Leopardi, ex sfigato

Giacomo Leopardi in un ritratto di Tullio Pericoli (http://tulliopericoli.com/).

Be’, dai… dopo che per decenni è stato spacciato per un tipo depresso cronico, sfigato, malinconico, tedioso, ipocondriaco, pessimista-a-manetta, un “ranocchio con la gobba”, sì che le sue poesie fin da subito risultassero indigeste a generazioni di studenti ancor più di quanto le rendessero tali certi insegnanti, ora tutti a esaltarlo, il Leopardi, a magnificarlo, a chiamarlo genio, a dire che era “pieno di vitalità”, mosso da “frementi passioni” – oggi soprattutto, dacché sono 200 anni dalla composizione de L’infinito. Finalmente, insomma, è una gran bella cosa che agli studenti di oggi lo si ponga nuovamente nella luce che gli compete ed essi stessi sappiano glorificarlo a dovere: già nel mio piccolo lo auspicavo anni fa e ora mi auguro che tale rigenerata celebrità non svanisca nuovamente e rapidamente, ovvero che quell’aura tetra che a Leopardi era stata appiccicata addosso – chissà da chi, poi – non torni ad adombrarne la preziosa grandezza.

Poi, certo, siamo in un paese nel quale, se si chiedesse a certuni “l’infinito” di Leopardi, temo che quelli risponderebbero leopardare. Il che, fosse pure stato il buon Giacomo il più sfigato del suo tempo, lo rende senza alcun dubbio infinitamente troppo grande e inarrivabile per tanti omuncoli contemporanei, naufragati amaramente nel loro mare di analfabeta ottusità.

 

Gente dallo stile climaticamente confuso

Ecco, lo sapevo.
In tre giorni (di maggio, si noti bene) siamo passati dalla fine di febbraio alla metà di luglio, dalle nevicate a bassa quota al caldo subtropicale, sicché la gente – già confusa di suo per mille motivi – sta andando ancora più in confusione e non di rado mi capita di vedere uno accanto all’altro, ad esempio sul marciapiede ad attendere che un semaforo pedonale diventi verde o alla fermata dei bus, tizi agghindati come se stessero per raggiungere il Polo Sud e altri che sembrano appena tornati dalla spiaggia di Ibiza.
Eppoi dicono che il cambiamento climatico non è un problema: lo è eccome, invece, e pure per quanto riguarda lo “stile” (il look, direbbero quelli “avanti”) della gente comune. Il quale, peraltro, è già confuso di suo: sia chiaro, ognuno è libero di vestirsi come vuole ma, in tali circostanze, l’abito fa il monaco, altroché!

Piccola metaletteratura di strada

“Letteratura” di genere, be’… non giallo, nemmeno noir o rosa… rosso o bianco, ecco!

(Per chi non lo conoscesse, Carlo Porta è lui.)

Una lettera a Trenord

Spett.le Trenord (in “rappresentanza” di tutte le altre società di gestione delle reti ferroviarie regionali e locali – i treni dei pendolari, per intenderci),

personalmente non ho obiezioni a riservare una considerabile fiducia nei riguardi del vostro impegno e della vostra dichiarata buona volontà nel gestire e offrire il miglior servizio di trasporto ferroviario possibile ai vostri clienti, e ugualmente posso ben supporre che l’infinita sequela di disservizi pressoché quotidiani che invece colpisce i vostri convogli e le linee sulle quali viaggiano siano certamente causati, in primis, da una inopinata e sconcertante sfortunaccia nera – anche che il riscaldamento funzioni a fine luglio o che un treno il quale per regolare affollamento debba essere composto da – ad esempio – dieci vagoni risulti composto solo da cinque… sì, insomma, a volte a contare si sbaglia, non lo si può negare, che lo capiscano i pendolari ammassati negli altri cinque vagoni!

Tuttavia – mi permetto di osservare – sarebbe pure illogico non attenersi, nelle valutazioni più attente del caso, alla realtà di fatto constatabile quotidianamente, peraltro provata e regolarmente testimoniata dagli organi di informazione. Dunque, in base a questo sano e logico principio (tale anche solo in forza della sua obiettività), mi permetto pure di suggerire una soluzione ai citati disservizi che, anzi, possono essere convertiti in buone opportunità: una bella colmata di terra ben battuta lungo le vostre linee ovvero sopra di esse, sì che venga a formarsi un piano regolare e sufficientemente largo, e via con un adeguato numero di diligenze trainate da cavalli, come si faceva una volta. Un sistema di trasporto sicuro, dedicato, “veloce” quanto i vostri attuali convogli (in verità più per la lentezza dei secondi, che per le possibili velocità equine), bisognoso di minima manutenzione, economico (la biada per i cavalli costa molto meno che qualsiasi altro combustibile o energia motrice), confortevole (d’altro canto non ci vuole molto, viste le condizioni nelle quali viaggiano i pendolari sui vostri treni) e per di più ecologico ed ecosostenibile (si possono pure vendere gli escrementi lasciati dai cavalli lungo le linee come concime naturale).

Posto tutto ciò: che potreste desiderare di più? E similmente cos’altro potrebbero desiderare i vostri clienti pendolari? Sia chiaro, peraltro, che non rappresenterebbe affatto un ritorno al passato: certamente non nella sostanza del servizio, visto poi quanto invece sia inopinatamente primitiva, nei risultati ottenuti, l’attuale vostra infrastruttura ferroviaria col suo parco convogli viaggianti, il che renderebbe la soluzione proposta un progresso netto sotto molti aspetti.

Insomma, fossi in voi ci penserei. Guadagnereste pure un ritorno d’immagine notevolissimo, oltre a ritrovare l’apprezzamento pressoché incondizionato dei vostri clienti. Eppoi i cavalli sono animali così simpatici – sicuramente più di un locomotore guasto!

Questo è quanto. Mi auguro che vogliate prendere in seria considerazione tale proposta; finché ciò non avverrà, col cavolo che mi avrete come vostro cliente: ci tengo sia alla mia puntualità, sia alla mia salute nervosa.

Cordiali saluti.

L.