Enrico Camanni, “La nuova vita delle Alpi”

Ormai da qualche tempo è particolarmente vivace il dibattito pubblico sulle cosiddette “aree interne”, ovvero i territori meno urbanizzati che dallo sviluppo industriale in poi, e in particolare nella seconda metà del Novecento, hanno subìto una situazione di sostanziale squilibrio socioeconomico (in primis, ma non solo quello) rispetto alle aree maggiormente antropizzate. Tra queste aree interne, la montagna è senza dubbio l’ambito nel quale lo squilibrio si è palesato in modi via via più evidenti e, non di rado, paradossali: basti pensare a come le Alpi cingano una delle aree più ricche e sviluppate d’Europa, il bacino della Pianura Padana, eppure presentino una lunga e spesso drammatica lista di problematiche sociali, culturali, antropologiche oltre che ambientali, che da territorio centrale (non solo geograficamente) e fondamentale per la storia del continente europeo le ha rese spazio marginale, privato di voce politica, svuotato di forza sociale e civile, meramente sfruttato e sempre con scarsa o nulla considerazione delle sue peculiarità e delle criticità, trasformato in banale “divertimentificio” a discapito della propria secolare economia legata al territorio e alle relative risorse.

Il dibattito sui temi relativi alle aree interne e, in particolare, alle problematiche della montagna, dicevo, è oggi vivace e col tempo diventa sempre più strutturato, ma certo non è solo da qualche anno che si dibatte di ciò: è fin dagli anni Sessanta del Novecento che i primi studiosi di cultura di montagna hanno cominciato a mettere in evidenza e analizzare la realtà storica e quella che si stava delineando a seguito del forte sviluppo turistico di molte vallate alpine. Poi, dagli anni Ottanta, queste analisi si sono articolate anche in senso istituzionale – il che ha consentito la nascita di varie associazioni di salvaguardia della realtà alpina – ed è diventata sempre più evidente la necessità, per le genti delle Alpi, di prendere nuovamente in mano le redini del proprio destino, di agire per ottenere un cambio paradigmatico delle visioni strategiche verso i territori alpini, di lottare per preservare la millenaria, raffinata identità culturale delle loro Terre Alte, da troppo tempo posta alla mercé dell’antropizzazione più disordinata, insolente e selvaggiamente consumistica – insomma: la necessità di una nuova vita per le Alpi.

Ed è proprio così che Enrico Camanni, uno dei maggiori esperti italiani di cultura alpina in senso assoluto, ha voluto intitolare il proprio saggio dedicato a queste tematiche: La nuova vita delle Alpi (Bollati Boringhieri, 2002). “Nuova” vita, non semplicemente rinnovata: quantunque i problemi di sviluppo delle vallate alpine siano diventati evidenti soprattutto dal dopoguerra ad oggi, è almeno da due secoli che il processo di svilimento sociale, antropologico, economico ed ecologico nonché culturale delle Alpi si é avviato. Due secoli di stravolgimenti spesso talmente drastici da non poter più prevedere una qualche forma di riparazione, di aggiustamento, ma da necessitare di un nuovo inizio, una rinascita che sappia recuperare tutto il valore della millenaria civiltà alpina (continua…)

(Leggete la recensione completa di La nuova vita delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Camminare è una visione di libertà (Davide Sapienza dixit)

Il cammino prevede una visione. Una visione prevede un legame, Un legame prevede di scegliere un rapporto di intimità. Un rapporto di intimità ci fa sentire vivi. Sentirsi vivi significa respirare, camminare, sentire la forza della vita percorrere muscoli vene e articolazioni: significa non avere paura, la vera arma letale per lo spirito umano. Il luogo della libertà è lì fuori: per trovarlo serve un gesto semplice, il primo e l’ultimo che faremo nell’età della consapevolezza: camminare. Perché camminando, sento l’intimità con la vita.

(Davide SapienzaCamminando, Lubrina Editore, Bergamo 2014, pag.95; in ebook su Feltrinelli.)

(Foto © Claudio Carminati)
(Foto © Claudio Carminati)

Rileggendo questo brano del libro di Sapienza, mi viene in mente – forse in modo facile, banale, retorico, ma d’altro canto certamente emblematico – come il modus vivendi che ci viene imposto dalla società contemporanea sembra voler eliminare l’atto del camminare, e mi si genera l’immagine di coloro la cui unica attività di cammino è quella svolta nei sempre più giganteschi e spaventosi centri commerciali, ai quali ovviamente si giunge a bordo delle proprie auto che poi resteranno bloccate nei soliti ingorghi del traffico così che, paradossalmente, per percorrere un chilometro di strada in auto ci si impieghi più tempo che per percorrerlo a piedi – camminando, appunto. Ma camminare, scrive giustamente Sapienza, è gesto di assoluta libertà che conduce a vivere in luoghi di libertà – quando buona parte dei (non) luoghi contemporanei sono voraci fagocitatori di libertà. Forse è anche per questo che, da un lato, il camminare è esercizio rivoluzionario e di matrice sovversiva potente; similmente, è anche per questo che da più parti si cerchi di banalizzarlo, di renderlo qualcosa “alla moda”, di vanesio se non di valore parziale e fugace. La libertà fa sempre più paura, al sistema sociale contemporaneo: c’è dunque da camminare molto, sempre di più, così da essere pronti ad allontanarsene il più possibile, appena lo si ritenga necessario.

Rivalorizzare la Montagna… con le moto?

(P.S. – Pre Scriptum: quello che potete leggere di seguito è il testo di una “lettera aperta” inviata tramite il blog Alta Vita – e anche lì pubblicata – al Sindaco di Bergamo nonché Assessore Provinciale al Turismo Giorgio Gori su un caso, a mio modo di vedere, assolutamente emblematico circa i temi di gestione ambientale del territorio (di montagna, in tal caso, ma non solo) di cui concerne e, ancor più, sulla percezione “politica” che della Montagna le istituzioni spesso palesano e pretendono di imporre.)

Ill.mo Sindaco Gori,

posti in primis tutta la stima e il rispetto nei Suoi confronti, e riguardo alla questione della pista di enduro di Dossena, in Val Brembana, c’è una cosa che dal nostro punto di vista appare veramente non accettabile ovvero assolutamente da oppugnare, anche più – in linea di principio – del progetto di ampliamento della pista in sé, che magari è pure stato redatto con autentica cura per l’ambiente (nonostante in molti non la pensino così e argomentino in modo articolato tale loro posizione).

Non accettabili sono le Vostre affermazioni pubbliche a sostegno del progetto ove Voi dichiarate che rappresenti un’opportunità “per potenziare il turismo in Valle” la quale “potrebbe contribuire alla specializzazione turistica e all’economia della Valle”. Ci risiamo, insomma: quando c’è da imporre un progetto di natura considerabilmente impattante (in senso materiale e immateriale) in un territorio dotato tanto di criticità ecologiche quanto bisognoso di rivalorizzazione sociale, antropologica, culturale ed economica – come è il caso dei territori di montagna, ormai sempre più disingannati rispetto al miraggio della ricchezza che prometteva lo sci su pista – ecco che si tirano fuori le solite frasi ad effetto: “potenziare il turismo”, “rilanciare l’economia”, “far rinascere la montagna”, eccetera.
Cioè, per essere chiari: Voi vorreste rilanciare una zona di montagna – sottolineiamo: di montagna, geograficamente prealpina ma con caratteristiche ambientali prettamente alpine – facendo scorrazzare delle moto tra i boschi? Forse che il Genius Loci dossenese si aggiri per le foreste del Monte Vaccaregio su una rumorosa due ruote?
Ribadiamo, magari avete pure ragione, in termini meramente turistici (ci permettiamo tuttavia di essere assai dubbiosi al riguardo: “25 mila appassionati tra Italia, Austria, Germania e Svizzera” non sono nulla!) ma per favore: per onestà intellettuale, culturale, politica, non si venga a dire che tutto questo è sinonimo di “rilancio della montagna”!

Il vero “rilancio” – la rivalorizzazione delle risorse ambientali e umane, della socialità, della cultura e dell’identità culturale, del senso civico dei residenti a supporto della miglior gestione politica e amministrativa dei territori di montagna oltre che dei migliori progetti di sviluppo economico – non passa certamente attraverso l’uso meramente ludico in ambiente dei mezzi motorizzati! Sarebbe come pretendere di aiutare la popolazione di territori afflitti da gravi siccità idriche installando distributori automatici di bevande in lattina! Di ottimi progetti per un vero e virtuoso rilancio di intere zone di montagna ce ne sono in atto numerosi, sulle Alpi e sugli Appennini: date loro un occhio e verificate se in essi vi siano tracce di piste di enduro o di altre inopinate amenità motoristiche, ennesimo frutto di una visione e di un atteggiamento nei confronti della montagna pesantemente antropizzanti e colonizzatrici, identici a quelli che nei decenni scorsi hanno (ad esempio) piazzato impianti di risalita e condomini di infimo pregio architettonico ovunque, e in bergamasca soprattutto, coi risultati (e i fallimenti) che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

D’altro canto, a proposito di bergamasca, non si può non ricordare la non eccelsa fama locale proprio in merito a mezzi motorizzati “impropri” sui sentieri – sì, ci riferiamo alle “bandiere nere” assegnate da Legambiente ai comuni di Bossico e Rovetta “per non avere messo in atto alcuna attività di contrasto al transito abusivo e invasivo dei mezzi motorizzati sui sentieri e le strade agro-silvo-pastorali (VASP) ed avere autorizzato manifestazioni motoristiche che hanno interessato prati e boschi consentendo in tal modo lo sviluppo di una forma di turismo ai limiti della legalità e di raid motoristici fuoristrada.” La frequentazione della pista di Dossena eliminerà quella “forma di turismo” lungo sentieri e mulattiere chiuse al transito dei mezzi motorizzati, oppure c’è il rischio concreto che “normalizzi” la presenza di motociclette pure lungo tali vie prettamente escursionistiche in ambienti naturalistici di pregio? Posto tutto ciò, la questione della pista di Dossena ci pare il classico elefante a zonzo in una cristalleria la quale abbia già subìto notevoli danni!

Per concludere: già tante associazioni, esperti di temi ambientali e privati cittadini stanno entrando nel merito dell’opportunità e delle criticità del progetto della pista in Val Brembana; da parte nostra ribadiamo di nuovo: ogni atto “politico” avente effetti sul territorio, se non ha alla base un’adeguata dose di onestà intellettuale che tenga ben lontano qualsiasi eventuale (e letale) pericolo di contaminazione da ipocrisia, facilmente genererà danni. E non solo al territorio o alla sua rivalorizzazione, ma – anche di più – alla cultura di esso e della gente che lo vive.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo a cui fa riferimento, tratto dal Corriere della Sera. Trovate altri articoli al riguardo qui, sempre dal Corriere della Sera, e qui, dal blog Mountcity.)

Sulla “sacralità” del Paesaggio

Credo che chiunque riveli in sé almeno un poco di sensibilità – cosa che peraltro, a mio modo di vedere, fa parte del “minimo necessario” per potersi considerare esseri umaninon possa non percepire nel paesaggio la manifestazione di una sacralità assoluta. Ma niente di teologico o religioso, sia chiaro – anzi: ciò è quanto maggiormente può svilire quella manifestazione – come nemmeno di meramente estetico, solo legato alla percezione (pur possente ed emozionante) della bellezza naturale del paesaggio e neanche di “sovrannaturale” – definizione in fondo utile a noi uomini quando qualcosa in Natura sfugga alla nostra comprensione o all’immaginazione (e quanto poco ancora la conosciamo, la Natura!)

No, è invece qualcosa di ben presente nel paesaggio stesso, in forma tangibile e non immateriale (semmai siamo ancora noi che nell’individuare – anche inconsciamente – tale sacralità, tentiamo di definirla attraverso forme cognitive inesorabilmente immateriali), che ne determina la forma, l’armonia geomorfologica, il senso, il valore filosofico e di conseguenza la percettibilità da parte nostra – che potrà essere più fisica ovvero maggiormente spirituale e mistica, appunto, ma è una faccenda nostra, questa, non del paesaggio che la genera.

Nel riflettere su ciò, mi torna in mente la visione panteista di Giovanni Segantini, quando il grande artista affermava che “Non cercai mai un Dio fuori di me perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’Universo”, ove tuttavia l’uso del vocabolo “Dio” voleva esprimere un concetto di “entità divina” del tutto antitetico a quello teologico-religioso cristiano e semmai più affine alla concezione buddista, se non ad una vera e propria visione – di matrice pagana – di Natura quale espressione “divina” dacché essa stessa sede del “divino”.

Giovanni Segantini, “Trittico della Natura o delle Alpi: la Natura”, 1898-1899.

Ma anche se, ribadisco, la metafora divina di Segantini può risultare fuorviante, di sicuro egli comprese perfettamente la cognizione (lo dimostra in quelle parole sopra citate, portate sovente ad esempio del suo panteismo “misticamente laico”) che la sacralità assoluta del paesaggio è in fondo presente anche in noi, se sappiamo coglierla e manifestarla – e Segantini certamente lo fece da par suo, attraverso la propria meravigliosa arte). Il che comporta che riuscire a fare questo è in fondo, a sua volta, una grande manifestazione dell’umana sensibilità di cui dicevo in principio nonché, ad un livello più pratico ovvero antropologico, del legame che dobbiamo palesare nei confronti del territorio e dell’ambiente da noi abitato – della Terra, insomma. È il divenire parte dell’Universo come ciascun atomo, per citare ancora Segantini, dunque è il rivelarsi creature “divine” – noi sì, antiteticamente a qualsiasi pretesa e presunta entità teologica, comunque troppo “umana” per risultare credibile e dunque troppo “meschina”, in senso concettuale, nei confronti del paesaggio (ecco perché affermavo che una visione dottrinale religiosa del paesaggio finisce per svilire la sua naturale sacralità).

Di contro, non riuscire in tutto ciò, oltre a quanto affermavo all’inizio di questa dissertazione, temo rappresenti la nostra personale parte di responsabilità in una sostanziale “negazione” del paesaggio e della sua sacralità, ovvero in un possibile, catastrofico sfacelo finale. Che peraltro facilmente non cancellerà il paesaggio, la sua sacralità e la grande bellezza che manifesta, ma cancellerà chi doveva e poteva godere – o ne avrebbe dovuto consapevolmente godere: noi esseri umani.

La nebbia (dentro)

Ci riteniamo – e vantiamo di essere – la razza più intelligente del pianeta, quella che lo domina, che signoreggia su ogni cosa, eppoi ci lamentiamo se piove, se fa caldo o fa freddo, se c’è nebbia e non vediamo più nulla. Cronicamente viziati alle agiatezze anche ove non ve ne debbano essere, stiamo perdendo sempre più la capacità di mantenerci interattivi con il mondo che abbiamo intorno, in ogni sua condizione e soprattutto in quelle più avverse, come fossimo creature fragili e bisognose di aiuto continuo piuttosto dei potenti esseri dominanti che millantiamo di essere – e, chiaramente, siamo più la prima cosa che la seconda. I nostri sensi si stanno atrofizzando, le capacità cognitive pure, la consapevolezza di noi stessi nello spazio e nel tempo viene sempre più sostituita da informazioni preconfezionate alle quali ci adeguiamo acriticamente, senza più nemmeno sforzarci di comprendere se ciò possa esserci proficuo oppure noi. Non sappiamo più orientarci e muoverci nella nebbia ma nel frattempo abbiamo portato la nebbia dentro di noi, offuscandoci lo spirito.

Qualche giorno fa vagavo sui monti sopra casa in un nebbione a tratti estremamente fitto. Certo, quei luoghi li conosco perfettamente, eppure l’assenza di visibilità dei consueti punti di riferimento rendeva il paesaggio del tutto indefinito e incerto. Ma era una condizione perfetta: per affinare i sensi, per percepirsi nello spazio anche senza riferimenti, per allenare la capacità di restare “collegati” con il mondo d’intorno, con il territorio, con il paesaggio, con la sua geografia spaziale che è sempre formativa per la nostra geografia interiore, per mantenere ben visibile e chiara la personale mappa geomentale – la stessa utile, in fondo, a non farmi perdere nello spazio geografico privo di punti di riferimento così come nello spazio antropico e sociale, sovente ben più periglioso pur senza apparenti problemi di “visibilità”.

Per una bella coincidenza, negli stessi giorni l’amico Michele Comi, prestigiosa guida alpina malenca, scriveva le sotto citate parole dopo un’uscita montana “nebbiosa” come la mia:

Non esiste tempo brutto o cattivo, semmai tempo diverso. Ci infiliamo nella perturbazione annunciata sprovvisti d’ogni strumento, per allenare l’esperienza,  i sensi, percepire la neve e l’inclinazione del pendio in condizioni di scarsa visibilità e ritrovare la via del ritorno.

Ecco: noi uomini contemporanei, viziati, capricciosi, abituati alle comodità, al tutto-pronto-sempre-e-comunque, sempre più fobici (soprattutto di tutto quanto sia “diverso”… ma diverso da cosa?), sempre più racchiusi in noi stessi e sempre meno in contatto con il “mondo di fuori” e con la Natura in particolare (ambito primordiale e ineluttabilmente formante ancora oggi, nell’era della ipertecnologia, checché ne pensiamo) dovremmo ritrovarci più spesso nella nebbia, anzi, dovremmo infilarci in essa di proposito, perdercisi dentro. Lì certamente, più che altrove e in altre condizioni, possiamo capire se siamo ancora in grado di ritrovare noi stessi (perderci per poterci ritrovare [1], in pratica), di non smarrirci nel mondo, di cavarcela sul serio e, nel caso, possiamo allenarci all’uopo. Oppure, al contrario, possiamo perdere l’orientamento, andare in confusione, smarrirci veramente: ma, in tal caso, succederà perché probabilmente ci siamo già smarriti nell’ordinaria vita quotidiana.

[1] Come ha ben spiegato Franco Michieli, qui.