Sull’estinzione del “ribelle” nell’era contemporanea

14142036_10153995442978165_7214674882369903251_nAl di là dell’arguta ironia musical-smartphonica che presenta, quest’immagine (ovviamente scovata sul web) mi ha suscitato una certa riflessione (inevitabile e ineluttabile?) sul tempo presente e sullo stato di noi che lo viviamo e determiniamo.
Rappresenta, l’immagine, due “simboli” che in un ordinario immaginario collettivo (un po’ dilatato nel tempo, magari) rappresentano cose del tutto antitetiche: i punk (o meglio i “figli” – quasi i nipoti, ormai – degli originali!) dunque la ribellione sociale moderna per eccellenza, e i telefonini, cioè il massimo (o quasi) del conformismo consumista contemporaneo.
Ora: al di là che, cosa ovvia, non c’è nulla di male che dei punk di oggi utilizzino uno smartphone – ormai sempre meno status symbol e sempre più oggetto di quotidiana utilità (o di assai futile e stupido impiego, ma lasciamo stare…) – questo casuale accostamento dei suddetti concetti di “ribellione” e di “conformismo/sottomissione” (alle “regole” della nostra post-moderna società consumistica) mi fa chiedere: ma oggi, esistono o possono esistere ancora i “ribelli”? E, ribadisco, intendo il termine così come lo intendevano i punk originari degli anni ’70, quelli il cui motto fondamentale era “fuck the system!”, che si opponevano a tutto ciò che fosse emanazione del sistema di potere vigente mirando ad una forma di esasperata anarchia nichilista nella quale, a prescindere dai piccoli o grandi estremismi presenti, si poteva riscontrare una fonte pura di autentica energia ribelle, di opposizione vera e non di facciata, di rifiuto totale delle regole imposte e non di semplice “antagonismo” – il quale di frequente non è che una forma di protesta assolutamente funzionale e necessaria al sistema apparentemente avversato.
Insomma: si può essere ancora veri ribelli, oggi? Oppure la contemporanea società liquida, così straripante di non realtànon luoghi, non idee, non culture, non individui – ha imposto una onnipotente condizione vitale in grado di soffocare e spegnere sul nascere qualsiasi moto – più o meno culturale, sociale, politico, eccetera – di segno contrario? Inoltre, come è stato per il movimento punk – probabilmente l’ultimo grande moto di controcultura popolare internazionale apparso nella storia, capace tutt’oggi di palesare la sua influenza su molte cose, anche se a volte in modo omologato e (paradossalmente) conformista – una tale capacità di ribellione, se esiste, può essere in grado di rendersi visibile e lasciare tracce evidenti della sua azione, oppure resta sostanzialmente confinata alle iniziative del singolo ovvero a sporadici e trascurabili episodi collettivi?
Probabilmente intuirete, dal modo in cui ho posto tali domande, che le personali risposte ad esse tendono alla negazione (peraltro atteggiamento molto punk, quello “negative”!). Già, perché temo che, appunto, una delle più eclatanti vittorie che stia ottenendo il sistema in cui (e con cui) la nostra parte di mondo vive sia proprio quella di saper annullare in modo rapido, scaltro e incisivo qualsivoglia elemento di disturbo, soprattutto ove questi risulti del tutto giustificato, nel proprio moto di ribellione, alla realtà dei fatti. La passione che sovente molte persone manifestano per certe buone cause – bellissima e preziosa, sia chiaro – non ha i crismi della ribellione in senso “punk” ovvero originario: non esce dal recinto del sistema, semmai cerca di spostarne i paletti o variarne la forma. Questione di atteggiamento, senza dubbio (il nichilismo iconoclasta punk non è certamente un modus vivendi così condivisibile da tutti!) ma pure, io temo, di perdita d’un certo nerbo indocile e potenzialmente eversivo che noi uomini d’oggi non abbiamo più, almeno in questo momento storico. Colpa del benessere diffuso, della perdita di valori, di senso civico o di consapevolezza politica, della strategia di depressione culturale così ben diffusa dai media nazional-popolari o più semplicemente di imperante apatia ovvero di qualsiasi altra cosa possibile e immaginabile… beh, fatto sta che di cosa sia la “ribellione” – al di là, ribadisco, di peculiari esperienze individuali e piuttosto solinghe – credo ce ne siamo dimenticati.
Magari, dirà qualcuno, è meglio così. Magari no, penso io. Diceva Camus: “Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no.” Oggi, invece, ci fanno dire “sì” anche quando non vogliamo o non sappiamo cosa comporterà: è la società sempre più liquida, e quando sei immerso in un liquido non serve a nulla dire o pure urlare “no!” pensando così di non bagnarti o, peggio, di non affogare!

Selfiegeddon

Joan Cornellà, "Selfie"
Joan Cornellà, “Selfie”

Leggo sul #30 di Artribune Magazine (il quale, ci tengo a dirlo, è il miglior magazine italiano su arte e cose affini, a mio parere) in un articolo a firma Valentina Tanni significativamente intitolato O selfie o morte:

Secondo il magazine Priceonomics, che si è preso la briga di compilare delle vere e proprie statistiche su questi casi, dal 2014 sono morte 49 persone nel tentativo di scattare un selfie; l’età media è 21 anni e il 75% è di sesso maschile. In testa alla classifica delle tipologie di morte c’è la caduta da altezze vertiginose, mentre il record geografico lo detiene l’India, con ben 19 vittime. Un record che inizia ad allarmare le autorità, che hanno recentemente dichiarato “no-selfie zones” ben 16 location sparse in tutto il Paese. Una simile ordinanza esiste anche in Russia, la seconda nazione in classifica per numero di fatalità legate all’autoscatto. (…) Sono talmente tanti i casi da giustificare l’esistenza di una pagina di Wikipedia che li riunisce tutti sotto il titolo “Lists of selfie-related injuries and deaths”.

Bene, ora potremmo farci alcune emblematiche domande. Una, ad esempio: perché il S.E.T.I., il celebre programma scientifico dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, in ben 42 anni (è infatti attivo dal 1974!) non ha captato alcun segnale da presumibili civiltà aliene e nemmeno ha ricevuto risposta a quelli inviati? E se fosse, molto semplicemente, che le civiltà (nel vero senso del termine) aliene evitino accuratamente di avere a che fare con una razza di insuperabili idioti come noi terrestri?
È una domanda tra le tante, eh! Così, per dire.

AA.VV., “Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio”

Progetto2Qualche tempo fa pubblicavo un articolo, qui nel blog, nel quale sostenevo come dalla montagna – la derelitta (in Italia) montagna, zona del paese troppe volte e per troppo tempo lasciata dalla politica ai margini delle strategie di sviluppo e di progresso nonché costretta ad un declino culturale autonichilista ovvero indotto dall’imposizione di modelli di gestione amministrativa del tutto avulsi dal peculiare contesto ambientale, sociale, antropologico e quant’altro – potesse discendere la salvezza (culturale, ma non solo) della nostra società. Ciò perché – scrivevo e ne sono certo oggi più di allora – la montagna, nonostante tutto, ha conservato alcuni dei valori culturali fondamentali per il buon vivere collettivo che la società del piano, quella post-moderna, post-industriale, post-urbana, sempre più in balìa della società liquida e assediata dalla pandemia dei non luoghi (per citare due concetti cardine della sociologia contemporanea), ha smarrito e ora necessita terribilmente.
Posto ciò, trovo Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio, ponderoso tanto quanto tematicamente ricco volume pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna (una delle migliori associazioni culturali nelle Alpi italiane in tema di ricerca, studio e promozione dei processi culturali per la riscoperta e la valorizzazione della storia sociale delle comunità di Valle Imagna, in primis, ma delle dinamiche di salvaguardia e sviluppo delle zone montane in genere) una lettura fondamentale per quanto inizialmente affermato, nonostante sia una pubblicazione edita nel 2007. Anzi, potrei anche dire che questi (quasi) 10 anni di distanza dalla pubblicazione originaria ne abbiano pure accresciuto il valore (continua…)

Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Leggete la recensione completa di Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

INTERVALLO – Londra, The Wapping Project Glasshouse Bookshop

45609Per qualche tempo Londra – meglio la zona dell’East End ovvero, ancor più precisamente, di Wapping, ha potuto vantare una delle librerie più originali del mondo: la libreria-serra di The Wapping Project, un progetto culturale che ha animato il suddetto quartiere londinese con numerose iniziative artistiche, una galleria d’arte, un ristorante e, appunto, la libreria-serra, specializzata soprattutto (e inevitabilmente) in libri d’arte, di design, di fotografia, moda e discipline creative in genere.

Purtroppo The Wapping Project è stato chiuso nel 2013, trasformandosi in The Wapping Project Bankside, una innovativa ma più “tradizionale” – nella forma – galleria d’arte. Il progetto della libreria-serra spicca tuttavia ancora oggi per originalità ed efficacia, ponendo i libri alla pubblica vista ma in un luogo che vi garantisca protezione: una forma di promozione della lettura senza dubbio assolutamente valido tutt’oggi, appunto!

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più (in inglese).

INTERVALLO – Cinisello Balsamo (Milano), Biblioteca e Centro Culturale “Il Pertini”

biblioteca-cinisello1Se da tempo è opinione unanimemente accettata che i migliori luoghi pubblici deputati alla cultura, nella forma e nella sostanza, siano quelli scandinavi – ovvero quelli dove, per riassumere grandemente il concetto, la biblioteca non è solo una biblioteca, ma è molto di più – anche in Italia come altrove nel mondo sono sempre di più gli spazi culturali pubblici che recepiscono tale nordica ispirazione, offrendo luoghi assolutamente notevoli e dal potenziale socioculturale fondamentale.

biblioteca-cinisello2Il Pertini di Cinisello Balsamo – città dell’hinterland milanese e per questo sofferente, in passato ma per certi aspetti anche oggi, di tutti quei disagi tipici delle zone periferiche delle città post-moderne e post-industriali – è senza dubbio uno di questi luoghi di grande potenziale. Inaugurato il 21 settembre 2012, è in primis la sede della biblioteca comunale, appunto: 5.000 mq di superficie aperta al pubblico su quattro piani, 520 sedute, una sala studio, tre aule per laboratori e corsi, un auditorium (176 posti) e una sala incontri. Ospita complessivamente quasi 120.000 documenti, dei quali i libri sono più di 85.000, oltre a circa 20.000 documenti su supporti digitali. Il Pertini è stato costruito sul perimetro della storica scuola Luigi Cadorna, di cui è stata mantenuta a titolo di rimembranza la facciata, e intende essere la nuova piazza per la città, un’occasione di aggregazione, di incontro e di scambio. Ospita corsi, mostre, concerti ed altre iniziative culturali.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web de Il Pertini.