Un buon libro da leggere, e una tazza di profumato e saporito caffè (o di un’altra vostra prediletta bevanda) da sorseggiare durante la lettura.
Cosa ci può essere di meglio?
Un buon libro da leggere, e una tazza di profumato e saporito caffè (o di un’altra vostra prediletta bevanda) da sorseggiare durante la lettura.
Cosa ci può essere di meglio?
A volte mi ritrovo a chiacchierare – in modo estemporaneo, intendo – con amici e conoscenti di grande cultura ed erudizione (ben più di quel nulla che potrei detenere io al riguardo) circa argomenti molti alti, importanti, culturalmente rilevanti, preziosi da disquisire al fine di capire meglio il mondo che ci circonda e le sue sovente (all’apparenza) poco comprensibili realtà.
E mi viene dunque da pensare che tali alte chiacchierate dovrebbero essere la norma per tutti ovvero un’abitudine ordinaria, ovviamente in base alle proprie possibilità – ma in fondo si tratta di argomenti dall’importanza fondamentale e quotidiana, che dovrebbero interessare tutti e sui quali tutti dovrebbero cercare almeno un poco di riflettere, se non sforzarsi per arrivare a capirli nel modo più approfondito possibile. Ciò anche grazie allo scambio di idee, opinioni, meditazioni, convinzioni, critiche, disapprovazioni, confutazioni che proprio da chiacchierate del genere possono scaturire: resta sempre questo, il metodo migliore per conseguire e comprendere le verità del mondo – e a tal proposito non possono non pensare a quella celebre (e fondamentale, a mio parere) massima di Nietzsche: “La fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità finora credute”. Dacché il problema (culturale e mentale) non è affatto avere dubbi (cercando di dirimerli), è pretendere di possedere verità assolute (evitando qualsiasi dibattito al riguardo). Ma quali presunte/pretese verità, più o meno assolute, può avere chi evita o si rifiuta di discutere, riflettere e comprendere la realtà e il mondo che si ritrova (ci ritroviamo tutti) intorno, perdendo invece tutto il tempo in chiacchiericci futili e inutili?
In ogni caso, per carità: liberissimi di parlare pure di argomenti ben più futili e banali, anzi, doveroso e proficuo farlo, ogni tanto. Ma quando nelle conversazioni sulle quali maggiormente prende forma la sociabilità condivisa, base necessaria di qualsiasi umanità comunitaria e civica, quegli argomenti futili prevalgono fino a diventare l’unico ambito di dialogo – per mero e basso passatempo, noia, disinteresse verso le cose importanti della quotidianità, menefreghismo, qualunquismo, sciatteria intellettuale, ignoranza – peraltro alquanto alimentato dai media, in particolare dalla TV [1], allora credo ci sia da preoccuparsi sul serio. Sono le non conversazioni nei tanti non luoghi della contemporanea non società sempre più in preda alla noncuranza verso ogni cosa, e soprattutto verso quelle che contano veramente, quelle che la società la renderebbero “vera” – senza alcun non davanti – e veramente in evoluzione.
[1] Mentre al riguardo i social network mi pare facciano da elemento “estremizzatore” dei due opposti: o permettono discussioni di alto profilo tra persone dotate di relative competenze e culture le quali altrimenti non potrebbero ritrovarsi a chiacchierare, o rendono ancora più cretine e inutili conversazioni che già lo sono per natura – Umberto Eco docet.
Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.
(Pier Paolo Pasolini, in risposta a una ragazza che gli scrive di voler studiare all’università ma non avere i soldi per farlo, tratto da “Dialoghi con Pasolini” su Vie Nuove, 1965, pag.1077.)
Ecco: lo capissero, quelli che non leggono, quanto sono poveri per tale loro mancanza, e d’una povertà che nessun denaro che non sia fatto di libri e di buone letture può risolvere, e quanto poi sia palese questa loro povertà, quanto si veda, si colga facilmente…
P.S.: citazione còlta da questa pagina facebook.)
«Perché hai cominciato a leggere libri?» mi chiese d’un tratto, ed è la domanda che reputo la più interessante che mi sia mai stata posta.
«Perché mi sono sembrati più intelligenti delle persone che conoscevo allora.»
(Mariusz Szczygieł nella postfazione a La morte dei caprioli belli di Ota Pavel, Keller, 2013, pag.147.)

A volte, per sancire verità assolute che tuttavia troppa gente non vuole capire (appunto!), basta veramente poco. Poche parole, a loro volta assolute perché nella loro chiarezza sanno dire tutto. E se la (stessa) gente non le vuol capire, ne avrà solo di che perderci.
Chi legge libri dice spesso che la lettura rappresenta anche una specie di “fuga” dalla realtà quotidiana e dalle sue frequenti brutture. È una cosa vera, ma questa tale fuga verso qualsivoglia fantasia letteraria – perché tale viene superficialmente intesa da molti: come un perdersi nell’irrealtà, nelle illusioni di dimensioni immaginarie (o immaginate) e inventate dunque “false” – piuttosto è forse il modo migliore per svelare e comprendere quanta illusione e falsità ci siano nella quotidiana realtà, ovvero in ciò che ci viene fatta ritenere tale.
Anche per questo chi legge buoni libri il mondo lo sa vedere e capire meglio, nonostante la letteratura lo faccia fantasticare come poche altre cose saprebbero fare (e molto meglio di esse).