Fare lo scrittore è una faccenda sospetta

Una volta una signora domandò ai miei bambini che stavano giocano per strada che cosa facesse il loro papà, quale fosse la sua professione, e la risposta fu: «Racconta storie». La signora rimase sconcertata. A ragione. A Neuchâtel erano gli insegnanti, o altre persone serie, che si dilettavano di scrittura, e solo come passatempo. Che io facessi soltanto lo scrittore era una faccenda sospetta.

(Friedrich Dürrenmatt, La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, traduzione e cura di Donata Berra, pagg.28-29.)

Dunque, anche uno dei più grandi scrittori europei del Novecento subì quell’atteggiamento di disprezzo verso la produzione professionale di cultura, così tipico di certi benpensanti, che continua tutt’oggi ed anzi va crescendo in forza di quella tragicamente celebre affermazione per la quale “con la cultura non si mangia”: evidentemente un retaggio conformista avente antiche radici nello stesso concetto di “potere”, io temo – lo stesso Panem et circenses d’epoca romana agiva sullo stesso principio. Il potere, insomma, da sempre foraggia buffoni e cialtroni d’ogni sorta, giammai pensatori e creativi culturali. Troppo “pericolosi”, questi. Ma come lo stesso Dürrenmatt insegna (nel libro citato, ad esempio), è bene disprezzare senza indugio quel disprezzante perbenismo, anche solo ignorandolo totalmente e restando da esso il più lontano possibile: c’è molta più onestà (intellettuale e non solo) e molta meno finzione in chi racconta storie anche inventate sui libri che in quei conformisti intellettualmente deformati che credono di poter dominare la realtà per chissà qual “unzione divina” – o per ben più terrena e ipocrita arroganza. Ecco.

L’artista sostiene l’umano contro la società

L’attività dell’artista lo rende meno socialmente condizionato e più umano. È in tal caso che si dispone alla rivoluzione. La società si oppone all’anarchia; l’artista sostiene l’umanità contro la società; la società quindi lo minaccia come fosse un anarchico. Questa logica della società è difettosa, ma la sua intimazione di un nemico non lo è. Tuttavia, il conflitto sociale con la società è un ostacolo accidentale nel percorso dell’artista.

(Mark Rothko, citato da Robert Motherwell in Beyond the Estetics, su “Design 47” n. 8, aprile 1946, pagg.36-37)

(Mark Rothko with No. 7, autore sconosciuto, 1960. Photo credit: Estate of Mark Rothko.)

Ovvero: l’artista deve essere un rivoluzionario, fautore d’una “rivoluzione” a favore dell’umanità contro certe distorte e imprigionanti convenzioni sociali, a costo di essere poi tacciato (spesso in modo del tutto arbitrario) di antisocialità e anarchismo – due elementi che quelle convenzioni vedono come fumo negli occhi. Ma è normale che sia così e per certi versi è “logico”: in fondo, la società non vi si opporrebbe  – non ne avrebbe l’esigenza – se fosse già libera, emancipata, solidale… in una parola: umana. Come dovrebbe essere – proprio in quanto società di esseri umani – e come invece lo è sempre meno.)

Un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi

I fascisti sono una trascurabile maggioranza. Personalmente, ne conosco uno che ogni volta che mi vede si illumina di gioia e minaccia di mettermi una bomba «sotto casa». Io mi mostro lusingatissimo. Questo della bomba è per lui un segno di considerazione; non la metterebbe al primo venuto, a me invece sì, molto volentieri. E ha l’aria di aggiungere che se non mi ha ancora «messo» la bomba è perché, in fondo, mi vuol bene, mentre dubita che io gliene voglia. Mi dimostra quindi il suo rifiutato affetto come può; mi stima fino all’attentato. Un giorno il fascismo sarà curato con la psicanalisi.

(Ennio FlaianoDiario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.225.)

…E tutto il resto è “letteratura”!

Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall’intervista di un quarto d’ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da “Il seme del piangere”. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli… ammiratori. “Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto è letteratura”.

(Giorgio Caproni citato da Vincenzo Cerami su La Repubblica nel 2000, a sua volta citato da Antonello Tolve, Giorgio Caproni maestro “per caso”, su Artribune nr.42, marzo-aprile 2018.)

La “Rotkho Room” della Tate Modern di Londra come esperienza spirituale

Se durante queste festività visiterete Londra, o in qualsiasi caso vi capiterà di andarci in futuro, “regalatevi” un’esperienza tra le più intense che si possano vivere – e non solo riguardo ai luoghi d’arte: la Rothko Room alla Tate Modern. La grande sala dedicata a Mark Rothko presso il celebre museo londinese contiene nove opere dell’artista lettone-statunitense, e offre un’esperienza che non esito a definire spirituale. Le grandi campiture di colore delle sue opere sembrano varchi cromatici non tanto verso diverse e inopinate dimensioni “altre” ma più verso l’interiorità di chi vi si trova innanzi, come se attraverso il colore riuscissero a rendere manifeste le profonde emozioni suscitate nel visitatore dalla relazione con le opere e, al contempo, sapessero colorarne degli stessi toni l’animo. Il visitatore si trova così non solo circondato ma in qualche modo avviluppato nelle opere di Rothko, vi si ritrova catturato in modo tanto ipnotico quanto soave, piacevole, riconosce nel colore una tangibilità trascendente, la rappresentazione immateriale eppure vividissima di un “ipermondo” apparentemente fatto di nulla – se non di colore – ma in verità ricolmo di tutto, ovvero di quanto può servire allo sguardo per appagare la mente e lo spirito. Le nove opere della Rothko Room sono come altrettanti specchi, in fondo: stando al centro della stanza è come se vi si venisse riflessi in nove modi differenti ma a riflettersi non è la nostra figura, è la parte interiore, è il nostro io più intimo, profondo e unico.

Per questo l‘arte di Rothko è tanto spirituale, e la Rothko Room della Tate Modern così simile a un luogo sacro. “Sacro” d’una sacralità che trova la propria ragion d’essere, e il proprio senso precipuo (che quasi nulla ha a che vedere con l’accezione ordinaria del termine), nella parte più intima del visitatore, appunto – se il visitatore è capace, almeno in questo frangente, di lasciarsi guidare principalmente dai sensi, di fare che sia l’animo a elaborare la visione recepita dallo sguardo più che la mente, e di saper concepire che una apparentemente “semplice” macchia di colore possa in realtà contenere e rappresentare un mondo intero e tutte le altre sue “coloriture”. La contemplazione che si genera in fronte alle opere è istintiva proprio perché ci si riconosce in esse e parimenti vi si riconosce un qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, certamente sfuggente al normale raziocinio ma pure inspiegabilmente vivido.

Mark Rothko dimostra con la sua arte che la percezione umana sovente non abbisogna di troppi dettagli, è legata a elementi unici tanto più espressivi quanto più in grado di connettersi direttamente con il nostro spirito in un vero e proprio “matrimonio dei sensi” – come lo stesso Rothko sosteneva:

Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i miei dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento.

Insomma, andateci alla Tate Modern a visitare la Rothko Room. Ne vale la pena, anzi: vale da sé un viaggio a Londra, ve lo assicuro.

P.S.: per la cronaca, la Tate avrebbe potuto possedere molte più opere di Rothko, ma quando l’artista le offrì al museo, nel 1967, l’allora direttore Norman Reid le sottovalutò e rifiutò, eccetto proprio i nove dipinti che oggi sono esposti nella Rothko Room. Ai tempi le opere vennero valutate intorno ai 330mila dollari, oggi valgono circa 1,5 miliardi di sterline… (fonte: qui).