L’acqua (o il ghiaccio) che fu

Il cambiamento climatico sta avendo un grande impatto sulla criosfera, la porzione di ghiaccio e neve che ricopre la superficie terrestre. Il progressivo aumento della temperatura media globale ha effetti tangibili sulla salute dei ghiacciai. Solo per quanto riguarda l’Europa, si stima che la maggior parte dei ghiacciai alpini che si trovano al di sotto dei 3.600 metri di altitudine scomparirà completamente entro la fine di questo secolo. Perderemo non solo importanti riserve di acqua dolce, ma anche un registro senza pari su ciò che è accaduto al nostro Pianeta nel corso dei millenni. […] Secondo le stime degli scienziati, raccolte nel 2019 in un importante rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU, entro la fine di questo secolo le Ande, le Alpi europee e le catene montuose dell’Asia settentrionale perderanno fino all’80 per cento dei loro ghiacciai, se continueremo a immettere nell’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica, come avvenuto negli ultimi decenni. Il processo potrà essere mitigato se riusciremo a ridurre sensibilmente le emissioni entro pochi anni, ma una perdita consistente dei ghiacciai montani è ormai inevitabile.

Questi sono brani di un articolo pubblicato da “Il Post” lo scorso 9 maggio nel quale, dissertando di estinzione della superficie glaciale alpina e europea in generale, si dà notizia del progetto di un grande archivio antartico per conservare campioni dei ghiacciai prossimi allo scioglimento definitivo così da preservarne la “narrazione storico-scientifica” che sanno offrire, come segnala anche un passaggio sopra citato. Ciò che invece non può essere preservato, se non attraverso le immagini e la memoria, è il paesaggio che verrà perso con l’estinzione dei ghiacciai, ovvero la relazione fondamentale tra gli uomini e quelle montagne che stanno cambiando il loro aspetto, a volte radicalmente, mutando così anche la percezione culturale che se ne può ricavare, quella che appunto forma in gran parte il concetto di “paesaggio”. Di questo tema, in verità poco indagato eppure di importanza notevole, ne ho parlato diverse volte, ad esempio in questo articolo.

Tuttavia può capitare che anche le immagini più significative – come quelle comparative: lì sopra ne vedete due che mostrano la riduzione del ghiacciaio della Marmolada (prese da quest’altro articolo e pubblicate in origine su storieminerali.it) – non riescano a dare la percezione concreta di ciò che sta accadendo sulle nostre montagne, a volte perché troppo “belle” per suscitare sentimenti di inquietudine (be’, colpa della meravigliosa bellezza delle montagne, non certo dei fotografi!). Più “tecniche” (per questo spesso repulsive) ma ugualmente se non più emblematiche delle immagini, alcune infografiche vengono in aiuto allo scopo suddetto, e nell’articolo citato de “Il Post” ne ho trovata una piuttosto chiara e comprensibile, questa:

Rende, attraverso le linee del grafico, la diminuzione della massa dei ghiacciai europei per ciascuna zona geografica che ne presenta, riferita all’anno 1997 ovvero il punto “zero” nel quale le varie linee si intersecano; i dati sulla sinistra cumulano le variazioni delle masse glaciali esprimendole in metri equivalenti di acqua (m w.e.) o in tonnellate per metro quadro (t per sqm), due unità di misura equiparabili. Se prendiamo la linea relativa alle Alpi si può notare che, a fronte di un breve periodo di aumento delle masse glaciali tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Novecento, la linea si inabissa verso quantità di perdite di ghiaccio non solo spaventose nell’entità ma pure maggiori rispetto a qualsiasi altra regione glacializzata europea – posto che nessuna è messa bene e il trend continentale medio, cioè la linea nera tratteggiata, ha un andamento del tutto eloquente, purtroppo. Solo la Scandinavia “contiene” le perdite, indicando comunque una tendenza netta alla deglacializzazione costante nonostante un periodo di aumento perdurato per qualche decennio fino al cambio di secolo.

In breve, il grafico indica che al 2018 le Alpi stanno perdendo in media più di 25 tonnellate di ghiaccio al metro quadrato ovvero una colonna di acqua alta 25 metri. Acqua che è potabile e che ci poteva dissetare, che ci permetteva di lavarci, che poteva garantire l’ecosistema dei fiumi di origine alpina e irrigare i campi… Un patrimonio idrico che in condizioni climatiche “normali” per la nostra latitudine si scioglieva ogni estate e si riformava a ogni inverno, in modi variabili nei cicli stagionali ma regolari sul lungo periodo, e che i ghiacciai ci conservavano, come autentici forzieri di acqua potabile. Sto scrivendo al passato, già, perché tutta quell’acqua è ormai perduta in quanto si è perduto e non più riformato il ghiaccio dal quale si originava. Lo avrete intuito, credo.

Ecco, questo è quanto. Ci tenevo a rimarcarlo e renderlo evidente, per quel poco che sono in grado di fare. Il mondo continuerà, senza dubbio, ma (anche) per quanto ho appena scritto non sarà più quello di prima e, almeno negli aspetti qui trattati e in ciò che vi fa riferimento, non sarà “migliore” e nemmeno bello com’era. È bene rendersene conto da subito, senza catastrofismi inutili ma con razionale e resiliente lucidità.

P.S.: da due anni a questa parte Legambiente, con il supporto scientifico del Comitato Glaciologico Italiano, pubblica il report La Carovana dei Ghiacciai, nel quale vengono presentati i rilievi sullo stato dei ghiacciai italiani attraverso i dati di alcuni apparati glaciali campione. Un ottimo documento per comprendere ancora meglio la realtà di fatto sul tema e promuovere la tutela della montagna d’alta quota. Qui trovate le due edizioni 2020 e 2021 finora pubblicate.

Denunciare chi danneggia il paesaggio serve a qualcosa?

Quando disquisisco qui sul blog o altrove di opere, lavori, interventi e progetti in montagna che nei fatti appaiono quanto meno discutibili se non proprio dissennati e guidati da logiche che con la cultura di montagna e la salvaguardia del paesaggio alpino stridono palesemente, qualche amico che magari a sua volta si occupa di questi argomenti me lo fa notare spesso: «tu denunci, noi denunciamo ma poi la maggior parte delle persone non capisce, a volte persino approva!» e chi agisce in quel modo, anche a fronte di danni evidenti, lo fa e continua a farlo in modo indisturbato e senza alcuna conseguenza o riconoscimento delle proprie responsabilità, scambiando furbescamente la noncuranza e l’inconsapevolezza (dovrei scrivere “ignoranza”, forse?) maggioritaria come gradimento e consenso.

Hanno ragione, questi amici. Viene da chiedersi a cosa serva denunciare, mettere in evidenza, spiegare, argomentare, proporre alternative, quando poi tutte queste dissertazioni rimbalzano contro troppe persone prive, loro malgrado, degli strumenti culturali per capire e dunque cadono nel vuoto – sempre che nel frattempo non si venga additati come “soliti rompicoglioni” o altre simili amenità. Ci si risponde che sarebbe peggio se non si facesse tutto ciò, se si lasciasse totale campo libero a chi crede di poter fare del bene pubblico e del patrimonio ambientale ciò che vuole per perseguire i propri tornaconti personali pretendendo in cambio consensi unanimi, plausi e lodi. Viene però anche da temere che, pur auspicando che tutta questa attività di formazione d’una consapevolezza civica al riguardo e a favore della presa di coscienza della realtà concreta e oggettiva delle cose (uso tali definizioni altisonanti con tutta la modestia del caso, sia chiaro), riesca col tempo a ottenere i risultati sperati, quando ciò accadrà sarà troppo tardi e a fronte di un pubblico finalmente informato, consapevole, attento e sensibile, i danni nel frattempo perpetrati da chi detiene il potere decisionale saranno ormai vasti e irreparabili. Verrebbe pure da pensare, a prescindere dall’attività di informazione obiettiva suddetta, che sarebbe il caso di argomentare meno a passare più diffusamente a contromisure drastiche ma probabilmente meglio comprensibili da quel pubblico in gran parte disattento e allarmabile solo con le maniere più decise: ad esempio, mettere in pubblica evidenza non più l’opinabilità di un progetto e di un lavoro attraverso argomentazioni estese e dettagliate (considerazioni ritenute spesso troppo tecniciste e colte dunque ignorate da chi non sa leggere più di poche righe alla volta in perfetto stile social network) ma, più direttamente, la scemenza dell’amministratore pubblico o degli amministratori pubblici che ne sono responsabili. «Tu, sindaco, non stai sbagliando questo intervento per questa o quell’altra motivazione tecnico-scientifica, ma perché sei scemo!»: il concetto sarebbe più chiaro, no? Oppure, pretendere -ad esempio per i territori alpini come la Val di Mello, oggetto di recenti interventi alquanto discutibili e di alcuni miei relativi scritti (e sulla cui questione lì sopra vedete una mini-rassegna stampa) – non più soltanto una più attenta salvaguardia ambientale o un maggior controllo del turismo o degli accessi in generale al luogo ma proprio la chiusura dello stesso per tot anni, trovando il modo di salvaguardare le attività che ci lavorano ma di contro dicendo chiaramente e pubblicamente che «lo stavate conciando da fare schifo, tutti voi, ora è bene che ne stiate lontani per un bel po’, razza di barbari che non siete altro!»: a mali estremi, estremi rimedi, insomma, e chi protesta al riguardo si guardi prima allo specchio come chiunque altro – perché in queste circostanze le colpe sono di tutti, anche dei “buoni” a volte così tanto buoni da apparire coglioni.

Insomma, avete capito il concetto di fondo. Se uno imbratta la Monna Lisa disegnandoci sopra dei “simpatici” fiorellini rosa e dieci denunciano il fatto ma intanto cento pubblicano sul web la foto dell’opera imbrattata sui social (o altrove: non è il mezzo che conta, nella forma) commentando «Che figata! Così è più bella!», tanto lontano quella denuncia non può andare. Di contro, a furia di insistere magari tra un tot di tempo la maggioranza finalmente capirà: ma il capolavoro sarà recuperabile al proprio antico splendore o, passato così tanto tempo, si sarà ormai danneggiato permanentemente? Tuttavia, a non denunciare e passare per “soliti rompicoglioni”, non sarebbe ancora peggio?

Il dubbio resta aleggiante, insomma, ma mi torna in mente quel noto aforisma di Voltaire, «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno», dunque, personalmente, preferisco arrovellarmi in quelle domande ma intanto non restare con le mani in mano e la bocca chiusa, al contempo continuando a pensare, meditare, studiare, comprendere, agire fin dove e quanto possibile, sperando che col tempo i buoni frutti (civici) possano sempre più crescere. Perché d’altronde c’era pure Goethe che disse «Il dubbio cresce con la conoscenza» ed è un principio che, se lo si riesce a manifestare concretamente, non può che aiutare chiunque, i dubbiosi consapevoli tanto quanto i sicuri inconsapevoli. Ecco.

I vetri rotti della Val di Mello

[Per leggere meglio l’articolo cliccateci sopra.]
Ogni tanto la cito, la cosiddetta «Teoria delle finestre rotte»: dice, in breve, che se i vetri delle finestre d’un palazzo restano intatti, a nessuno verrà in mente di romperne qualcuno; se invece viene rotto anche un solo vetro, in breve tempo verranno rotti anche gli altri e ciò accadrà pure nel resto del quartiere in cui si trova quel palazzo. È (anche) una teoria sull’ordinarietà delle cose e su come le persone possono intendere tale “ordinarietà”, la quale è sempre lo stato della realtà al momento della sua percezione condivisa, a prescindere da eventuali norme che la possano regolare. Così, se in una via pubblica pulita qualcuno getta il mozzicone di una sigaretta, qualcun altro intenderà (più o meno consapevolmente) un gesto del genere come una cosa “normale”, naturale. «L’ha fatto lui, perché non devo farlo io?» Lo farà a sua volta, un terzo lo osserverà, ripeterà il gesto e così via. Che ciò sia giusto o sbagliato è un dettaglio che scivola in secondo piano, ben presto adombrato dal senso comune che si impone nella circostanza e che, rapidamente, perde (o dimentica) la capacità di capire cosa sia giusto e cosa sbagliato regolandosi sullo stato di fatto recepito come “normalità”, appunto.

Ecco: in Val di Mello, uno dei luoghi più belli delle Alpi, riserva naturale in regime di ZPS (Zone di Protezione Speciale) e ZSC (Zone Speciali di Conservazione), da qualche tempo si è cominciato a rompere vetri. E in un luogo del genere, attrattore di flussi turistici parecchio ingenti e spesso troppo inconsapevoli della sua importanza e fragilità a fronte di una gestione della sua integrità ambientale drammaticamente lasca (dietro la quale si intravedono mire a dir poco inquietanti, ahinoi), sta inevitabilmente accadendo che se ne stiano rompendo altri, di “vetri” – si veda lì sopra. Con il rischio che, di questo passo, il meraviglioso palazzo si trasformi in un trasandato rudere ma che di contro a tanti vada bene così, che la considerino una cosa normale, col giubilo di chi promuove (sovente nell’ombra) tali azioni e alla faccia della “riserva naturale”. Già.

Progetti turistici per la montagna tutti da ridere (o forse no)

In tema di montagna, sviluppo turistico e relativa gestione politico-economica, a volte (e con frequenza crescente) si leggono sugli organi d’informazione delle notizie talmente bizzarre e assurde che, di primo acchito, viene da dirsi «ma no, è uno scherzo o una bufala, questa!» Ancor più se tali notizie escono intorno alla “simpatica” data del primo di aprile: come quella che potete vedere lì sopra, tratta dal quotidiano “La Provincia”, la cui lettura mi ha provocato una risata immediata e piuttosto sonora, già.

Se non fosse che, a leggere queste notizie, qualche istante dopo e nel mentre che ancora ridi, ti sorge subitaneo il dubbio che pur in tutta la sua improbabilità e assurdità la notizia possa essere vera, perché col tempo hai acquisito una certa esperienza riguardo il modus operandi di tante amministrazioni pubbliche che coi loro vari sodali gestiscono il turismo montano e ormai sai bene che, in questo ambito, le proposte “stravaganti” quando non proprio assurde, sono diventate assai frequenti.

Fatto sta che, conoscendo piuttosto bene la zona in questione e la sua storia turistica, simile a quella di innumerevoli altre ex stazioni sciistiche alpine, ciò che m’ha fatto venir da ridere nell’articolo suddetto è stato innanzi tutto leggere di un investimento di quasi 6 milioni di Euro in una località sciisticamente fallita più volte (vedi qui sopra, immagine tratta dal rapporto Neve Diversa 2022 di Legambiente) , posta a quote dove ormai non nevica più e, se nevica, il manto nevoso resiste pochissimo (le quote indicate nel rapporto di Legambiente sono sovrastimate, in realtà la zona in questione è posta tra i 1100 e i 1500 m) che di contro risulterebbe ideale per la realizzazione di una riconversione completa a pratiche di fruizione turistica non meccanizzata e ben consapevole delle grandi valenze paesaggistiche e ambientali del luogo.

M’ha fatto venir da ridere – una risata alquanto sconcertata, invero – leggere che si sia pur solo “ipotizzata” la realizzazione di una seggiovia, un impianto dall’impatto e dal costo assurdi in proporzione al luogo, «che consenta agli escursionisti di raggiungere la sommità dei versanti in corrispondenza dei sentieri di dorsale»: come a dire che farsi un’ora in più a piedi per arrivare sulla dorsale del Monte San Primo, punto dal quale per raggiungere la vetta massima della montagna occorrono circa 40 minuti, sia una roba scandalosa. Non si va mica in montagna per camminare, eh! Magari aggiungiamoci pure un servizio di portantine per la vetta e qualche pannello col cielo azzurro lungo la salita nel caso che ci siano le nubi e i selfies non vengano bene! D’altro canto, al proposito, la seggiovia servirebbe per «portare chi ha meno voglia o tempo per deambulare direttamente in cresta soprattutto nei mesi estivi»: eh, porca miseria, non c’avevo mica voglia di venire in questo postaccio sperduto, volevo andare all’Ikea, io! Vabbé, fammi prendere la seggiovia così facciamo prima e me ne torno a casa alla svelta!

Dai, non ditemi che non fa ridere, una cosa così!

[Quest’immagine mostra i tracciati degli skilift e delle piste un tempo presenti sul Monte San Primo; quello tratteggiato che sale a Terrabiotta, riferito a un impianto ancora più vecchio del quale restano solo i ruderi, ricalca il percorso della nuova seggiovia ipotizzata dal progetto del quale state leggendo.]
Inoltre, «Il rispetto dell’ambiente e del territorio è per noi un elemento imprescindibile, senza contare che l’intera area è sottoposta a vincoli paesaggistici» (clic): e che si fa per rispettare l’ambiente sottoposto a vincoli paesaggistici? Si fanno nuovi parcheggi! Per far arrivare e piazzare in loco più autovetture, che fanno più rumore, che (non sono ancora tutte elettriche o ibride) inquinano, che generano confusione e una situazione di traffico più tipicamente cittadina… caspita, che gran rispetto per l’ambiente! Complimenti! E che la mobilità condivisa pubblico/privata si fotta!

Ma ecco che nel testo dell’articolo spunta quello che pare stia diventando il nuovo mantra di tali progetti di sviluppo turistico in montagna: dopo che “sostenibilità”, “green”, “slow”, “valorizzazione” e altri termini simili appaiono ormai talmente abusati da risultare non più credibili (visto anche come risultino ipocriti rispetto la realtà di fatto, in molti casi)… et voilà: destagionalizzare! E che stia diventando un “mantra” ve lo dimostra anche la cosa qui accanto, inerente un altro contesto montano ma sempre sul tema (cliccate sull’immagine per ingrandirla.

Bene, questo è quanto. Per ciò che mi riguarda, di principio non voglio mettere in dubbio la bontà delle intenzioni di tali progetti e sicuramente il Monte San Primo merita un rilancio degno della sua grande bellezza e della potente identità culturale che possiede, anche se il tono dimesso con il quale i progetti spesso vengono presentati non vorrei che nasconda la volontà di mantenerli il più possibile sottotraccia per poi imporli senza troppe obiezioni di chicchessia. La montagna non è un ambito da mantenere intoccabile sotto una teca di cristallo: vi si può fare tutto, basta che ogni cosa sia basata sul più naturale e consapevole buon senso. Tuttavia, leggere di investimenti così importanti, apparentemente tanto improbabili quanto campati per aria oltre che decontestuali ai luoghi, quando invece la montagna avrebbe bisogno di innumerevoli altre cose e, ancor prima, di una rinnovata visione socioculturale, e subito dopo economica, coerente alla realtà presente e futura, realmente consapevole delle valenze e delle peculiarità dei territori, e veramente in grado di valorizzarli creando una relazione culturale (il turismo è anche e soprattutto un elemento culturale, è bene ricordarlo) con i luoghi da parte dei visitatori e ancor più degli abitanti, be’, a me fa parecchio ridere, inizialmente. Poi fa alquanto arrabbiare, in tutta sincerità. Già. E, nel frattempo, parlo spesso con amici e conoscenti che si occupano di sentieri e di manutenzione del patrimonio naturale i quali vorrebbero fare un sacco di cose pregevoli al riguardo ma non ricevono mai soldi pubblici per interventi del genere – perché il rischio che si possa giungere in quota con una nuova e bella seggiovia e lassù ci si trovi davanti un sentiero franato per mancanza di manutenzione non è affatto remota. Saranno proprio contenti a leggere articoli simili, senza dubbio!

Il Monte San Primo possiede così tante peculiarità speciali che potrebbe vivere di rendita turistica per decenni, se il luogo venisse sviluppato in modi attenti, consapevoli, coerenti, coinvolgenti e attraverso finanziamenti mirati su iniziative veramente virtuose, fruttuose e dotate di una visione temporale di lungo periodo. Viceversa, c’è ancora una speranza: che tutto quanto sia veramente uno scherzo, un pesce d’aprile assolutamente ben fatto. Se così fosse, complimenti vivissimi agli autori! Se invece non lo fosse…

Sióre e sióri, ecco a voi la “cabinovia lenta”!

Nella fantastica (in senso letterale) e un po’ forsennata corsa al greenwashing del turismo alpino di massa, dove per far diventare ogni cosa “ecosostenibile” basta dire che è «ecosostenibile» (!), ecco una nuova strabiliante trovata: la cabinovia lenta!

Già, proprio così: si veda lì sopra, nero su bianco (fateci clic per ingrandire e leggere meglio).

Ecco, siccome l’impianto in questione raggiungerebbe una riserva naturale protetta dacché ricca di specie vegetali rare e di una fauna peculiare, dunque un territorio di grande bellezza tanto quanto di notevole delicatezza ambientale, io suggerirei di sfruttare l’idea in modo compiuto: apertura giornaliera della cabinovia, ore 08.30; durata del percorso, 4 ore (lenta, appunto, lo dicono gli stessi promotori del progetto e inoltre il sindaco aggiunge che «la velocità non è importante, in questo caso»); chiusura dell’impianto, ore 16.30. In pratica, presa la cabinovia e giunti a Pian di Gembro, sarebbe già ora di scendere e in questo modo si risolverebbe efficacemente qualsiasi problema di affollamento eccessivo, con tutto ciò che di deleterio ne conseguirebbe, in un luogo così pregiato e delicato. Geniale, vero?

[Il Pian di Gembro in primavera. Immagine tratta da www.tirano-mediavaltellina.it.]
Be’, ironia a parte (n.d.s.: ma quale ironia?!?) e pur considerando i buoni propositi alla base di tale proposta («togliere le auto dalle strade»), se si vuole realmente promuovere una fruizione lenta della zona di Pian di Gembro, senza dubbio tra le più belle delle Alpi lombarde, perché non si lavora per ottimizzare il più possibile (e più di quanto fatto finora) la frequentazione lenta per antonomasia che abbiamo a disposizione cioè quella a piedi (a Pian di Gembro da Aprica ci si sale in un’ora o poco più), riservando l’accesso stradale a chi proprio non riesca ad arrivare lassù camminando, tramite l’uso di navette elettriche e altri mezzi simili? Con i quasi tre milioni di Euro previsti per la cabinovia quanti interventi in questo senso, ovvero veramente ecosostenibili e a tutto vantaggio della bellezza nonché, ancor più, della consapevole conoscenza culturale di Pian di Gembro si potrebbero realizzare? Perché coi progetti turistici alpini si finisce così spesso con il cadere nel solito gigantismo, arbitrario e irrazionale, il quale altrettanto spesso cela una drammatica carenza di coscienza civica e di reale conoscenza dei territori nei quali si vorrebbe intervenire?

D’altro canto, continuando con la lettura dell’articolo sopra riprodotto, si resta oltre modo sconcertati dall’apprendere che si vorrebbero spendere più di 13 milioni di Euro per nuove infrastrutture al servizio dello sci su pista nonostante la realtà di fatto climatica ed economica che ormai è pure inutile rimarcare di nuovo – considerando poi che l’Aprica ha la gran parte del proprio comprensorio sciistico a quote inferiori ai 2000 m, dove già ora e ancor più in futuro nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo, come sentenziano tutti gli studi scientifici al riguardo (qui ce n’è uno).

Tredici milioni di Euro, già. Si resta sconcertati da tali progetti, i quali tuttavia, una volta ancora, la dicono lunga sulla disconnessione dalla realtà nella quale ormai langue la gran parte dello sci su pista e sulla sua vocazione al suicidio economico e ambientale. Peccato che, di questo passo, in quella drammatica e autolesionistica fine verrà trascinata anche tutta la montagna d’intorno e chi ci vive: senza cambi di mentalità, di paradigmi e di visione culturale temo che ciò accadrà rapidamente, altro che con lentezza!

P.S.: grazie al “solito” Michele Comi, prezioso nume tutelare dei monti valtellinesi e non solo, per avermi reso edotto dei progetti di cui l’articolo sopra pubblicato disquisisce.