I soldi fanno davvero la “felicità” dei paesi di montagna? Nei soli 19 km di che separano Madesimo da San Giacomo Filippo, in Valle Spluga, si possono trovare alcune interessanti (e sorprendenti) risposte al riguardo

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 23 aprile 2025: lo trovate qui.)

I dati recentemente diffusi sui redditi dichiarati dai cittadini della provincia di Sondrio, basati sulle ultime rilevazioni Irpef 2024 (ovvero sui redditi del 2023) segnalano la sussistenza nel territorio montano “per eccellenza” della Lombardia di una circostanza piuttosto particolare: a pochi chilometri di distanza – diciannove, per l’esattezza – lungo la strada che risale la Valle Spluga e porta all’omonimo passo al confine con la Svizzera, si trovano il comune con il reddito pro capite più alto della provincia, Madesimo, con 28.543 Euro su 515 abitanti (al 1° gennaio 2024, per coerenza con il periodo d’imposta indicato), e quello con il secondo reddito più basso, San Giacomo Filippo, con 14.000 Euro circa su 364 abitanti (vedi sopra).

In pratica, si può affermare che in soli diciannove chilometri di strada il reddito medio pro capite raddoppia: per ogni chilometro percorso salendo da San Giacomo Filippo verso Madesimo si guadagnano più di 760 Euro!

Questo significa che nella super turistica Madesimo si sta molto bene mentre nella ben poco turistica e marginale San Giacomo Filippo si sta meno bene?

Non è detto, e una risposta non esaustiva ma certamente significativa alla domanda appena posta la si può elaborare osservando le due località attraverso i dati demografici, tra quelli fondamentali per capire la realtà concreta di un territorio abitato.

Questo l’andamento demografico degli ultimi vent’anni nel comune di Madesimo:

E questo l’andamento demografico di San Giacomo Filippo:

Già si nota una cosa piuttosto sorprendente: se entrambi i dati mostrano una linea tendenziale al ribasso, e in ambedue i comuni c’è stata una risalita dal 2016 in poi, Madesimo ha ripreso a perdere fortemente abitanti dal 2020 con un rimbalzo nel 2023, mentre San Giacomo Filippo riesce a mantenere un trend, pur leggero, all’aumento.

Vediamo ora gli indici demografici strutturali dei due comuni, sopra quello di Madesimo e sotto di San Giacomo Filippo:

Riguardo Madesimo si evince che nel 2024 l’indice di vecchiaia segnala 295,9 anziani ogni 100 giovani, a San Giacomo Filippo ci sono 289,7 anziani ogni 100 giovani.

Circa il carico sociale ed economico della popolazione non attiva, i dati segnalano che a Madesimo ci sono 60,2 individui a carico ogni 100 che lavorano, a San Giacomo Filippo 70,4 individui a carico ogni 100 che lavorano.

Infine, è interessante constatare l’indice di ricambio della popolazione attiva, che rappresenta il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni); la popolazione attiva è tanto più giovane quanto più l’indicatore è minore di 100. A Madesimo l’indice di ricambio è 214,3, a San Giacomo Filippo l’indice di ricambio è 336,4.

[Veduta panoramica dell’alta Valle Spluga. Madesimo si trova a sinistra, poco fuori dall’immagine; San Giacomo Filippo è posto alla base delle montagne in fondo a destra. La vetta innevata in centro alla fito è il Pizzo Stella, mentre in primo piano si vedono le case di Starleggia, frazione di Campodolcino, il cui centro si vede nel fondovalle. Immagine tratta da www.onestepoutside.it.]
Riassumendo, i dati tra il “ricco” comune di Madesimo e quello “povero” di San Giacomo Filippo sono molto più simili di quanto la differenza nei redditi dichiarati potrebbe far ritenere, fatta eccezione per l’indice di ricambio della popolazione attiva, che segnala una popolazione di età media più avanzata a San Giacomo Filippo rispetto a quella residente a Madesimo, circostanza certamente legata alle maggiori possibilità di impiego nella località sciistica. È un dato interessante, come detto, ma che in effetti non può spiegare la forte differenza reddituale tra i due comuni; d’altro canto, sembra che la fortissima incidenza dell’economia monoculturale turistica a Madesimo, se probabilmente apporta un maggiore benessere economico ai residenti, non appare funzionale a garantire al comune una vitalità demografica, e dunque sociale, maggiore di centri abitati economicamente differenti e, appunto, apparentemente più “poveri”.

In buona sostanza, ciò che si può dedurre dal confronto tra i dati economici e quelli demografici della popolazione conferma fondamentalmente le evidenze che altre analisi sulla realtà dei territori montani con economie più o meno legate al turismo presentano: l’economia turistica senza dubbio genera un certo benessere economico per le comunità che ne godono, ma in generale non garantisce la vitalità demografica dei territori e dunque nemmeno quella sociale legata ai servizi di base per i residenti, né parimenti riesce a contrastare lo spopolamento delle terre alte come invece di frequente si afferma.

Al riguardo viene da pensare a ciò che accaduto lo scorso maggio, quando Madesimo e il contiguo comune di Campodolcino sono rimasti senza il pediatra che gestiva l’ambulatorio per entrambe le località, andato in pensione e non sostituito, obbligando gli abitanti a scendere in caso di necessità fino a Chiavenna, a quasi 25 chilometri di distanza. Una circostanza che, peraltro, potrebbe contribuire a peggiorare l’indice di natalità della località sciistica valchiavennasca, già molto basso, ancor di più di quanto i dati demografici ad oggi rimarcano. Quando si dice che «i soldi non fanno la felicità» ma, verrebbe da pensare, nemmeno la comunità.

Benvenuti nell’era della deresponsabilizzazione (anche in montagna)!

Mi pare sempre di più che il tratto caratterizzante più di ogni altro l’epoca presente sia la deresponsabilizzazione, diffusa ormai ovunque.

È deresponsabilizzata la politica, che prende decisioni non in base ai benefici che apporteranno alle società che governa ma ai propri meri tornaconti propagandistici ed elettorali; sono deresponsabilizzati la stampa e i media, che non si curano più della qualità dell’informazione offerta ma puntano solo alla quantità di lettori; siamo deresponsabilizzati noi, che spesso assumiamo comportamenti, anche minimi e apparentemente innocui, solo perché ritenuti giusti e convenienti per noi (oppure semplicemente per soprappensiero) senza curarci minimamente se possano nuocere ad altri e generare conseguenze.

E se da un lato è ovvio è naturale che si pensi prima a se stessi che agli altri, è parecchio stupido trascurare o dimenticare che, volenti o nolenti, siamo parte di un mondo, di una comunità, una società e una rete di relazioni che riverbera d’intorno il portato di ogni nostra azione, materiale e immateriale, in modi che non possiamo ignorare, accada per mera stoltezza, per menefreghismo o perché tanto ci sarà sempre qualcuno che sistemerà le cose. Senza peraltro capire, allo stesso tempo, che possiamo essere noi stessi vittime delle azioni compiute quando messe in atto con tale deresponsabilizzazione mentale, emotiva, d’animo: sia direttamente che indirettamente o per la nota Teoria delle finestre rotte, per come tali atteggiamenti pivi di responsabilità si propaghino con rapidità se non immediatamente contrastati con adeguati strumenti culturali e civici. D’altro canto il loro stesso manifestarsi è già indice di un certo rilassamento, quando non di un primigenio degrado, della società nella quale si riscontrano: nulla accade per caso, anche qui.

[Costruire impianti sciistici a poco più di 1000 metri di quota: questo, a mio parere, è un esempio di deresponsabilizzazione della politica in montagna.]
Lo stesso tratto, questa diffusa deresponsabilizzazione, la ritrovo anche nella gestione odierna dei territori montani: ad esempio quando vengano proposti progetti di turistificazione nei quali non via sia alcuna valutazione autentica delle conseguenze delle opere previste e tanto meno alcuna assunzione di responsabilità al riguardo da parte di chi le promuova e autorizzi – cosa ancora più grave quando i progetti siano finanziati con soldi pubblici, il che imporrebbe il dovere di rendere conto alla società civile, soprattutto se nel tempo quelle opere si rivelano sbagliate o causanti un danno materiale o immateriale. Ugualmente, ritrovo questa deresponsabilizzazione nel caso opposto, quando non si facciano cose per i territori di montagna e le loro comunità che ne avrebbero bisogno adducendo innumerevoli motivazioni, sovente tangibili tanto quanto inaccettabili, che in realtà celano una sostanziale noncuranza, a volte un palese cinismo, che sono figli del rifiuto di assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che andrebbe fatto e soprattutto di chi ne dovrebbe giovare.

[Tagliare i trasporti pubblici nei territori montani, fondamentali per la vita dei residenti: un altro esempio di deresponsabilizzazione della politica sulle nostre montagne.]
Tuttavia, ribadisco, in quanto comunità sociale il cui funzionamento è ampiamente basato sul principio di causa-effetto – il meccanismo del gettito fiscale è il primo e più importante, sia esso da considerare equo o iniquo; ma si potrebbero fare mille altri esempi al riguardo – il principio di responsabilità reciproca (per cui quella collettiva è la somma di ciascuna singola) risulta altrettanto basilare e ciò vale per qualsiasi livello nel quale si struttura la società, da quelli politici più alti fino al semplice rapporto individuo-individuo. Avere la piena (o la più ampia possibile) consapevolezza delle proprie azioni e del loro portato nel mondo che abbiamo intorno è un dovere ineludibile che in fondo è anche un diritto (all’autocontrollo senza intromissioni terze) oltre che una forma assai elevata di libertà. La libertà che «non è uno spazio libero, libertà è partecipazione» come cantava Giorgio Gaber in una sua celebre canzone: partecipazione alla responsabilità collettiva del far andare bene il mondo e viverlo al meglio, ciascuno a modo suo ma tutti in armonia reciproca consapevole. Ovvero partecipare da membri attivi alla realtà del mondo, dal momento che vivere in maniera deresponsabilizzata equivale anche ad autoemarginarsi: e il non rendersi conto di ciò è il primo segnale di questa emarginazione, l’incapacità di cogliere il portato dei propri comportamenti, un po’ come il cretino che in quanto tale è convinto che i cretini siano gli altri (Fruttero e Lucentini docet, ovviamente!)

La soluzione a tutto questo? È molto semplice: tornare a essere ciò che siamo, individui sociali, membri di una società, soggetti in relazione con mille altri – è così anche se siamo i più solitari e misantropi, sia chiaro! – nonché Sapiens, dotati di un’intelligenza il cui buon uso presuppone una relativa adeguata dose di responsabilità. Che se invece viene a mancare rende subitamente stupide, insensate, scriteriate e variamente dannose qualsiasi azione realizzata: il frutto del non uso dell’intelligenza, del sonno della ragione. Che genera mostri sempre, inevitabilmente, i quali mostri per loro natura non sanno cosa sia la responsabilità, guarda caso.

QUIZ QUIZ QUIZ! “Indovina chi l’ha detto!” (2a puntata)

Dopo il successo del primo quiz proposto, eccovene un altro assolutamente intrigante!

Leggete con attenzione le seguenti dichiarazioni:

Per quanto tempo ha senso ancora investire dove la neve non c’è? Oggi sappiamo già che ci dobbiamo preparare a una stagione che sarà contraddistinta da una forte crisi idrica e il nostro compito è quello di non affrontare le sfide attuali con la mentalità di 100 anni fa.

La domanda è: chi le ha proferite?

  1. La Ministra del Turismo in carica poco prima di affidarsi alle cure del proprio chirurgo estetico di fiducia.
  2. Un esponente di rilievo del centrodestra lombardo, in quota Fratelli d’Italia.
  3. Un esponente di rilievo del centrosinistra lombardo, in quota Alleanza Verdi e Sinistra.
  4. Un noto rapper nel corso della trasmissione RAI “Domenica In” appena prima che la conduttrice gli togliesse bruscamente la parola.

Forza sióre e sióri, provate nuovamente a indovinare!

La soluzione sarà comunicata presto! 😄

QUIZ QUIZ QUIZ! “Indovina chi l’ha detto!”

[Foto ©Ansa, fonte www.3bmeteo.com.]
Pronti? Non è difficile, ve lo assicuro.

Dunque, leggete con attenzione le seguenti dichiarazioni:

«L’ultimo turista sugli sci? Arriverà nell’inverno 2040. La stagione degli sport invernali, così come la conosciamo e continuiamo a immaginarla, non ha futuro. Bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. E non inganni nemmeno il risveglio di interesse che pare esserci per il turismo invernale. È il colpo di coda di un animale ferito a morte. Qualcuno non sarà d’accordo, lo capisco, ma i numeri attuali non torneranno più. Serve una ritirata ordinata, senza farsi soverchie illusioni.»

La domanda è: chi le ha proferite?

  1. La Ministra del Turismo in carica, comodamente stesa al Sole su un lettino del “Camineto” di Briatore a Cortina.
  2. Un attivista radicale di “Ultima Generazione” dopo aver imbrattato un capolavoro pittorico in un museo.
  3. Uno storico del turismo e docente del Master in International Tourism di una prestigiosa università svizzera.
  4. Un utente leone-da-tastiera/sapientone/signor-so-tutto-io in un post sul proprio profilo Facebook.

Forza sióre e sióri, provate a indovinare!

La soluzione sarà comunicata presto! 😁

Omegna e la triste fine dell’Omino coi baffi

Moka Noir è il nuovo documentario del regista svizzero Erik Bernasconi: un’indagine, ironicamente condotta in stile poliziesco, sulla scomparsa del polo industriale del casalingo di Omegna, cittadina piemontese un tempo assai prospera in quanto sede di una delle industrie di articoli domestici più famose del Novecento, la Bialetti. La società venne fondata a Omegna da Renato Bialetti, figlio di Alfonso il quale nel 1933 depositò il brevetto di un’invenzione che ha rivoluzionato a suo modo la vita quotidiana di tutti quanti: la moka per il caffè. Del documentario racconta questo articolo di “tvsvizzera.it” nel quale potete leggere un’intervista a Matteo Severgnini, giornalista omegnese e co-autore dell’opera di Bernasconi. Renato è anche colui al quale il famoso fumettista Paul Campani si ispirò per il personaggio dell’Omino coi baffi, vera e propria icona della pubblicità degli anni Sessanta e Settanta, quella di Carosello.

La storia industriale recente di Omegna è assai emblematica circa lo sviluppo dell’industria italiana nello scorso secolo e di conseguenza della geografia umana e sociale del territorio nostrano, che in un tempo relativamente breve è passato da una predominante ruralità al boom industriale ed economico del dopoguerra, alle diverse crisi succedutesi tra i Settanta e gli anni Duemila che non di rado hanno cancellato tutta la storia e le fortune passate, generando danni sociali non indifferenti anche perché quasi mai previsti, gestiti e risolti. La mancanza di vera coesione sociale e socioculturale italiane, una volta svanito il collante del temporaneo benessere è rapidamente venuta a galla, dimostrando l’estrema fragilità in tal senso del paese, perenne e irrisolta «mera espressione geografica» che anche per ciò non sa arrestare la propria costante decadenza. In tali situazioni, poi, vi è senza dubbio un grosso concorso di colpa della politica, a sua volta incapace di “fare paese” e di risolvere le sue questioni sociali storiche sia per incompetenza, sia per cialtroneria e per ipocrisia, pensando solo a sfruttare i momenti migliori per ricavarne interessi di parte. In tal modo sono stati arrecati danni tremendi anche a comunità sociali potenzialmente virtuose come quelle dei piccoli centri della provincia italiana, che invece la politica ha sempre visto – nel proprio sguardo bieco e funzionale alla salvaguardia del potere e dei relativi tornaconti – come territori secondari e marginali.

Così racconta Matteo Severgnini, in un passo significativo dell’intervista riportata nell’articolo citato:

Negli anni Settanta la forte dimensione comunitaria era la caratteristica principale di Omegna. Un ex sindacalista raccontava della grande popolarità dei circoli operai che erano una sorta di estensione dell’ambiente familiare. Nei decenni precedenti, nelle osterie del paese, era possibile vedere operai e industriali insieme a bere ‘bianchini’. Con l’avvento degli anni Ottanta, sempre secondo il sindacalista, tutto è cambiato. Lo slogan della televisione privata di Berlusconi, l’allora Fininvest, era in questo caso emblematico: “Corri a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta”.

Quante Omegna vi sono in Italia? E quante ve ne saranno ancora, in questo presente e in futuro prossimo che per mille motivi appare sempre più problematico?
Ecco.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo su Moka Noir pubblicato da “tvsvizzera.it”. E meditate, meditate, più che potete.