Se non fosse per la situazione sanitaria tremenda vissuta ormai a livello planetario, in questi giorni avremmo la prova pressoché ineluttabile a sostegno della risposta a una domanda che ci si pone da tempo senza però che si agisca di conseguenza, in primis a livello politico: come si potrebbe risolvere, o almeno attenuare, il gravissimo inquinamento dell’aria nel Nord Italia e nelle altre zone che ne subiscono gli effetti?
[Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per aprirne la fonte.]Ecco.
Cito, da questo articolo de “Il Post“:
Emanuele Massetti, un ricercatore della Georgia Tech University che si occupa degli effetti sull’economia del cambiamento climatico, ha detto al Washington Post: «Penso che dipenda soprattutto dall’assenza di automobili con motori diesel per la strada. Mi aspetto che l’inquinamento diminuisca ancora con la dispersione e l’assorbimento del particolato nell’atmosfera. Tra qualche giorno nel Nord Italia sperimenteranno l’aria più pulita di sempre».
Ci si ricorderà di questa immagine, e dei dati scientifici relativi, quando l’emergenza coronavirus sarà passata? C’è da sperarlo. Esserne certi è troppo, temo, resto inesorabilmente scettico al riguardo. Ma, appunto, chissà.
Leggo che un team di neuroscienziati dell’Università del Minnesota ha messo ad alcune seppie degli occhiali 3D e ha scoperto che godono della visione stereoscopica, una dote che «è frutto di un difficile calcolo che non avviene in modo automatico in ogni creatura dotata di un paio d’occhi», come ha dichiarato uno dei ricercatori coinvolti negli esperimenti, e che possiedono poche specie viventi, tra le quali l’uomo.
Cosa incredibile, senza dubbio… ma in realtà non è una buona notizia. Per l’uomo non lo è, già.
Perché ora che sappiamo che anche le seppie sono dotate di facoltà comuni a quelle umane e d’altro canto rare tra le specie viventi, si conferma nuovamente che è l’uomo l’unica creatura sul pianeta a utilizzare tali elaborate e preziose facoltà per compiere di frequente delle gran scempiaggini*. E che pure le seppie, a quanto pare dotate di un’ottima capacità visiva, possono osservarlo nitidamente mentre le compie. Ecco.
(*: inizialmente avevo scritto “cazzate”, ma non volevo essere troppo scurrile ancorché il termine sarebbe probabilmente di più chiara e immediata comprensione.)
Uscire (o scendere) dalla Torre d’avorio: Viene chiesto a chi ha un’opinione propria, non incasellabile nelle posizioni alternative dei talk show, di scendere dalla Torre d’avorio e di ritornare in mezzo alla gente vera. Di solito a chiederlo è qualcuno che ha una sola incessante idea – e palesemente è sbagliata – ma è un’idea abbastanza gretta e grossolana che sicuramente è condivisa dal popolo (che sa). Poco importa se il grezzone guadagna 12mila euro al mese o se è un sedicente imprenditorone con manie di inferiorità, l’importante è che l’altro scenda dalla torre. Curiosità per distratti: l’espressione Torre d’avorio viene dal Cantico dei cantici a indicare sensualmente il collo della Sulammita e viene successivamente usata per indicare la Madonna.
(Da un altro bell’articolo di Gianluigi Briguglia intitolato Lessico spicciolo per populismi, su “Il Post” del 25 novembre scorso. Leggetelo interamente – e meditatelo nei suoi a mio parere ottimi spunti – quio cliccando sull’immagine.)
[…] La verità è che queste librerie, musei, o anche palestre di quartiere, come la Rock It di via Prenestina dove ci sono pareti di arrampicata e un bar, sono completamente lasciate sole a svolgere invece una fondamentale funzione pubblica.
«Bisogna lasciare tutto al mercato, se c’è domanda sufficiente fioriranno le librerie» dirà qualcuno. Ma è una grande falsità, perché se l’avversario è Amazon, che tra l’altro paga delle tasse reali infime mentre ognuno di questi locali è gravato da una tassazione e una burocrazia allucinante, non è mercato è Davide contro Golia. E allora, invece lasciare tutto al coraggio degli altri, bisogna dare una mano a Davide.
Ad esempio, riducendo drasticamente tasse e obbligazioni per chi svolge attività che vadano oltre la semplice pratica di vendita. Ad esempio, facilitando tutte le norme urbanistiche comunali per i locali di prossimità. Ad esempio, rendendo facili le federazioni di locali ad attività mista in una città, come le librerie o i musei di quartiere, per rendere possibile qualche economia di scala: ma se un comune non fa questo, non favorisce la qualità della vita nei quartieri della propria città, cosa altro deve fare?
(Da un articolo di Marco Simoni del 07/11 su “Il Post”, intitolato Viva le librerie di quartiere. Leggetelo nella sua illuminante interezza cliccando sull’immagine lì sopra.)
(Image credit: https://www.flickr.com/photos/laruloteca Rulo [CC BY-SA 2.0 – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0%5D)Ogni qualvolta sento per radio le rubriche di anteprima dei film in uscita, le quali ovviamente presentano le pellicole mainstream, quella da record al botteghino e probabili blockbuster, mi dico che no, a sentir quei trailer radiofonici non mi viene proprio voglia ne di andare al cinema, ne di pensare a una successiva visione casalinga. Ammetto di non essere un gran cinefilo e tendo a dare la colpa di ciò alla mia gran passione per la lettura dei (buoni) libri, la quale dai testi letti mi suscita visioni mentali e relativi moti d’animo che difficilmente riscontro nella visione di tanti film. Inutile dire che ciò vale per me, è un’impressione assolutamente personale.
Tuttavia, leggere cosa pensa il grande Martin Scorsese del cinema moderno per certi versi – se così posso dire – mi “rincuora”, perché quanto affermato da Scorsese (qui ne parla “Il Post”) è assai attinente al mio pensiero al riguardo. Questa una delle sue osservazioni:
Non li guardo. Ci ho provato, sai? Ma non sono cinema. Sinceramente, la cosa a cui mi fanno pensare – pur ammettendo quanto bene sono fatti e come gli attori riescano comunque a tirarne fuori il meglio possibile – sono i parchi a tema. Quei film non sono un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani.
Ecco. Proprio così. Se la cinematografia è un’arte, come lo è pienamente, molti dei filmoni moderni non sono arte ma mero intrattenimento commerciale se non consumista. Fatto benissimo, spettacolare, avvincente, ma non è arte cinematografica. Il paragone di Scorsese dei parchi a tema calza a pennello: un po’ come mettere a confronto un castello storico (qui, per dire, c’è un elenco di 20 dei più bei castelli italiani) con il castello di Disneyland: spettacolare ed emozionante ma, sotto ogni punto di vista, non è un vero castello e sfido chiunque a dire che non sia così.
Di contro, continuando a preferire di gran lunga di spendere il mio tempo libero nella lettura dei libri piuttosto che in altre attività, scelgo semmai di vedere qualche film di qualità del passato oppure qualche pellicola italiana – una cinematografia, quella nostrana, che annovera cose pessime ma pure opere notevoli e di ottimo livello, che usualmente non godono quasi mai di grande attenzione dai media e dal pubblico.
Chiudo questa mia riflessione come chiude l’articolo de “Il Post” e come, suppongo, chiosa amaramente lo stesso Scorsese:
Per chiunque sogni di fare film o stia appena iniziando a farli, il contesto è crudele e desolato. E anche solo scrivere queste parole mi riempie di tremenda tristezza.