Due idee diverse di “montagna”

Ringrazio di cuore la redazione de “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini per aver dato spazio alle mie osservazioni sui lavoro in corso nel comprensorio dei Piani di Bobbio, pubblicate qui sul blog venerdì scorso (24 giugno), al punto da onorarle dell’ottimo articolo uscito sull’edizione cartacea del quotidiano di sabato 25.

Ugualmente ringrazio “ValsassinaNews” che a sua volta ha ripreso quelle mie osservazioni in un articolo pubblicato nella stessa giornata, nel quale è ospitata anche la “replica” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB ovvero la società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio: ringrazio anche lui per le opinioni espresse e per la pacatezza della sua replica.

Posso capire che il signor Fossati non “capisca” – mi permetto tale gioco di parole – il senso autentico del mio articolo, che non mira direttamente al “bersaglio” ai lavori in corso, seppur la posizione personale al riguardo sia chiara e inconfutabile, e parimenti “capisco” che le sue opinioni siano basate principalmente sull’utilità di quei lavori dal punto di vista del gestore della società che ne beneficerà e della quale è il CEO. Semplicemente, abbiamo due visioni differenti della montagna: quella di Fossati, inesorabilmente mediata e condizionata dal suo incarico, guarda ai territori montani (ovvero ai Piani di Bobbio nello specifico) come a un bene economico da far godere mettendolo in vendita nel modo migliore possibile, a vantaggio di chi lo gestisce; io, e quelli come me, guardo alla montagna (qualsiasi essa sia e ovunque sia) come a un bene culturale del quale godere preservandolo da ogni possibile svendita materiale e da opere banalizzanti, a vantaggio di chiunque. Il mio punto di vista non esclude affatto interventi antropici – fin dal primo momento nel quale ha cominciato ad abitarla, l’uomo ha modificato la montagna per poterci (soprav)vivere meglio, lo ribadisco – basta che quegli interventi siano consoni, contestuali alle caratteristiche del luogo, realmente utili all’intero territorio interessato, sensati e sostenibili da ogni punto di vista, non soltanto quello ambientale. Il punto di vista di chi oggi gestisce un comprensorio sciistico come quello dei Piani di Bobbio sembra invece quello di escludere ormai a priori qualsiasi consonanza, contestualità, sensatezza, sostenibilità di un’opera, se questa porterà un vantaggio all’attività di gestione imprenditoriale e economica – di natura privata, sia chiaro – del comprensorio stesso. Posizione comprensibile, dal punto di vista dell’imprenditore, ma forse non da molti altri e, soprattutto, una posizione che non giustifica in nessun modo opere e interventi che palesemente risultino oltre il limite di sostenibilità – e di tutto il resto – che il territorio in oggetto può ammettere, sia geograficamente che culturalmente.

Quello che il signor Fossati non capisce – ma uso il termine metaforicamente, con tutto il rispetto del caso – e ha determinato le osservazioni riportate da “ValsassinaNews”, è proprio quanto ho appena espresso, cioè il senso vero del mio articolo originario: non una critica diretta ai lavori in corso (che è presente nelle mie parole e semmai è indiretta) ma un’analisi preoccupata sull’impatto antropologico (mi permetto la “parolona”) e culturale in genere di quel tipo di gestione d’un territorio montano – prealpino, di media montagna, dotato di caratteristiche peculiari, in inevitabile balia dei cambiamenti climatici in corso – sul luogo, sul suo paesaggio, sulla percezione di esso da parte di chi lo fruisce, sulla sua storia e sulla sua identità anche rispetto al territorio circostante. Per tali motivi nel mio articolo ho chiesto, retoricamente, se quella dei Piani di Bobbio sia ancora montagna. La questione non è se a lavori finiti l’erba crescerà più o meno bella di prima, ma se quell’erba, quel terreno, quella morfologia possano ancora essere definiti un valore originale dei Piani di Bobbio o se diventino soltanto il risultato artificiale di una progettazione meramente mirata, ripeto, a adattare il luogo alle esigenze economiche di chi lo gestisce commercialmente e, dunque, a venderlo meglio. Secondo me, una montagna del genere non è più montagna, è un simulacro di essa sia geomorfologicamente, sia culturalmente e sia come “idea” stessa di montagna ovvero di ambiente naturale montano pur antropizzato. Naturale, appunto: dov’è ormai la Natura, lì (e in tutte le altre località simili), se la forma della montagna è stata modificata, l’erba seminata e non spontanea, la neve è artificiale e non caduta dal cielo, lo specchio d’acqua in mezzo alle piste un bacino artificiale inaccessibile e dunque nemmeno vendibile come “laghetto alpino”… ripeto, di nuovo: è ancora montagna, questa? E, per essere chiari, non è nemmeno una questione di vetustà sciistica dei Piani, come asserisce il signor Fossati: forse perché una qualsiasi opera umana è ormai da ritenersi “storicizzata” si può pensare di protrarla a oltranza anche quando le condizioni che un tempo c’erano e ora non più la rendono ormai perniciosa per il territorio (e per i bilanci della società stessa che la promuove) oltre che – lo dico con tutta la tristezza del caso – inesorabilmente prossima alla fine?

Personalmente temo che quelli che un tempo erano i Piani di Bobbio, luogo altrimenti meraviglioso al quale sono molto legato, stiano diventando l’ennesimo parco divertimenti turistico-sciistico in quota (lo erano già, ora lo sono fin troppo platealmente) cioè un non luogo montano, per usare la celebre definizione di Marc Augé: uno spazio ormai privato della sua identità originaria e reso banalmente uguale a tanti altri. Forse è giusto così, forse ricercare ancora la loro bellezza originaria del luogo e il grande valore culturale del loro paesaggio è soltanto un esercizio da poveri idealisti, forse pensare a una transizione turistica che renda il luogo più resiliente al clima che ci aspetta nei prossimi anni e non forzatamente incatenato alla monocultura sciistica fino alla fine, che il cambiamento climatico in corso fa presupporre come vicina, è un progetto troppo difficile da attuare. Sia quel che sia, e che sarà, vi chiedo, un’ultima volta: è ancora montagna, vera montagna, Natura autentica, questa?

È ancora montagna, questa?

Lavori di potenziamento dell’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Bobbio (Valsassina, Lecco); immagini gentilmente concessemi da Beppe Rusconi, membro dei Ragni di Lecco e Accademico CAAI, scattate il 19 giugno scorso.

Ora: si dirà che sono lavori “necessari”, “non prorogabili”, “indispensabili”, magari che così l’impianto “sarà più efficiente e sostenibile”, che poi “tutto tornerà come prima”… eccetera.
Sarà, ma mi viene da chiedere: è ancora montagna, questa? È ancora Natura, è ancora ambiente naturale quello così pesantemente modificato, spianato, scavato, alterato nelle sue morfologie, riempito di tubi e di cavi e di altre amenità tecnologiche al solo scopo di venderlo meglio? Non vi pare lo stesso caso del tappeto pregiato che abbellisce il salotto di una casa ma sotto il quale è stata nascosta tutta la polvere così che non si dica che la casa è sporca e trasandata?

Da che l’uomo ha abitato le montagne le ha modificate per viverci meglio, e non esiste quasi alcun lembo di catena alpina che non presenti qualche intervento antropico. Ma a tutto c’è – ci deve essere un limite, in primis quello derivante dal più naturale buon senso. In certi casi ci si trova ormai di fronte a una montagna di plastica, un simulacro di Natura alpestre artefatto ad arte per essere venduto come “vero” ma in realtà pesantemente manipolato e dunque sostanzialmente falso. Una patacca venduta come oggetto prezioso e acquistata da chi non è più capace di distinguerne il reale valore.

Ribadisco la domanda: è ancora montagna, questa?

D’altro canto, ovunque la trasformazione antropica del territorio abbia smarrito il necessario equilibrio con le sue peculiarità geografiche, ambientali, paesaggistiche, climatiche, inesorabilmente ne sono scaturiti dei gran danni. Facilmente prevedibili, peraltro, con un minimo di senno e di buon senso. Ma pare che oggi chi gestisce un certo turismo di massa, sulle montagne soprattutto, abbia scelto di spegnere la mente e i sensi e correre dritto verso il baratro lasciando dietro di sé dei gran disastri (oltre a un sacco di soldi pubblici), incapace di imboccare vie più logiche, assennate e per ciò sicure nonché benefiche per i propri territori. Un pericoloso esempio di analfabetismo funzionale in salsa turistico-alpina, in pratica.

A questo punto, tanto vale costruire delle enormi montagne gonfiabili ricoperte di neve di plastica, da mettere in piedi al bisogno per il più facile seppur dispendioso sollazzo. Esattamente come le bambole gonfiabili, buone per chi non sappia fare quel che vuole fare in modi più autentici, ecco.

Notarella finale: nel sito web dei Piani di Bobbio, a stagione estiva cominciata, le webcam che mostrano il luogo casualmente sono spente. Occhio non vede, cuore non duole – animo non s’incazza. Forse.

P.S.: nuovamente ringrazio di cuore Beppe Rusconi per la concessione delle foto, e ugualmente Giovanni Ponziani che ha fatto da tramite facendomi conoscere le circostanze di cui avete appena letto.

Acqua, bene prezioso (ma non per lo sci)

Ora, detto tra noi, a leggere la notizia qui sopra, d’accordo o meno che si possa essere con quanto annuncia, e posto che non conta la località citata dato che di interventi del genere ce ne sono e ce ne saranno sempre di più visto il clima e la febbre olimpica montante, la domanda che prima di ogni altra mi pongo è: ma dove pensano di prenderla, anzi, di trovarla tutta l’acqua necessaria?

«Al fine di alimentare i 1.300,00 ml di nuove linee con i 13 punti di innevamento, di cui 8 nella parte prioritaria della pista, devono essere assolutamente potenziate altre due installazioni tecnologiche. Alla stazione di pompaggio va aggiunta una pompa che aumenti la portata totale da inviare ai generatori di neve, in maniera tale da garantire la contemporaneità di innevamento con l’intera area sciistica di discesa; tale operazione risulta indispensabile se si vuole garantire il successo del presente progetto, poiché il numero di giornate, con temperature adeguate alla produzione di neve, è tale da dover far coincidere l’uso di tutti i generatori presenti sulle piste in maniera contemporanea» (dall’articolo sopra linkato).

Be’, nel caso specifico, visto quanto successo già diverse volte nella località in questione, l’ultima nel 2016 (mica 50 anni fa, eh, ma d’altronde si sa che la memoria è sempre troppo corta, quando serve – vedi qui sotto), e posta l’emergenza idrica che sta affrontando tutto il Nord Italia (situazione eccezionale oggi, domani forse no) e che rende assai attuale e lampante il problema, forse devo formulare quella mia domanda in una maniera più consona: ma a chi pensano di toglierla, tutta l’acqua necessaria?

L’archeologia idroelettrica dell’Orrido del Gallavesa

Premessa: l’Orrido del Gallavesa, del quale racconta questo brano (tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte; per saperne di più, cliccate qui) è una profonda forra posta nel territorio comunale di Erve (Val San Martino, Lecco) formata dalle acque dell’omonimo torrente, che scende dai contrafforti meridionali del Resegone e sfocia nel Lago di Garlate. La forra, il cui intaglio potete intuire nell’immagine qui sopra, è popolarmente conosciuta come “orrido” per la sua profondità (circa 2-300 metri dal ciglio superiore dei versanti sovrastanti) in relazione alla larghezza, anzi, alla strettezza delle pareti rocciose che la racchiudono (solo qualche metro, sul fondo) e la rendono piuttosto cupa e impressionante. D’altro canto, a generare questa percezione contribuisce certamente anche la spettacolare strada carrozzabile che da Calolziocorte giunge a Erve, un capolavoro d’ingegneria d’inizio Novecento, la quale attraversa la gola con un lungo tratto scavato nella roccia e parzialmente a sbalzo sul precipizio.
Buona lettura.

Da che nella seconda metà dell’Ottocento il progresso industriale prese a spandersi oltre le periferie delle città più grandi raggiungendo, anche grazie allo sviluppo dei reti di trasporto su rotaia, le zone rette fino a quel punto da un sistema economico di tipo rurale, anche a Calolziocorte sorsero i primi importanti stabilimenti, i quali rapidamente assorbirono buona parte della forza lavoro prima dedita sostanzialmente al lavoro nei campi diventando il motore fondamentale dell’economia locale. Ma per essere tali, anche i motori nel senso letterale del termine ovvero i macchinari impiegati nel processo produttivo abbisognavano di adeguata e crescente forza motrice ovvero di energia elettrica, che fin da quando venne “inventata” (anche se il termine è improprio) rappresentò una enorme rivoluzione rispetti ai precedenti sistemi di produzione endotermica o ad altri di concezione più primitiva. Rapidamente le principali fabbriche del territorio calolziese intuirono di avere a porta di mano, sul territorio, una preziosa possibilità di produzione in proprio di energia derivandola dall’acqua e dunque con sistemi idroelettrici, quand’essi presero a diffondersi: la forra del Gallavesa, nella quale il torrente scorreva con impeto e portata adeguati a ricavarne elettricità. Fu così che nacquero ben tre piccole centrali idroelettriche, sorte in differenti punti dell’orrido per iniziativa di altrettante delle più importanti fabbriche del calolziese: la “Sali di Bario”, il cui nome segnala la produzione di derivati della barite, la “Gavazzi”, industria tessile, e la “Pirelli”, attiva nella lavorazione della gomma. Furono installate tubature per convogliare l’acqua e turbine per la produzione di energia: in particolare la centrale a monte della località Vai – più o meno a metà forra; il curioso toponimo, molto semplicemente, significa “scoiattolo” – di proprietà della Gavazzi, si segnalava per la particolarità tecnologica legata alla presenza di una turbina “Pelton”, di tipo ad azione dato che l’acqua veniva trasformata in energia cinetica con dei particolari ugelli prima di giungere alle pale della stessa, a differenza degli altri tipi di turbina nei quali parte dell’energia cinetica legata all’acqua in movimento viene prodotta dentro di essa, grazie alla conformazione dei condotti di ingresso – e per ciò definite a reazione.

Ma fino a qui, particolarità tecniche a parte, la storia delle centrali idroelettriche dell’orrido del Gallavesa non presenta nulla di così speciale. Alquanto speciale, invece, e quasi incredibile a pensarci oggi – soprattutto per chi conosce la zona e comprende quanto il termine “orrido” per la Valle del Gallavesa in quel tratto sia assolutamente consono – è che quelle centrali erano presidiate durante tutto l’anno da custodi che vivevano presso di esse, in alloggi a dir poco spartani ricavati accanto ai locali delle turbine. In quell’orrido, appunto, in zone di disagevole raggiungimento tra altissime pareti rocciose che tutt’oggi scaricano frequentemente sassi e nelle quali, durante la lunga stagione invernale, freddo, gelo e ombra dominavano su ogni cosa, alcuni uomini, anche con famiglie al seguito, vivevano e lavoravano in condizioni che, è facile immaginarlo, verrebbero considerate insostenibili da buona parte di noi contemporanei; di essi si ricorda tale Ettore Manzoni di Somasca oppure Egidio Valsecchi di Calolzio, mentre di altri non si conservano informazioni. Tuttavia a quei tempi – fate conto che le centrali vennero dismesse intorno agli anni Sessanta del Novecento – l’elettronica, l’automazione industriale e i sistemi di controllo remoto erano ancora di là da venire, dunque era necessario che qualcuno si infilasse in quella forra “dantesca” e ci restasse a lungo per vegliare sui macchinari presenti. Qualcosa che sotto certi aspetti può ricordare alcune delle più disagevoli attività legate alla montagna, solo che in quei casi, l’isolamento, la solitudine e le condizioni ambientali difficili erano a poche centinaia di metri da Calolziocorte e dalla sua civiltà, e non venivano certo sostenute per passione o diletto. D’altro canto, è un aspetto della storia industriale del territorio calolziese insolito e poco conosciuto oltre che, a proposito di attività alpestri, a suo modo emblematico del rapporto che il territorio intratteneva con le montagne locali e le loro risorse, non diversamente che in zone più prettamente montane; una storia che di certo non tornerà più come allora (per la cronaca, uno degli impianti idroelettrici presenti nell’orrido è stato ripristinato qualche anno fa ma ovviamente con tutte le automazioni del caso oggi disponibili) e proprio per questo meritevole di considerazione, anche in memoria di attività lavorative quotidiane, dunque vitali, e di una nozione generale di “lavoro” che al giorno d’oggi, nel senso e nella sostanza, ci sembrano parte di un passato lontanissimo, ben più distante di quanto in realtà non sia.

N.B.: si tenga conto che l’Orrido del Gallavesa formalmente non è percorribile; sul web si trovano ancora numerose pagine che riferiscono di un sentiero attrezzato del CAI di Calolziocorte il quale attraversa la gola ma che è stato completamente smantellato qualche anno fa, essendo alcuni tratti ora ostruiti dalla presenza delle tubature della nuova centralina idroelettrica.

(Le immagini sono dello scrivente, di Giuseppe Rocchi che ringrazio per avermele concesse e tratte da https://mapio.net/s/49927776/ e da https://www.vieferrate.it/pag-relazioni/lombardia/63-prealpi-lombarde/108-gallavesa.html.)

“La Montagna assetata”

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla a un formato più leggibile.]
Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.