L’estinzione imminente dei giornali

È sempre molto interessante e magari entusiasmante, da un lato, ovvero inquietante e desolante dall’altro, constatare anno dopo anno il declino inesorabile della vendita dei giornali cartacei e del “quotidiano” come strumento di informazione in sé, nella forma attuale destinati nel giro di breve tempo ad estinguersi. Un declino le cui cause hanno spesso la forma di colpe, dei giornali stessi e delle redazioni che li editano, e sulla qual evenienza ognuno può pensarla come vuole, appunto. Per quanto mi riguarda, dal punto di vista storico trovo la cosa drammatica, da quello della contemporaneità molto meno.


In ogni caso pare che nemmeno i confinamenti da lockdown antipandemia, con le edicole tra i pochi esercizi rimasti aperti e la gente a casa potenzialmente in possesso del tempo per poter leggere di più, abbiano invertito la tendenza: cosa che segnala l’irreversibilità pressoché definitiva del fenomeno, che in modi più o meno cospicui colpisce praticamente tutti i giornali italiani con alcuni casi particolarmente interessanti: quello dei quotidiani sportivi, ad esempio, tra i più in caduta libera, o quello di “Avvenire”, l’unico tra le testate maggiori ad aver aumentato le vendite nel periodo 2013-2020 il che, visto il giornale in questione e chi ne è l’editore, non si può che definire un “miracolo”!


Permettetemi tuttavia un personale appunto gioioso, riguardante un “quotidiano” che, a mio modo di vedere, non dovrebbe stare nella classifica qui pubblicata e nemmeno nella categoria “organi di informazione” in genere, posto che per giunta s’intasca un sacco di denaro pubblico – 2.600.223,29 Euro, nel 2019 – che i suoi articoli rendono non solo ingiustificato ma pure depredato: il giornale in questione è ovviamente “Libero”, e la mia soddisfazione deriva dal fatto che nemmeno le continue e inqualificabili ospitate televisive del suo ignobile “direttore” stanno salvando il giornale da una morte certa e, spero, rapida. Ecco.

Le classifiche qui pubblicate le ho tratte da questo articolo de “Il Post” (uno dei migliori organi di informazione italiani in assoluto, oggi, quantunque a volte non mi trovi d’accordo con i suoi testi ma per fortuna che sia così!), da leggere anche per conoscere ulteriori approfondimenti sulla questione.

I “patridioti”

Leggo da “Open” (il 1 novembre, articolo a firma di Giulia Marchina):

«Morto da patridiota» è l’ultima opera dello street artist senza nome di Torino che durante la notte di Halloween ha affisso i suoi manifesti con la scritta No Mask inciso su una lapide. Il poster che sbeffeggia i negazionisti del Coronavirus, si trova in piazza Zara e alla rotonda di Viale Dogali, negli stalli pubblicitari. Lo street artist, che vuole restare anonimo, si firma come Andrea Villa. L’autore ha raccontato a Open che l’idea per l’ultima opera è giustificata dal fatto che «l’autorizzazione dell’opinione pubblica alla demagogia culturale ha creato una degenerazione dei costumi dovuta principalmente all’incapacità degli utenti ad usare i nuovi media per arricchire il loro bagaglio culturale».
Secondo Villa il diritto di informazione «dovrebbe essere tolto al popolo perché citando Umberto Eco “genera una legione di imbecilli”, e quindi penso che il popolo dovrebbe essere dominato da una classe aristocratica intellettuale poiché fondamentalmente non capisce un cazzo».

Be’, non posso che aggiungere:chapeau!“, “Andrea Villa“!

Le notizie

[Immagine tratta da qui.]

La gente confonde quello che legge nei quotidiani con le notizie.

(A. J. Liebling sul The New Yorker, 7 aprile 1956.)

Preveggenze, già. Liebling scrisse questa cosa nel 1956: è un altro che aveva capito benissimo, in tal caso, come sarebbe finita l’informazione – già ci stava finendo allora, nello stato di decadenza nel quale oggi pare inesorabilmente precipitata. E nel ’56 non c’era internet, non c’erano i social, la TV era ancora un media giovane e i giornali godevano ancora di una buona reputazione. Ma, evidentemente, l’analfabetismo funzionale si stava già sviluppando e diffondendo, fino alla tremenda “pandemia” contemporanea – perché la trasmissione è assai simile a quella di un virus, come possiamo ben constatare oggi.

Non c’è solo il Covid-19, già.

La paura è la peggior pandemia

A che profondità i media entrano nella nostra vita? Il panico a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane ci dimostra, ancora una volta, quanto il sistema d’informazione sia un organismo complesso e irrazionale. È un sistema che vive della stessa emotività del suo pubblico e come tale è naturalmente teso a esasperare le proprie storie, le curiosità maniacali, la paura: più grande è la notizia, più distorte e fuorvianti sono le sue interpretazioni. È in situazioni delicate e convulse come questa che abbiamo bisogno di sentire la voce di un giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato. Se questo viene a mancare, restiamo in balia di un’informazione distorta che ci schiaccia e si diffonde come un’epidemia, lasciandoci soli con un ragionevole dubbio: questa capillare iniezione di ansia era davvero un antidoto necessario alla circoscrizione del contagio?

È un testo, quello che avete appena letto, a corredo dell’immagine di copertina di Artribune#54, entrambi curati da Tatanka Journal, una rivista indipendente che dal 2018 racconta l’attualità attraverso le immagini, la grafica e le illustrazioni, coinvolgendo artisti nazionali e internazionali. Nel 2020 inizia la collaborazione con “Artribune”, insediandosi sulla superficie della rivista per creare un progetto editoriale parallelo, in grado di innescare delle riflessioni che nell’arco del nuovo anno indagheranno il contemporaneo.

Il testo citato, a mio parere, con poche parole dice cose ottime e assolutamente valide non solo per l’attuale “era Covid” ma per quasi ogni circostanza della nostra realtà contemporanea – nella quale ogni minima questione, anche la più banale e minima, viene resa emergenziale e pericolosamente pandemica, con tutti i danni materiali, culturali, sociali e mentali che poi tocca registrare – visto che il “giornalismo” propriamente detto evita di farlo. Dunque possiamo coltivare la speranza che, proprio in forza delle esperienze degli ultimi tempi, a breve avremo finalmente a disposizione un «giornalismo razionale e puntuale, che distingua l’allerta dall’allarme, che segua l’etica del servizio pubblico e non la logica del mercato»?

Spoiler: no. Anzi, andrà sempre peggio, qui. (Tanto non è mica uno “spoiler”, questo: semplicemente è una trama già vista mille e mille volte. Già.)

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il #54 di “Artribune”, la miglior rivista italiana di arte. L’ho già scritta, questa cosa, e la ribadisco.

Breaking News!!!

La “grande” informazione, quella dei media nazional-popolari, è ormai risaputo che soffra di grossi problemi di qualità, obiettività, attendibilità – è una cosa denunciata di continuo da più voci autorevoli, e pure in questi giorni di notizie a spron battuto sul coronavirus quei problemi li palesa frequentemente.

Di contro l’informazione locale è un mondo a sé, fatto di notiziucole da parrucchieri e ortolani (con tutto il rispetto), soprattutto nelle zone di provincia come quella in cui vivo. Accadono pure qui fatti di cronaca di una certa serietà, sia chiaro, ma sono certamente (e fortunatamente) più rari anche per via della scala geografica ben minore oltre che per l’ambiente sociale alquanto diverso rispetto a quello di una grande città, per dire, che ne varia inevitabilmente la statistica. Così su tali media locali non par vero, nella drammaticità del momento, di poter dare con costanza ai propri lettori, in questi giorni, notizie “serie” e importanti come quelle sul coronavirus. Altrimenti, nella normalità, l’informazione è spesso divertente nella sua vacuità paesana se non a volte quasi grottesca, anche perché questi media locali hanno preso a imitare i grandi organi d’informazioni nelle modalità con cui danno le notizie, probabilmente per darsi un tono da “testata importante” che sennò faticherebbero a guadagnarsi.

Questo per dire che, posto tutto ciò, mi sono ormai cancellato dalle loro newsletter perché, ahimè, veramente quel modo goffamente emulante di fare informazione (locale) a volte raggiunge vette di notevole e un po’ ridicola stortura. Del tipo…

…Sto lavorando alla mia scrivania. D’un tratto sul monitor del pc compare la notifica di una nuova mail. La apro e

A 2,6 KM DAL TUO INDIRIZZO!

dice l’oggetto della mail.
«OHMMAMMA!» faccio sgranando gli occhi, «Che diavolo è successo? Un incidente, una frana, un’esondazione, un’esplosione termonucleare?!?» Apro il link con una certa inquietudine e leggo:

“Tutti i numeri vincenti della lotteria dell’Oratorio di San Francesco!”

«Eh? Ma… ma… ma andate a [censura], ecchecavolo!»

Ecco, così. Come fosse l’annuncio dell’arrivo degli alieni o chissà cos’altro di epocale. Invece no.
Be’, d’altronde è meglio che debbano comunicare notizie del genere piuttosto di altre più tragiche; è il bello (o il “brutto”, dipende dai punti di vista) di abitare in provincia. Però, che diamine, un po’ di contegno! Chi si credono di essere, la CNN? Eh?!