Cos’è il “bello”? E che cos’è “brutto”?

La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.

(John Cage, citato in AA.VV., Il libro della musica classica, traduzione di Anna Fontebuoni, Gribaudo, 2019, pag.304.)

Il concetto di “bello” è senza dubbio uno dei più indefinibili e per questo (ma non ineluttabilmente, spesso semmai per ignoranza generale del suo valore) dei più distorti tra quelli che utilizziamo per definire il mondo in cui viviamo attraverso l’immaginario comune proprio della nostra cultura condivisa – o di ciò che riteniamo tale. John Cage ha ragione: se ci fermassimo a riflettere – con adeguata cognizione di causa, ovvio – sul perché certe cose le consideriamo “belle” e di contro certe altre “brutte”, probabilmente non sapremmo rispondere se non attraverso opinioni parecchio banali e vuote. Ciò appunto perché, io credo, di fronte al “bello” e al “brutto” ragioniamo per meri stilemi di un immaginario che assumiamo meccanicamente in quanto parte integrante del modello culturale primario sul quale basiamo la considerazione del nostro mondo. Certamente questi stilemi sono in parte giustificati e giustificabili da una genesi storica, filosofico-estetica, antropologica che fornisce loro un valore logico e apprezzabile ma sovente risultano invece del tutto artificiosi e campati per aria, imposti in base a ideali funzionali a certo marketing e ai relativi tornaconti.

E se per avviare quello che a mio parere è un necessario processo di riscoperta e rivalorizzazione del concetto di “bello” e “brutto” (sarà per questo che la bellezza non sta affatto salvando il mondo, come sosteneva il dostoevskijano Principe Myškin?) dovessimo innanzi tutto mettere in discussione, almeno con noi stessi e nelle nostre personali convinzioni, ciò che crediamo e riteniamo “bello” e ciò che dichiariamo “brutto”? Un po’ come, nel principio, dichiarava Nietzsche (in Umano, troppo umano, 1878) riguardo la fede nella verità, che comincia col dubbio in tutte le verità finora credute. Ecco, così.

Potrebbe essere un buon inizio, forse.

I geni, e gli imbecilli

I geni e gli inventori, all’inizio della loro carriera (e molto spesso anche alla fine), sono stati sempre considerati dalla società nient’altro che degli imbecilli.

(Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano, 1998, pag. 410; ed.orig.1869.)

(Dostoevskij nel 1876. Fonte: Wikimedia Commons.)

Per la serie: verità non scritte ma inesorabili valide sempre, nell’antichità come 150 anni fa e come oggi. E nel futuro, ahinoi.

“Le” Parole – 4, BELLEZZA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

bellezza(Cliccate sull’immagine per leggere il testo completo.)

Prendo a prestito due espressioni comuni, l’una classica e celeberrima, l’altra più recente ed “editoriale”, e al proposito penso: forse sì, la bellezza potrà salvare il mondo, ma il mondo saprà salvare la bellezza?

Ma poi sapremo salvare il mondo con la bellezza?

dostoLa bellezza salverà il mondo” afferma il principe Miškin ne L’Idiota di Fëdor Dostoevskij. E’ una frase che mi torna in mente ogni qualvolta la cronaca presenta fatti tragici e/o situazioni critiche – il che accade ormai quasi quotidianamente.
E’ vero, forse solo la bellezza può salvare questo nostro mondo troppe volte in preda alla follia umana. Ma, posta quella quotidianità, appunto, siamo ancora capaci noi tutti di generare bellezza? Di coglierla, concepirla, comprenderla, propugnarla? O non siamo più in grado di fare ciò, ed è proprio questa la nostra condanna?
(“Ma quale bellezza salverà il mondo?” ribatte Ippolìt al principe Miškin, nello stesso brano de L’idiota…)

P.S.: a proposito della celeberrima frase dostoevskijana e del suo senso autentico, bisogna notare (come fa qualcuno sul web: questo interessante articolo, ad esempio) che “nella costruzione russa della frase, “Mir spasët krasotà”, l’autore con una anastrofe (non resa nella traduzione italiana “ordinaria”) inverte oggetto e soggetto, “Il mondo salverà la bellezza”, quasi a voler sottolineare che il punto centrale in tutto ciò di cui si sta parlando non è esattamente la bellezza“. Il che fin da subito rende assai più indeterminato il senso apparentemente ovvio della frase stessa. Inoltre, “la parola stessa mir in russo – fatto curioso – ha due significati: mondo e pace. L’universalismo della cultura russa sembra discendere o incarnarsi nella lingua stessa, laddove l’aspirazione all’armonia concorde dell’umanità coincide con l’umanità stessa, il mondo. Il punto centrale è dunque che il mondo sarà salvato dalla bellezza: una profezia “linguistica” in questo caso si avvererà e il semplice mondo/mir diventerà la pace/mir“. Tuttavia, per tornare al mio dubbio là sopra, “mondo” e “pace” oggi paiono due termini troppo spesso avversi ovvero, inevitabilmente, se il mondo potrà essere salvato, lo sarà solo dalla pace, condizione ideale per il generarsi della bellezza. Ed è proprio su tale utopia che il mio dubbio nasce.