Riccardo Cassin

Qualche giorno fa, cioè il 6 agosto, si è ricordata la scomparsa di Riccardo Cassin, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, che ha lasciato questo mondo nel 2009. Vivendo vicino a Lecco, ebbi modo di ascoltarlo in diverse serate sulle sue imprese alpinistiche e di scambiarci insieme qualche fugace chiacchiera durante un evento insolitamente poco affollato sulle imprese dei lecchesi in Patagonia in un rione cittadino al quale presenziava un altro grandissimo alpinista di Lecco, Casimiro Ferrari. Cassin stava ancora relativamente bene, era loquace e gioviale con tutti; mi bastarono quei pochi istanti per capire quanto fosse generoso, leale, rigoroso e al contempo mentalmente aperto, a suo modo carismatico: non come l’amico Walter Bonatti, circondato da un’aura quasi sovrumana, semmai dotato di un carisma più “genuino” ma non per questo meno percepibile e influente.

Lo scorso maggio “Montagna.tv” ha dedicato un articolo alle immagini di grandi alpinisti realizzate dal fotografo americano Jim Herrington. Una serie che si apre proprio con uno scatto di Riccardo Cassin di grandissima e commovente potenza, la cui visione mi ha colpito molto.

Così al riguardo racconta Herrington: «Lo avevo cercato a lungo, ma non ero riuscito a incontrarlo. Non parlo italiano, a quel tempo Internet era meno diffuso e meno potente di oggi. Poi mi è arrivata una telefonata da Lecco. Vieni, fai in fretta, Riccardo non ne ha più per molto. Quando me lo sono trovato davanti, Riccardo Cassin non riusciva più a parlare, ma sono sicuro che capisse. Guardava fuori dalla finestra, verso il lago, aveva la famiglia intorno. La morte è un momento straordinariamente privato, mi sono sentito un intruso, un paparazzo. Quello è stato il primo ritratto a un alpinista che ho scattato fuori dagli Stati Uniti» conclude significativamente il fotografo americano, quasi a voler rimarcare la grandezza planetaria di Cassin e la sua fama che tuttavia più che di mera gloria era espressione di rispetto e riverenza assolute.

Herrington racconta che Cassin «guardava fuori dalla finestra, verso il lago». A me piace immaginare che il suo sguardo dalle finestre di casa, oltre al lago e al prospiciente Monte Barro, riuscisse a cogliere verso nord anche la “sua” Grignetta e che, nella visione del celeberrimo profilo reso acuminato dalle innumerevoli guglie, torri, pinnacoli arrampicati chissà quante volte, Cassin abbia ritrovato la pace ultima interiore necessaria per lasciare serenamente il mondo, portandosi con sé nella mente quella visione di bellezza e valore incommensurabili, così preziosa per ascendere da par suo le vette celesti. La stessa visione che, ogni volta si ammiri la Grignetta e le altre grandi montagne lecchesi, ci riporta inevitabilmente a Cassin, spero ancora per lungo tempo.

Una frase “scivolosa” (e una impegnativa)

Leggo (vedi qui sopra) del conferimento al consigliere regionale lombardo – lecchese e dunque delle mie parti – Giacomo Zamperini della carica di Presidente della Commissione Speciale “Valorizzazione e tutela dei territori montani e di confine – Rapporti tra la Lombardia e la Confederazione Svizzera”. Incarico importante e impegnativo, come segnala il nome stesso della commissione presieduta, che impone responsabilità non da poco, tanto politiche quanto culturali.

Ciò è rimarcato dal passo falso con il quale il Presidente appena eletto è partito per questa nuova avventura politica: Zamperini dichiara che «All’atto del mio insediamento, ho voluto ricordare il grande temperamento e l’autenticità della gente di montagna, la quale affonda convintamente le radici nella propria terra e nella propria comunità, radici antiche e così profonde da superare le difficoltà e gli inverni più gelidi. Così, ho voluto ricordare l’alpinista ed esploratore Walter Bonatti il quale, parlando delle nostre montagne, diceva: “Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna”. Questa sua citazione ci farà da guida per il nostro lavoro nei prossimi cinque anni».

Eh, peccato che, come i più fervidi appassionati di montagna sapranno, quella citazione non sia di Walter Bonatti ma di Felice Bonaiti, uno dei fondatori della Giuseppe e Fratelli Bonaiti di Calolziocorte che nel 1977 è diventata la Kong Spa, tra i leader mondiali nella produzione di materiali per l’alpinismo e autentica eccellenza industriale lecchese (con la quale peraltro ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare). Fu proprio Felice a mettere in pratica le intuizioni del grande Riccardo Cassin che portarono all’ideazione del moderno moschettone da alpinismo, quella a forma di “D” che ha reso celebre l’azienda oggi con sede a Monte Marenzo (ma nata nell’Ottocento a Lecco). La frase venne poi diffusa dal figlio Marco Bonaiti, attuale presidente della Kong, su un catalogo di molti anni fa (nell’immagine in fondo al post vedete una sua riproduzione, tratta da libro sulla storia della Kong); come sia poi stata attribuita a Bonatti è un mistero, o forse è soltanto il frutto di una banale confusione tra i due cognomi simili, Bonaiti e Bonatti, nel contesto alpinistico/montano. La superficialità del “sentito dire” (e di recente i soliti social) ha(nno) fatto poi il resto, facendo credere a chi di montagna non ne mastichi granché che effettivamente fosse Bonatti l’autore di quelle belle parole.

[Estratti dal libro sulla storia della Kong, pubblicato nel 2019.]
Dunque non se ne dolga, il Presidente Zamperini, per questo appunto da me (e forse anche da altri, chissà) segnalato, che gli sembrerà pedantesco ma vuole essere innanzi tutto costruttivo, dacché è bene mantenere sempre alto il livello culturale di base nelle questioni legate alla montagna, che è appunto uno dei nostri paesaggi culturali per eccellenza ovvero quello dove il legame tra territorio e genti che lo abitano è più emblematico: in fondo da qui nascono le suddette grandi responsabilità che l’incarico politico in questione porta in sé. Fin dal nome della commissione in questione, ribadisco, ove si accostano i termini «valorizzazione» e «tutela» che non di rado, le cronache lo testimoniano, sui monti vanno in collisione: perché se generalmente la tutela della montagna comporta anche la sua valorizzazione, non sempre questa seconda ha implicato, ovvero ha previsto, la prima. Siamo sempre nell’ambito del rapporto conflittuale, ma “filosoficamente” paradossale, tra economia e ecologia, due ambiti che nascono come «fratelli» (hanno la stessa radice etimologica) ma col tempo sono spesso diventati «coltelli» e in montagna, per le caratteristiche peculiari del territorio e della presenza umana in esso, tale correlazione tra i due diventa o ancora più perniciosa oppure può essere finalmente virtuosa e benefica per chiunque, uomini e monti.

Non posso dunque che fare i migliori auguri di buon lavoro al Presidente Zamperini, nell’ottica generale di quanto ho appena affermato e parimenti rammentandogli di fare attenzione al possibile ghiaccio lungo i sentieri montani, sul quale a volte è facile scivolare malamente. Qualche buon moschettone da tenersi nello zaino, in tal caso, sarà sempre utile!

Un certo dissenso

I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.

Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro! Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.

Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…

25 aprile, 70 anni. Una significativa testimonianza.

Il personale, piccolo ma spero significativo contributo all’importante ricorrenza di oggi lo traggo dalla biografia di uno dei più grandi alpinisti della storia, Riccardo Cassin. Autore di imprese leggendarie sui monti e parimenti grandissimo uomo, capace di mostrare doti di umanità a dir poco rare in ogni frangente della sua vita, non di meno durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando si distinse tra le fila dei volontari combattenti per la liberazione dall’oppressione nazifascista nella sua Lecco. Il brano è tratto dal capitolo 10 di Cento anni in vetta. Riccardo Cassin: romanzo di Vita e Alpinismo, di Daniele Redaelli – capitolo intitolato Cartine per sigarette. La guerra partigiana che potete leggere nella sua interezza qui (in pdf).
Non vi è molto da aggiungere, solo da leggere. Ricorrenze come questa abbisognano di poche parole, quelle giuste e niente altro, semmai ben più di riflessione e meditazione. Settant’anni sembrano tantissimi, per questa nostra epoca contemporanea così “live fast” al punto che qualcosa accaduto un mese fa sembra far parte della preistoria; invece sono pochi, 70 anni, pochissimi. E’ storia che abbiamo appena dietro l’angolo del tempo, e che se non sappiamo più considerare nel modo migliore e più ponderato possibile solo perché non la “vediamo” più, si ripeterà quanto prima. E, temo, con esiti pure peggiori.

Riccardo Cassin e la sua Brigata Rocciatori sfilano nel centro di Lecco.
Riccardo Cassin e la sua Brigata Rocciatori sfilano nel centro di Lecco.

E’ il 27 aprile. Cassin e i suoi uomini sono schierati lungo la massicciata della ferrovia. Da lì tengono d’occhio le case dove ci sono i fascisti e Riccardo conta di mettere fuori uso, a colpi di bazooka, il cannoncino anticarro che sta causando molte perdite fra gli assedianti. Qualche scambio di colpi isolati poi, ogni tanto, la battaglia riprende furiosa. Alle 9 cadono Italo Casella e Angelo Negri.
Alle 11 Alberto Picco, uno studente del liceo classico, allievo di don Ticozzi che aiutava nel far fuggire ebrei in Svizzera, sale sul ponte di via Previati per installare una mitragliatrice. Lo fulminano prima che ci riesca. E’ il morto più giovane.
Intanto sono cominciati ad arrivare gli altri gruppi partigiani, scesi dalle montagne. Tutte le strade di Pescarenico sono bloccate.
Per i brigatisti non ci sono più speranze di fuga. Ma sono bene armati e ben protetti. Cassin non riesce a far tacere il loro cannoncino. Anzi, a un certo punto, è lui stesso ad essere inquadrato. Il proiettile lo sfiora e s’infrange sulla massicciata, causando un nugolo di schegge e pietrisco. Riccardo è colpito al volto e al braccio destro. Perde molto sangue. Alcuni cercano di avvicinarsi, preoccupati, demoralizzati e spaventati dal timore di aver perso anche il loro leader, dopo tanti amici. «Cosa fate? Non sono mica morto, forza, non è niente», tuona il ferito.

La tessera dei "Volontari della Libertà" di Cassin.
La tessera dei “Volontari della Libertà” di Cassin.

Tutti tornano ad appostarsi. Il Pina, macchinista di treni, era sparito da un po’ dalla linea di fuoco. Era andato a mettere in pressione una locomotiva, poi vi aveva montato una mitragliera a quattro canne. Adesso è lì, sopra la massicciata, che va avanti e indietro con la vaporiera mentre un compagno rovescia proiettili sulle postazioni dei brigatisti. E’ devastante.
Cassin, bendato in qualche modo, ha rifiutato il ricovero: «C’è tempo per questo..»
Inquadra con il bazooka l’autoblindo e lo centra. E’ la fine. Da una finestra spunta una bandiera bianca. Farfallino Giudici salta subito in piedi per esultare, insieme a Silvano Rigamonti, Antonio Polvara ed Ettore Riva. «Fermi, fermi, giù», urla Cassin. Da una finestra più lontana una raffica li falcia. Giudici e Riva muoiono sul colpo, gli altri sono feriti. Probabilmente un brigatista non si era accorto che i suoi comandanti avevano esposto la bandiera della resa.
La reazione è rabbiosa, gli uomini vanno all’assalto allo scoperto per vendicare gli amici. Cassin finisce i colpi mettendo a tacere anche l’anticarro. Lo raggiunge un capo partigiano di Pescarenico. Sul portone si affacciano due ufficiali con una bandiera bianca. Si riesce a far cessare il fuoco. Riccardo e l’altro partigiano scendono a trattare la resa.
«Sono ancora tanti e bene armati», dice al compagno.
«Sì, forse hanno ancora più munizioni di noi, però non possono andare da nessuna parte. Hai paura?» chiede a Riccardo.
«Un po’ sì.»
«Anch’io.»
Il colloquio è rapido, gli ufficiali chiedono di aver salva la vita e l’onore delle armi.
«Per la vita vi do la mia parola», risponde Cassin. «E anche per le armi, però voglio che venite fuori uno alla volta e, uscendo, tutti devono depositare gli otturatori ai nostri piedi. Così evitiamo colpi di testa, altrimenti qui finisce in un massacro peggio di quello che è già avvenuto.»

Cassin nel 1938, di ritorno dalla via sulla parete Nord delle Grandes Jorasses salita con con Ugo Tizzoni e Gino Esposito, una delle più grandi imprese alpinistiche di sempre.
Cassin nel 1938, di ritorno dalla via sulla parete Nord delle Grandes Jorasses salita con con Ugo Tizzoni e Gino Esposito, una delle più grandi imprese alpinistiche di sempre.
I brigatisti sfilano, sono 153, davanti ai piedi di Riccardo si forma una montagnola di otturatori.
Cassin viene ricoverato in ospedale. Il comando di piazza si consulta con Milano: la morte di Giudici e Riva, colpiti mentre era esposta la bandiera bianca, va punita con la fucilazione degli ufficiali. La sera del 28, al campo di calcio, in 16 sono passati per le armi, nell’elenco degli ufficiali della Leonessa e della Perugia viene infilato anche qualche civile. Conti personali da regolare!
L’impegno di Riccardo non viene tenuto in alcuna considerazione. Quando gli annunciano l’avvenuta esecuzione è addolorato e deluso: «Siamo noi che abbiamo combattuto e altri, arrivati a cose fatte, hanno deciso per la fucilazione. Noi abbiamo avuto i morti e, per noi, la guerra è finita con quel mucchio di otturatori per terra.»

Riccardo Cassin con Reinhold Messner e Walter Bonatti, durante i festeggiamenti per i 100 anni.
Riccardo Cassin con Reinhold Messner e Walter Bonatti, durante i festeggiamenti per i 100 anni.