Il ruolo di chi scrive

Chi scrive dovrebbe avere sempre consapevolezza di un ruolo: essere espressione e nel contempo creatore di nuovi paradigmi in grado di legittimare la nostra appartenenza alla Comunità della Terra.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.27.)

La noia come eredità genitoriale

– E i bambini? – dice lui poi, e di nuovo strofina il gessetto blu sulla stecca. È cosi meschino amare i bambini perché non si ha alcuno scopo nella vita, e racconta di padri che seguono i figli e gioiosamente affermano di vivere solo per loro, e ride, quasi incollerito. Ma può dare un senso alla nostra vita semplicemente il nostro passarla ad altri? Forse ci sono uomini che realizzano la propria vita e hanno il diritto di dare il nome a dei bambini; ma per semplice passatempo ci sono le bocce e le carte e mille professioni interessanti, e non c’è nulla di più tremendo di questo crimine diffuso, l’abitudine di spostare semplicemente la propria noia su un successore –

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.34-35.)

Quelli che leggono, e quelli no

C’erano quelli che leggevano e poi c’erano gli altri. Ci si accorgeva subito se uno era un lettore oppure no. Tra gli esseri umani non c’è differenza più grande.

(Pascal Mercier, pseudonimo di Peter Bieri, Treno di notte per Lisbona, traduzione di Elena Broseghini, Mondadori, 2006.)

I buoni libri che vogliono rimpiazzarci la vita reale

Ma le piace leggere i libri?, chiede lui una volta, in piedi accanto al tavolino su cui è poggiato il libro di lei, e lei, come alle donne piace tanto fare, si limita a rispondere ribattendo la domanda.
– No! — ride lui con decisione, e lo sfoglia con noncuranza. – E comunque non i buoni libri, quelli che vogliono rimpiazzarci la vita reale, e risparmiarci l’azione personale, perché nei libri si tratta sempre di azioni, in un modo o nell’altro, come se tutto avesse il suo corso lineare, niente accade senza motivo, anche quando va diversamente, e nulla si perde, tutto ha il suo intimo ordine, addirittura perlopiù ha un senso –
– E non le piace? – chiede lei, mentre proprio in quell’istante infila una buca e ride e fa il giro appoggiandosi al tavolo.
La vita reale, dice lui, è così diversa…

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.34-35.)

Veicoli di una vita

Può essere che ciò che uno si aspetta dalla vita sia davvero poco modesto; è poco modesto che ogni creatura pensi di dover avere un senso. Alla fine siamo solo passaggi, veicoli di una vita che si compiace di sé e basta. Ma forse ci sono veicoli vuoti, e quando si sta soli nel bosco piovoso, perché non essere sinceri? A volte ci si entusiasma per un paesaggio, per il colore di una nuvola passeggera o di uno specchio d’acqua che brilla al Sole in quel momento, e si è soddisfatti, perché il mondo è bello. Si è felici e grati per il solo esserci, in questo mondo, ed è abbastanza che si possa guardare nella corolla di un fiore e toccare i suoi stami. O a volte anche un fungo, che preso in mano si sbriciola, può essere molto bello, o un pezzo di legno marcio che, staccato da un tronco d’albero umido, si frantuma tra le dita.

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.42-43.)