A nord e a est del lago, sul pallido biancore dell’alba, erano apparse le cime delle Alpi. Bianche di neve, anche in giugno, le Alpi si stagliano sull’azzurro chiaro di un cielo sempre limpido a quelle altezze immense. Una catena scende verso sud, verso la bella Italia, a separare il lago di Como dal lago di Garda. Fabrizio guardava in alto, verso quelle sublimi montagne. La luce era più forte, adesso, incideva le vallate, illuminava la nebbia leggera che saliva dal fondo delle gole.
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.
Alessandro Manzoni a.k.a. “Alemanzo Sandroni”, by Roberto Albertoni (da http://www.forcomix.com/)
Eh già: anche nella Milano manzoniana del ‘600, soggiogata dalla peste, circolavano fake news a gogò su chi fossero gli untori che propagassero il terribile morbo, scatenando ciò una vera e propria psicosi di massa che oggi chiameremmo fobia – per la quale pure Renzo, scambiato per un untore, rischia il linciaggio.
Tuttavia almeno allora un’emergenza seria c’era – la peste nella sola città di Milano provocò 60.000 morti in appena due anni; per le tante pseudo-fobie contemporanee invece non c’è quasi mai una buona giustificazione. Allora come oggi invece, lo denota il Manzoni, il buon senso latitava parecchio: ma se a quei tempi esso c’era, soltanto nascosto “per paura del senso comune”, oggi temo che proprio il “senso comune” – ovvero il famigerato vox populi vox dei così condizionato e pilotato dai media nonché privato delle necessarie consapevolezze culturali – lo abbia allontanato definitivamente, o quasi. Sempre che non l’abbia addirittura soffocato.
N.B.: questo articolo l’ho originariamente pubblicato il 2 ottobre 2017. Validissimo anche se non soprattutto oggi, non trovate?
Mi hanno dato uno schiaffo.
Ero alla finestra. All’improvviso per strada qualcosa ha fischiato.
Mi sono affacciato alla finestra e m’han dato uno schiaffo.
Mi son nascosto subito in casa. E adesso sulla mia guancia brucia, come si diceva una volta, una vergogna incancellabile.
Un dolore così grande per un’offesa l’ho provato prima solo una volta.
È stato così.
Una bellissima signora, figlia naturale di un re, mi aveva regalato un lussuoso quaderno.
Per me era una vera festa, per quanto bello era il quaderno. Mi sono seduto subito e ho cominciato a scriverci dei versi. Ma quando quella signora, figlia naturale di un re, ha visto che scrivevo in questo quaderno dei versi ha detto:
– Se io avessi saputo che lei avrebbe scritto qui i suoi versi mediocri, non le avrei mai regalato questo quaderno. Io pensavo che questo quaderno le sarebbe servito per ricopiarci le frasi utili e intelligenti che lei avesse letto nei libri.
Ho strappato dal quaderno i fogli con le cose che avevo scritto e l’ho restituito alla signora.
E adesso, quando mi han dato lo schiaffo alla finestra, ho sentito una sensazione a me conosciuta.
Era la stessa sensazione che ho provato quando ho restituito alla bellissima signora il suo quaderno.
Ecco come Charms, genialmente, nel raccontare delle sue poesie mediocri, scrive un pezzo dalla carica poetica fremente e maggiore di innumerevoli “poesie” pretese come tali ma invero deprecabili e deprimenti, e lo fa scrivendolo in forma di prosa. Un genio, appunto.
[Foto di Marco Tambara, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Antonio Pennacchi, che purtroppo ieri se n’è andato verso lidi ultraterreni, è uno di quegli autori letterari dei quali, nonostante la conoscenza di fama del personaggio, non mi è mai venuto il desiderio ovvero la curiosità di leggere qualcosa. Non so, forse perché i miei gusti letterari, se pur da biblionnivoro quale mi pregio di essere, erano e sono altri rispetto ai suoi libri, o forse perché non mi è mai capitata l’occasione di venirne interessato da qualche intrigante recensione o intervista o articolo oppure perché, forse, quando quell’occasione si stava manifestando, è stata adombrata da desideri e bisogni di lettura più impellenti. In ogni cosa per una mia colpa, sia chiaro.
Ora che Pennacchi non c’è più, e di tale triste circostanza leggo un po’ ovunque sui media, la curiosità di leggere qualcosa di suo ce l’ho. E ammetto di trovare questa cosa un po’ imbarazzante, perché mi dico che potevo pensarci prima, quand’era ancora in vita, anche se per lui ovviamente non sarebbe cambiato nulla – forse invece per me sì, chissà. Ma sovente accadono queste cose un poco bislacche: come per certi artisti le cui opere in vita valevano cifre modeste e, dopo la dipartita, per la critica diventano capolavori e per i collezionisti acquisti milionari e contesissimi. Si usa dire in tali casi che la “morte rende famosi”, ma certamente è una considerazione piuttosto subdola; d’altro canto un altro grande scrittore (polacco), Stanislaw Jerzy Lec, fece un’altra considerazione apparentemente ovvia ma del tutto obiettiva e invero assai profonda: «La prima condizione dell’immortalità è la morte». È vero, nel bene e nel male, e se rimprovero a me stesso di non aver mai letto nulla fino a oggi di un autore così in vista, ora cercherò di mettere in pratica quell’osservazione di Lec proprio grazie a uno degli oggetti “immortali” per eccellenza, il libro. Di Pennacchi e di qualsiasi altro autore che mi ha attratto solo dopo la sua ora fatale, e sia nel caso che ciò mi permetta di formulare un apprezzamento che sarà postumo ma imperituro o che mi renda chiaro una volta per tutte il perché delle precedenti mancate letture, ecco.
La Russia non si può capire con l’intelletto, | non è misurabile con il metro comune; | ha una natura propria, | nella Russia si può solo credere. Così scrive nell’Ottocento il grande poeta Fedor Tjutčev, compendiando al meglio quello che tutt’oggi è lo spirito russo, in senso geografico, nazionale, sociologico e antropologico, nel bene e nel male.
Be’, i versi di Tjutčev sembrano pure una buona descrizione di un autore – russo, naturalmente – come Daniil Charms, uno i cui testi non si possono capire solo con l’intelletto perché ci vuole pure una certa fantasia, che certamente è al di fuori dell’ordinario (il «metro comune», appunto) e possiede una natura letteraria propria o comunque assai particolare, così che a leggerlo, prima di capirlo ovvero per capirlo, bisogna innanzi tutto essere pronti a credergli, a credere a ciò che scrive anche quando possa apparire come una cosa insensata e ingiustificabile.
D’altro canto quante volte certi personaggi, nei più disparati campi dello scibile umano, sono stati considerati “insensati” ovvero pazzi, o qualcosa del genere, solo perché erano così geniali da non essere compresi da nessuno? Se di Daniil Charms leggete Disastri (Marcos y Marcos, 2011, traduzione e cura di Paolo Nori), ecco, facilmente credo che vi troverete a ragionare se quanto state leggendo sia ascrivibile a una mente folle oppure, come accennavo, a una geniale e così particolare, così fuori dall’ordinario da non essere compresa. Ciò forse proprio perché, per essere compresa, non ha bisogno del consueto «metro comune» sopra citato ma di un giudizio extra-ordinario, ovvero impone al lettore di togliersi dalla mente i soliti schemi percettivi e valutativi per installarne altri, anzi, no, meglio, per lasciare spazio aperto e libero ad un incontro che sarà in principio sconcertante ma poi, pagina dopo pagina, sempre più affascinante e magari, alla fine, anche riconoscibile.
Paolo Nori – autore tra i migliori in senso assoluto, in Italia, e insuperabile, illuminante guida alla letteratura russa – traduce e cura una formidabile selezione di testi di Charms, da quelli di due righe ad alcuni più lunghi e articolati, certi che paiono totalmente privi di senso e altri dietro le cui frasi si scorgono territori psicomentali vastissimi e intriganti nei quali ogni elemento – ogni parola, immagine, idea, vaneggiamento apparente – è in grado di raccontare infinite altre sotto-storie […]
[Daniil Charms nel 1931. Foto di OGPU pri SNK SSSR, Pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.](Potete leggere la recensione completa di Disastri cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)