I buoni libri che vogliono rimpiazzarci la vita reale

Ma le piace leggere i libri?, chiede lui una volta, in piedi accanto al tavolino su cui è poggiato il libro di lei, e lei, come alle donne piace tanto fare, si limita a rispondere ribattendo la domanda.
– No! — ride lui con decisione, e lo sfoglia con noncuranza. – E comunque non i buoni libri, quelli che vogliono rimpiazzarci la vita reale, e risparmiarci l’azione personale, perché nei libri si tratta sempre di azioni, in un modo o nell’altro, come se tutto avesse il suo corso lineare, niente accade senza motivo, anche quando va diversamente, e nulla si perde, tutto ha il suo intimo ordine, addirittura perlopiù ha un senso –
– E non le piace? – chiede lei, mentre proprio in quell’istante infila una buca e ride e fa il giro appoggiandosi al tavolo.
La vita reale, dice lui, è così diversa…

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.34-35.)

Di città, montagne, folletti, troll…

Ho letto di recente un libro che racconta di uomini e creature misteriose della Natura – folletti, troll ed entità affini, in pratica, ne leggerete a breve di questo libro, qui nel blog; è un tema che peraltro di recente ho studiato a fondo per un lavoro editoriale in progress.
Così, mi sono messo a riflettere sul fatto che, negli ultimi tempi, le narrazioni sulla presenza di tali entità resistono solo nel folclore popolare dei territori meno antropizzati e più discosti dai centri abitati umani: certo, da sempre la presenza del Piccolo Popolo è soprattutto legata agli ambienti naturali, ai boschi, alle montagne (non a caso la traduzione letterale del termine gaelico Sidhe, che indica queste creature, è “popolo delle colline” ove con colline sono da intendersi le montagne) ma un tempo essa si manifestava anche nei villaggi, nei paesi e pure nelle città, mentre oggi da questi luoghi urbani sembra totalmente scomparsa.

Invece sono certo che non sia così. Credo che nelle città e nei territori più urbanizzati il Piccolo Popolo ci sia ancora, in relazione stretta col Genius Loci urbano, custode della sua essenza originaria. Solo che, sgomento per l’azione sovente troppo violenta e barbarica degli uomini nei confronti del territorio naturale di quei contesti urbanizzati, da tale situazione sia fuggito, si sia rintanato nei recessi più nascosti, si sia reso ancor più elusivo e inconcepibile di quanto già non fosse. Non “invisibile”, sia chiaro, semmai non percettibile dacché abilissimo nell’approfittare dell’ordinaria disattenzione umana, della trascuratezza degli uomini contemporanei nei confronti della Natura, della loro insensibilità al riguardo. Che se invece non fosse tale, permetterebbe anche agli uomini ipertecnologici odierni di concepire e “vedere” il Piccolo Popolo con lo sguardo lungo e profondo che solo l’animo sensibile sa generare, e magari di dialogare con le sue creature, persino di guadagnarne come un tempo qualche antica e superiore sapienza, assolutamente preziosa anche oggi.

In effetti gli uomini delle città, a sentire che tra le montagne ancora resistono certe narrazioni popolari su folletti e draghi d’ogni sorta, compatiscono quei montanari credendoli pittorescamente retrogradi; d’altro canto i montanari lo sanno bene – e io che vivo in montagna ne sono testimone – che sono gli uomini delle città non più capaci di vedere e credere al Piccolo Popolo ad essersi retrogradati e disconnessi dalla Natura e dal suo ineluttabile ambito vitale. Ma non lo dicono, i montanari ai cittadini, che altrimenti darebbero loro dei “matti”: un po’ come fanno i matti, quelli veri, quando nella loro follia hanno a che fare con le persone normali.

La testa tra le nuvole, e oltre

A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.

Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.

(L’immagine è mia, ed è di qualche giorno fa.)

Il “naturale”, nella scrittura, è tutto artificio (Giorgio Linguaglossa dixit)

(René Magritte, “La chiave dei campi” (“La clef des champs”), 1936.)

Ciò che appare «naturale» in fatto di stile, nasconde spesso l’artificio. In arte, e nella scrittura in particolare, non v’è nulla di «naturale» né di ovvio, la naturalità ha le sue radici in un profondo lavoro di scavo e di progetto artistico.

(Giorgio Linguaglossa dissertando della poesia di Guido Galdini su L‘Ombra delle Parole. Rivista Letteraria Internazionale, luglio 2016.)

Linguaglossa ha ragione in ciò che afferma, senza dubbio: in fondo anche l’arte più istintiva deve avere un progetto alla base per assumere peculiarità artistiche. Di contro, tuttavia, nel progetto artistico e nel relativo scavo si va (si deve andare) inevitabilmente a fondo della propria natura, arrivando pure – se si è particolarmente abili – a toccarne il nucleo più sostanziale e intimo, lì dove “naturale” e “artificiale” trovano la stessa sorgente essenziale. Dunque, posto ciò, il vero scrittore, cioè quello veramente bravo, è colui che sa progettare il naturale e sa rendere naturale l’artificio, al punto da congiungere tali due elementi in origine antitetici in un “super-elemento” pienamente artistico, dacché pienamente in grado di narrare la realtà e la verità di essa, che sempre sono fatte di naturalità e di artificialità in un modo che, il più delle volte, solo l’arte sa distinguere.

(Grazie a Katia Olivieri, dalla cui pagina facebook ho tratto la citazione.)