Sedici braccianti morti e una Repubblica fondata sulle nuvole

Già proprio così. L’Italia è una Repubblica (?) fondata sulle nuvole, e da queste nuvole di frequente cascano frotte di italiani in una squallida imitazione dei loro leader-politicanti che semmai fingono “populisticamente” di cascare ma sulle nuvole se ne restano ben assisi, lontani dalla realtà, irraggiungibili dalla quotidianità, ben arroccati e comunque intoccabili.

Su quelle nuvole poi, evidentemente c’è terreno assai fertile affinché prosperi la più bieca ipocrisia: come quella, vergognosa, spregevole, laida, che sto sentendo in conseguenza delle due tragedie stradali nelle quali sono morti ben 16 braccianti che lavoravano nei campi sottoposti al sistema criminale del caporalato. Un fenomeno che esiste da decenni alla luce del Sole e che evidentemente va benissimo a tutti: ai criminali che lo mettono in atto (seppur qualcuno vorrebbe farci credere che pure i “caporali” siano stranieri), a chi li dovrebbe controllare e punire ma li lascia fare (le leggi che ci sono, se non vengono fatte rispettare, sono utili come una scialuppa che non si possa calare in mare a bordo d’una nave che sta affondando), ai politici (di ogni schieramento, sia chiaro) che da sempre blaterano tanto ma poi si voltano dall’altra parte – non essendo un tema elettorale sul quale produrre consenso e populismo -, alla grande distribuzione i cui prezzi imposti per il pagamento di tali raccolte agricole illegali agevolano il fenomeno, a noi che acquistiamo i prodotti fatti pervenire da quella grande distribuzione nei supermercati, ben felici di pagarli poco o nulla rispetto al loro valore effettivo.

Ora dunque è tutto un florilegio di dichiarazioni: di voler far la guerra al caporalato, di volerne debellare il controllo dei campi agricoli, di voler emanare nuove leggi ad hoc, ed è un gran piangere quei poveri “lavoratori” senza però mai accennare che tali non fossero ma veri e propri schiavi, vittime di una forma di “schiavismo della porta accanto” che l’ipocrisia di questa nostra società tiene costantemente nascosto (in fondo noi siamo i “buoni”, no? Giammai schiavisti e/o razzisti!), uno strumentalizzare le tragedie per i soliti fini ideologico-populisti, xenofobi, razzisti ovvero buonisti e globalisti. Epperò, visti i prezzi convenienti delle passate al supermercato, meno male che ci sono, questi schiavi negri pagati come nessun italiano mai accetterebbe (inevitabilmente) di farsi pagare, no?

A questo punto, da tutto ciò mi sorge una domanda: senza questi “clamorosi” 16 morti in 48 ore la questione sarebbe salita alla ribalta delle cronache e del dibattito pubblico-politico come sta succedendo? O tutti quanti – politici e amministratori pubblici in primis – avremmo continuato a guardare dall’altra parte, ben felici di gustarci un ennesimo buon piatto di pasta al pomodoro «che costa poco e piace sempre così tanto a tutti»?

Una risposta personalmente ce l’ho, e dal mio punto di vista non è solo una risposta ma pure una sentenza e un’ennesima controprova, a dimostrare che l’Italia, ogni questione pur grave che non sa e non vuole risolvere la rende normalità. E nemmeno stavolta, io temo, il dramma criminale del caporalato sarà risolto. Lasciate che si spengano i riflettori sul tema (questione di pochi giorni, tanto di quei negri morti a nessuno frega nulla) e tutto scivolerà nel solito italico oblio, così come tutte le “belle” e “sentite” parole al riguardo si riveleranno per ciò che sono: polvere al vento – elemento d’altronde ben presente tra le nuvole. Prepariamo tutti quanti la pasta da buttare in pentola, dunque, che di sugo al pomodoro ne avremo ancora molto a disposizione. Gustoso, invitante, d’un bel rosso vivo. Anzi, rosso sangue.

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2 agosto 1980, Bologna, Italia.

Nei tempi odierni siamo molto spesso portati a spendere parole a sostegno di “opinioni” sulla realtà dei fatti il cui peso non percepiamo totalmente, ovvero lo crediamo gravare altrove, come se quelle parole indicassero cose, fatti e oggettività estranee alla nostra quotidianità e solo incidentalmente capitate tra di noi. Quindi, per via di questa in-coscienza indotta circa il reale senso (storico e culturale) di quelle parole, le utilizziamo – a volte anche in buona fede – come strumenti sovente impropri di presunte fattualità, a cui poi il vox populi vox dei conferisce valori e credibilità non consoni alla loro reale tangibilità, quando invece di contro, per esserne coscienti, sarebbe sufficiente una rapidissima riflessione storica, agevolata da una memoria collettiva funzionante e non narcotizzata come troppe volte appare, ahinoi, quella della nostra società.

Terrorismo”, ad esempio: quante innumerevoli volte sentiamo questo termine, quante volte ci viene proferito dai media e quant’altre volte, inevitabilmente, lo proferiamo noi, senza troppo far caso alla relativa cognizione di causa e, ancor meno, alla storia anche recente a cui esso può far riferimento?
E quanti, di contro, sono ancora (almeno sufficientemente) consapevoli del nostro terrorismo, e di come la storia recente del nostro paese sia costellata di attentati terroristici tra i più spaventosi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Bologna è (attenzione: non “era”, è) forse il caso più eclatante, in tal senso. E – mi viene inesorabilmente da riflettere – quello fu un terrorismo se possibile ancora più bieco di questo che oggi dobbiamo fronteggiare, un terrorismo di cittadini italiani contro altri cittadini italiani perpetrato per immondi tornaconti di potere politico, ampiamente agevolato da parti deviate (ma “deviate” quanto? E “deviate” sul serio, poi?) delle istituzioni. Una stagione terribile, molto “italiana” nelle sue modalità (basti pensare che dopo 37 anni il processo sulla strage di Bologna non è ancora stato definitivamente chiuso e, anzi, ancora si tentano risoluzioni palesemente atte a tenere ben nascosta la realtà effettiva – vedi qui) ma dalla cui storia è possibile tutt’oggi trarre numerose consapevolezze di valore assoluto, senza alcun dubbio, fondamentali per osservare e comprendere al meglio pure molte cose del mondo contemporaneo. Avendo cura di preservarne la memoria più piena e lucida, però.

P.S.: qui potete visitare il sito dell’Associazione 2 agosto 1980, che riunisce i parenti delle vittime della strage di Bologna, e che contiene un’ampia documentazione sulla vicenda.

The MISTery of Woods

Perché vi sono alberi sotto i quali non posso passare senza che vasti e melodiosi pensieri non scendano su di me? | (Ritengo che pendano da quegli alberi, d’estate come d’inverno, e facciano sempre cadere frutti sul mio passaggio)

(Walt Whitman)

Immagini dal blog lucarotaimages.wordpress, dalla serie The MISTery of Woods ove MIST, in tale titolo, richiama ovviamente la nebbia, e come essa sappia accrescere l’accezione misteriosa del fascino silvestre, soprattutto in queste settimane autunnali.

Visitate “Luca Rota Images”: un blog per continuare a raccontare storie ma attraverso immagini, non (solo) parole


Se e quando avrete un attimo di tempo, vi invito a visitare lucarotaimages.wordpress, il blog “fotografico” a mia cura nel quale continuo a fare ciò che solitamente faccio, ovvero inventare e raccontare storie, non usando però le parole ma le immagini. Scatti fotografici, appunto, che mi auguro sappiano raccontare cose interessanti e, soprattutto, che lo facciano in modo quanto più particolare e non ordinario possibile.
Giusto per cercare di farvi capire ciò che intendo…:

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Sia chiaro fin da subito: io non sono un fotografo, e non miro nemmeno ad essere paragonato, in un modo o nell’altro, a chi faccia fotografia di mestiere, semplicemente perché non credo di poterlo meritare. Io scrivo libri, invento e racconto storie, e cerco di farlo in un modo che sia il più possibile interessante e gradevole, magari provando pure a rendere riconoscibile ciò che scrivo, singolare, originale – anche se oggi, temo, l’originalità è ormai purissima utopia.
Allo stesso modo scatto fotografie: genero immagini per raccontare qualcosa, qualcosa che vada al di là del mero scatto, della sua poca o tanta bellezza, qualcosa che possa fare di quella immagine un racconto, l’espressione di un’idea, di un concetto o di una opinione, che la renda viva e narrante al di là della mera tecnica (uso una macchina digitale nemmeno di gran marca!) e di chi l’ha scattata, di me che ci metto l’input iniziale, l’intuizione, l’introduzione a quanto vorrei raccontare che però è poi l’immagine stessa a raccontare. Altre volte è l’immagine a suggerirmi cosa raccontare, è l’istante fissato a contenere “parole” che si fanno sentire nell’animo e che generano gli elementi di una storia che chiede di essere raccontata o quanto meno colta, prima di scivolar via sullo scorrere del tempo.
Per certi versi, è come deve accadere per le opere letterarie: è il libro a rendere noto il suo autore, non viceversa, perché, una volta scritto e pubblicato, è il libro che racconta la storia al lettore, non è più l’autore che certo, ne è il fautore, ma il cui compito alla fine è stato quello di fissare quella storia sulle pagine del libro sotto forma di linguaggio scritto e quindi andare oltre, per raccontare altro. L’opera letteraria deve vivere di vita propria, e solo in questo modo potrà continuare a narrare la propria storia con la stessa intensità del primo istante – e ciò rende di nuovo assai contigue, a mio modo di vedere, letteratura e fotografia: “Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”, affermò Henri Cartier-Bresson. Ecco, esattamente così: le immagini possono raccontare storie a lungo, come i buoni libri e come tutta l’arte di valore, e con un’intensità che nessuna voce umana saprà mai raggiungere.
Se poi saprò effettivamente mettere in pratica tutto quanto sopra, con ciò che scrivo o con le immagini che produco, sarete voi a deciderlo.
Io ci provo.

Cliccate sull’immagine della testata per visitare lucarotaimages.wordpress. Mi auguro possiate trovare il blog interessante e le immagini pubblicate apprezzabili: nel caso, potrete lasciare il vostro consenso commentandole o cliccandovi il pulsante Like, e sappiatemi fin d’ora grato e onorato dell’attenzione e della considerazione che vi vorrete dedicare.