La mappa dell’Italia qui raffigurata (cliccateci sopra per ingrandirla) è assolutamente emblematica: in poche parole, illustra l’attuale situazione demografica nazionale, in forza della quale 30 milioni di italiani vivono concentrati in 1.100 comuni – le zone colorate, in pratica – e gli altri 30 milioni nei restanti 7.000comuni – sparsi in tutta la parte incolore della mappa.
Ovvero: metà della popolazione italiana vive nei paesi e nelle cosiddette aree interne le quali, per tale semplice tanto quanto fondamentale motivo, devono essere considerate dalle istituzioni almeno allo stesso modo di quelle metropolitane e più urbanizzate/antropizzate. Anzi: considerando che la buona parte di quelle aree interne sono di montagna – perché, appunto, l’Italia è un paese fatto di paesi in un territorio fatto in maggioranza di montagne – e quindi aree con difficoltà oggettive (morfologiche, orografiche, climatiche, geologiche, logistiche, eccetera…) cospicue rispetto alle aree di pianura l’attenzione delle istituzioni dovrebbe necessariamente essere maggiore. D’altro canto, risulta ancor più evidente come sia stato nefasto il sostanziale disinteresse istituzionale verso la montagna e le aree interne dei decenni scorsi, che ha causato o ha concorso a provocare molte delle problematiche sociali e sociologiche che ancora oggi gravano sulle Terre Alte e sulle loro genti.
Tutto ciò, con l’auspicio che al riguardo la contemporaneità porti alle istituzioni meditazione, consiglio, cognizione della realtà e proficua volontà d’azione.
È indubitabile: noi, uomini contemporanei, non abbiamo memoria. Non sappiamo costruire il futuro. Restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica.
Siamo ormai ridotti ad essere tanti esemplari di Homo Achronicus: abbiamo dimenticato che il “presente” formalmente non esiste se non come ambito temporaneo d’azione, perché questo istante già ora è diventato passato e quello futuro che verrà a breve è già diventato il presente e sarà rapidamente passato; abbiamo perso la cognizione del tempo come dimensione (e non soltanto in senso fisico), e scordato che non ci può essere alcun futuro se non viene costruito sulle basi del passato nel suddetto presente d’azione. Di contro, quel presente che venga vissuto a sé stante, come circostanza del momento, come appunto il tanto diffuso atteggiamento del “vivere alla giornata”, senza riflettere sul modo in cui si sia generato (nel passato) e sulle conseguenze che avrà (nel futuro, vicino o remoto) è una delle più letali mancanze che la nostra civiltà contemporanea mette in atto.
Un tempo – in quel passato che la nostra boria contemporanea ci fa spesso considerare qualcosa di ridicolmente primitivo – anche in zone rurali particolarmente povere di risorse vitali, montanari e contadini non hanno mai mancato di piantare alberi come ulivi e castagni pur sapendo che non ne avrebbero mai goduti i frutti, e nemmeno i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti. Oggi, col nostro vivere alla giornata, cosa avremmo fatto? Probabilmente avremmo pensato alle convenienze del momento cercando di ottenere il massimo da un sostanziale “minimo” (un’assurdità bella e buona, è palese) anche a costo di far danni ma mirando esclusivamente – ed egoisticamente – al soddisfacimento istantaneo. Di pensare al domani, e non solo al nostro domani ma anche e soprattutto a quello di chi viene dopo di noi, non ci avremmo pensato – non ci pensiamo, convinti dal letale modus vivendi che ci è stato imposto come “il migliore (e magari il più bello, o il più cool) possibile” che è giusto così, che domani è un altro giorno.
Già, peccato che “domani” viene dopo di oggi e non è un tempo nuovo, totalmente distaccato dall’oggi, ma al contrario ne è diretta prosecuzione e conseguenza. Ergo, ciò che viene fatto oggi genera il domani, così come quanto è stato fatto oggi è stato un effetto di quanto avvenuto ieri. Non sembra così difficile da capire, pare roba da asilo nido, da primi rudimenti culturali – già comprendere, per dire, il significato delle luci di un semaforo è nozione più strutturata e complicata! Eppure, a giudicare la realtà del mondo, quello più vicino a noi e quello più lontano, sembra che a tal proposito non abbiamo capito nulla, invece. E non capire nulla di qualcosa tanto semplice è, spiace dirlo ma è così, segno di gravi manchevolezze mentali; d’altro canto, questo spiega pure il perché non capiamo nemmeno di essere sostanzialmente fermi, statici, impantanati – ribadisco – in un eterno presente simile ad un’automobilina giocattolo di quelle d’una volta che è andata a sbattere contro un ostacolo e lì s’è fermata, con le ruote che girano a vuoto, senza riuscire né ad andare oltre – e la via per farlo è appena lì accanto, basterebbe vederla, appunto – e nemmeno a tornare indietro per trovare un nuovo percorso: questo perché – cosa ancora peggiore – ci siamo assuefatti a rimaner lì, convinti che tutto sommato il continuare a sbattere contro il muro è divertente. “Vivendo alla giornata”, vivendo un momento che non ha spessore temporale, che rifiuta la genesi passata tanto quanto ogni sviluppo futuro, che è fondamentalmente vuoto di senso e di valore: che è ambito ideale per esistenze altrettanto prive di senso e valore.
In tali casi verrebbe da esclamare cose del tipo «di questo passo non andiamo avanti molto!». Beh, la questione è già più grave: ormai privi di qualsivoglia passo, siamo fermi, mentre il tempo va avanti, incessantemente. Se ne perdiamo il corso, non lo afferriamo più ma non solo: come ha ben spiegato Einstein, tracciando un parallelismo fisico-relativistico tanto quanto del tutto filosofico, così perdiamo pure lo spazio. E perdiamo tutto ciò che serve per vivere veramente: perché la vita non è semplicemente il corso di una giornata vissuta, ma quello di un’intera esistenza.
Tuttavia, anche a tal proposito, vista l’inconsistenza di molte esistenze, si spiegano molte cose di questo nostro mondo e di tanti di noi uomini contemporanei che lo abitiamo, già.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sì, è l’articolo 8 della Costituzione Italiana, redatta durante il 1946 dalla cosiddetta Commissione dei Settantacinque, creata ad hoc dall’Assemblea Costituente per stendere il testo della legge fondamentale dello stato italiano e composta da quelli che poi sono stati definiti i Padri Costituenti.
Un articolo che, nella sua brevità, sancisce un obiettivo ineluttabile – anzi, due – per qualsiasi società che voglia mantenersi in costante evoluzione: la promozione del futuro e dei suoi elementi basilari, la cultura e la scienza, e tutelare il passato ovvero ciò che nel presente crea retaggio, memoria, testimonianza – il paesaggio, la storia, l’arte nazionale, non a caso tutti elementi culturali.
Avevano insomma compreso e sancito, i Padri Costituenti, che per vivere e governare al meglio il presente occorre avere piena coscienza e conoscenza del passato e, nel contempo, progettare continuamente il futuro ovvero sviluppare le idee che, concepite oggi, si realizzeranno domani.
Ecco. Ora vi chiedo: pensate che quell’articolo 8 della Costituzione della Repubblica Italiana sia messo in atto?
Beh, io credo di no. In nessuno dei suoi proponimenti.
E credo di conseguenza che questa mancanza imperdonabile – dato che colpisce l’essenza fondamentale di una nazione, quella culturale in senso generale (danneggiando di rimando pure la sostanza di essa, ovvero la quotidianità pratica) – spieghi in modo a dir poco lampante e per molti dei suoi aspetti lo stato in cui versa l’Italia contemporanea.
Ed è una mancanza assolutamente voluta, non mi stancherò mai di ribadirlo.
P.S.: cliccate sull’immagine della copertina originale della Costituzione per leggerne il testo integrale.
8 agosto 1991, la nave “Vlora” attracca a Bari.Molti di voi ricorderanno (vedi sopra) le navi stracariche di albanesi che, vent’anni fa, giungevano sulle coste dell’Adriatico fuggendo dal collasso politico e sociale del paese balcanico, ridotto allo stremo da mezzo secolo di dittatura comunista isolazionista.
Dopo due decenni l’Albania non è certo diventata la Svizzera e numerose questioni socio-politiche sono ancora aperte, tuttavia, considerando lo stato in cui era, si può pure affermare che sotto molti aspetti abbia fatto passi da gigante nel proprio processo di modernizzazione – anzi, in certi casi il paese si sta dimostrando vivace e avanguardista come le più avanzate nazioni europee.
Credo che una buona parte del merito di questo rapido procedere verso il presente e il futuro dell’Albania possa essere imputato a Edi Rama, attuale premier e, dal 2000 al 2011 sindaco della capitale Tirana nonché – anzi, soprattutto – artista. E in quanto tale, dunque da non politico ovvero da persona intendente il mondo attraverso filtri e visioni differenti rispetto a qualsiasi esponente della politica “classica”, ha saputo fare cose per la propria città a dir poco eccezionali, nella sostanza e ancor più nella forma cioè nel concetto che vi ha posto alla base.
Edi Rama.Tanto per dire, così Rama ha descritto il proprio incarico amministrativo:
“È il lavoro più eccitante del mondo, perché bisogna inventare qualcosa e lottare per una buona causa tutti i giorni. Essere il sindaco di Tirana è la più alta forma di conceptual art. È arte allo stato puro.”
Beh, voglio dire: parole che mai potremo sentire da qualsivoglia politico “ordinario” – e non voglio riferirmi a quelli nostrani, anche se per non farlo devo mettercela tutta.
Una delle iniziative più particolari messe in atto da Rama durante il suo mandato di sindaco, e alla fine più genialmente efficaci, è stata la cromatizzazione della città. Dopo anni di caos edilizio, dovuto alla troppo veloce urbanizzazione della capitale, Rama ha avviato un processo di regolazione urbanistica di Tirana legato a concetti prettamente artistici. Così, nonostante il passato dittatoriale e la povertà incombente di quei primi anni Duemila, il sindaco ha saputo ridare luce al grigiore cittadino con l‘introduzione del “Piano Colore”: le facciate di grigio cemento dei tetri palazzoni comunisti sono state trasformate in una tavolozza di brillanti colori e, nel loro complesso, in una passeggiata multicolore, in grado di creare una sorta di nuovo paesaggio e di camuffare le forme opprimenti dei casermoni dell’epoca stalinista.
In questo modo Tirana è diventata un esempio concreto di come si possa affrontare il problema degli insediamenti informali e socialmente degradanti – presenti un po’ ovunque e non solo in Albania, inutile denotarlo – migliorando la città, l’intero ambiente urbano nonché, inevitabilmente, la qualità di vita diffusa. Inoltre, altrettanto inevitabilmente, l’azione di Rama ha avviato un circolo virtuoso grazie al quale negli anni successivi sono sorti numerosi nuovi palazzi con vetrate e ampie terrazze e si sono aperti locali trendy, caffè e negozi di lusso. La rinascita è tutt’ora in atto ed è evidente a tutti: una rinascita sospesa tra modernità e tradizione, tra caos e ordine, tra colore e monocromia, che non può nascondere i problemi ancora presenti ma che può fare tantissimo per agevolarne la soluzione (e questo ottimo libro di Andrea Bulleri racconta proprio la rinascita di Tirana attraverso le numerose nuove architetture, sovente d’avanguardia, costruite o di prossima realizzazione – vedi qui sotto qualche esempio.)
Tutto ciò per dire, insomma, che Edi Rama non solo ci ha dimostrato – e ci dimostra – cosa debba fare un buon politico – ovvero amministratore della cosa pubblica, senso fondamentale tanto quanto pressoché dimenticato (per dolo) da tanti politicanti – ma pure, a mio modo di vedere, come la politica contemporanea, troppo spesso impantanata in biechi giochi di potere, mire ed interessi truffaldini, presunzioni sovente ben poco lecite e malaffari vari e assortiti, abbia forse una possibilità di salvezza – e di salvare pure ciò che amministra, cose e persone incluse – attraverso una rinnovata concezione di essa che prenda spunto da ideali e basi totalmente diverse e miri a obiettivistra-ordinari. Una politica dotata d’una base culturale magari pure apparentemente avulsa dalla relativa pratica ordinaria, appunto, ma – probabilmente se non sicuramente – ben più virtuosa, efficace, illuminante, innovante. E appunto ci dimostra pure, Edi Rama, che a usare la cultura si possono fare cose così grandi che mai nessuna pratica politica saprà ugualmente realizzare.
Non è cosa da poco, converrete. Ed è significativo che un tale “insegnamento” ci arrivi da quell’altra sponda dell’Adriatico che, solo qualche lustro fa, ci pareva un Vaso di Pandora spalancato verso di noi dal quale scaturivano soltanto miseria, disgrazie e calamità.
P.S.: le immagini sopra pubblicate sono tratte da questo articolo sul tema di Artribune. Per saperne di più cliccateci sopra.
Due notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili. O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL…
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.