nel “Camineto” di Briatore?

[Cliccate sull’immagine per vedere il servizio de “Il Dolomiti”.]
Sul “caso” dell’apertura de El Camineto, il «Billionaire dolomitico» di Flavio Briatore a Cortina d’Ampezzo, così si è espressa Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani, sulla propria pagina Facebook:

Allora, mettiamo in fila due cose. Questo posto è stato venduto ad un russo che per adesso dà la gestione a Briatore in attesa di avere i permessi per farne un hotel (immagino di lusso). Ora ci saranno le (vere o false) lamentele che già ho letto… ma perché non guardiamo con coraggio il dato di realtà? Qual è la comunità di Cortina oggi? Quella dei locali che potrebbero difendere la loro storia (anche se poi leggi «Ci comprano tutto!»: già, ma chi glielo vende? Topolino?)? Quella internazionale che in forme diverse abita Cortina? In realtà entrambe convergono proprio sul “mito” di Cortina, ciascuna con i propri vantaggi. Quindi, considerando che a volte nella vita bisogna saper lasciar andare, francamente questo mi sembra il caso. Dobbiamo accettare che esistono comunità che definiscono la montagna attraverso valori (???), mentre altre no. Qui il nodo originario è proprio la svendita delle radici comunitarie, l’aver abbracciato modelli economici per nulla in linea con quel territorio, e contro tali modelli non è valso l’Unesco, le proteste… Perché la comunità non ci crede, altrimenti non ci sarebbe questo effetto svendita. Peraltro diciamo pure «nulla di nuovo sotto il Sole»: Forte dei Marmi non ha una situazione diversa e neppure Portofino… l’elenco è lungo. Si tratterebbe quindi di invertire anzitutto un pensiero di territorio, mettere in atto una contro-cultura: la sfida è importante, ma i territori sono pronti a ri-leggersi?

Considerazioni, quelle della professoressa Corrado, con le quali mi trovo assolutamente d’accordo. Con chi critica l’evento e il modello imprenditoriale (?) che vi sta alla base, appena dopo avervi dimostrato inevitabile solidarietà ci sarebbe da discutere su cosa sia ormai la Cortina turistica contemporanea (oddio, non da oggi ma certamente col tempo in modo crescente – e le Olimpiadi sono ormai alle porte), su quale immaginario basi la propria attrattiva, con quale “comunità” di persone si voglia identificare e chieda che esse si identifichino con il luogo (ovvero con quale luogo), e soprattutto quale coerenza voglia mantenere e sviluppare – se vorrà farlo – tra il proprio passato e il futuro.

Come scrive Corrado, per tutto ciò è necessario un pensiero di territorio e, aggiungo io, una conseguente relazione culturale con esso, spaziale e temporale: perché gli imprenditori, più o meno speculativi, e i turisti, più o meno danarosi, arrivano e poi ripartono, ma sono i residenti a restare sul territorio e a doversi prendere carico di qualsiasi conseguenza di ciò che in esso viene sviluppato. Le cose non accadono mai per caso, quelle umane soprattutto, ma sono sempre il frutto di ben precise dinamiche, siano esse volute e riconosciute oppure no. In fondo a Cortina – e in altre località assimilabili – non è ormai più una mera questione di modelli turistici, ricconi bifolchi e VIP trifolchi, imprenditori faccendieri speculatori e quant’altro di più o meno opinabile: è un problema di identità culturale svanita e di coscienza di luogo alterata – ovviamente al netto dei cortinesi che invece cercano ancora di preservare tali necessità e ce ne sono, sia chiaro.

Sono peculiarità, le due appena citate, che con un certo impegno si possono recuperare e sviluppare in maniera proficua, certo è che con molto meno impegno si possono vanificare e cancellare definitivamente. Sta ai territori, come conclude Corrado, scegliere da che parte andare.

P.S.: in ogni caso, uno come il buon Giovanni Cenacchi temo si stia rivoltando furiosamente nella tomba.