L’ignoranza è vanesia

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È sempre parecchio interessante e al contempo significativo (e pure un po’ inquietante, a dire il vero) constatare come le persone veramente intelligenti e colte non danno mai a vedere di esserlo se non per qualche buon (e utile) motivo, le persone incolte e ignoranti fanno di tutto per dimostrare quanto lo siano anche quando non ne avrebbero motivo.

L’indice mondiale 2019 della libertà di stampa

Reporters Sans Frontieres ha pubblicato il 2019 World Press Freedom Index, la graduatoria relativa alla libertà di stampa del mondo aggiornata all’anno in corso, che è un’opera sempre assolutamente interessante e illuminante da leggere e navigare, in relazione al suo tema fondamentale e pure riguardo alla situazione generale del pianeta o, meglio, della civiltà umana: cliccate sull’immagine della mappa in testa al post per farlo.

L’Italia occupa la 43a posizione, in risalita netta da tre anni ma ancora il peggior paese dell’Europa Occidentale (per la cronaca, se si toglie Andorra, il paese più vicino è la Gran Bretagna, 33a). Al primo posto c’è la Norvegia, gli altri paesi scandinavi sono tutti nelle prime cinque posizioni (con l’Olanda) e la Svizzera è al sesto posto. Gli USA sono al 48° posto, abbastanza costanti negli ultimi 5 anni; la Russia è al 148° posto, anch’essa costante nel suo non essere un buon posto per la libertà di stampa. La Cina, che secondo tanti resta “la grande opportunità del mondo” e “un partner irrinunciabile per fare affari”, è al 177° posto, quartultima della graduatoria e in regolare peggioramento. Dietro di lei l’Eritrea, la Corea del Nord, penultima, e il Turkmenistan, ultimo e autentico inferno per ogni reporter.

In ogni caso, nel sito di RSF, troverete tutte i dettagli e le analisi sull’Index. Da leggere e meditare, appunto.

Asfaltare

Asfaltare.

Sembra proprio questo il termine più in voga in questo periodo. Non è stato inventato adesso, sia chiaro, l’uso corrente con l’accezione di “prevalere in modo assoluto sul proprio avversario” – la quale, non si può negare, ha una evidente e inquietante carica aggressiva: ne parla approfonditamente l’Accademia della Crusca in questo articolo dello scorso marzo nel quale appunto, si cita la prima o una delle prime apparizioni del termine con quella accezione, nel 1995 su “La Repubblica” – ma ho la viva impressione che tale uso si stia diffondendo sempre più. La parte politica che vince le elezioni asfalta quella avversa (come al solito, da queste parti, se c’è qualsiasi cosa che possa essere usata in modi e accezioni ben poco nobili, la politica la userà per prima!), l’interlocutore che nel pubblico dibattito mette in difficoltà l’altro interlocutore lo asfalta, la squadra di calcio che vince nettamente sull’altra la asfalta, ma pure nel colloquio quotidiano, il tizio che si fa mettere in piedi in testa dal suo capo o che soccombe in una discussione con chicchessia viene asfaltato.

Ecco.

Colgo tutto questo proliferare di asfalto e di asfaltate, un po’ ovunque, e mi chiedo: ma allora perché le strade italiane sono talmente malmesse, piene di crepe, buche, voragini? Non è che l’asfalto necessario a renderle di nuovo accettabili e degne d’un paese civile e avanzato è stato inopinatamente dirottato altrove, ad “asfaltare” tutt’altro?
O forse – visto che la politica la utilizza così tanto, questa terminologia – è solo un sistema per far credere che di asfaltature in Italia se ne facciano tante e ovunque, tacciando così di falsità qualsiasi automobilista che se ne lamenti?

Domande legittime, no?

Il passo del vento

Mi tocca tornare a leggere Mauro Corona?

Sia chiaro: a me Corona è assai simpatico e lo giudico un personaggio di potenziale grande importanza per il mondo della montagna italiana, coi suoi libri, le sue narrazioni, le sue visioni e in quanto personaggio pubblico/mediatico. Di contro, proprio in questa ultima figura, secondo il mio parere Corona ha esagerato un po’ troppe volte nell’andare oltre il limite del degno, accettando certi copioni televisivi o di marketing fin troppo ridicoli che stridono molto proprio con l’essenza di quel mondo che racconta nei suoi libri e con la sua cultura e che ne stemperano e indeboliscono il messaggio virtuoso, ove ci sia, parimenti alla credibilità del personaggio stesso.

Però qui, con questo nuovo libro (ne parlano gli amici di “MountCityqui) a fargli da “badante letterario” (mi si perdoni la cinica ironia, ma vedi sopra) c’è l’ottimo Matteo Righetto, e il tema del libro, ancorché niente affatto originale, resta comunque intrigante – anche perché la montagna, quella vera e non quella preconfezionata ad uso turistico-mediatico, sa sempre rendere originale e particolare anche ciò che apparentemente non lo è o che in principio non lo sarebbe. In fondo ciò vale anche per Corona; solo, deve ricordarselo, lui, in certe situazioni.

Dunque sia, lo recupero e lo leggerò. Ve ne dirò, poi, come sempre.