Quando abbiamo imparato a conoscerlo, il cielo stellato è l’amico più fidato che abbiamo nella nostra vita; è sempre lì, ci trasmette un senso di pace, ci ricorda sempre che la nostra irrequietezza, i nostri dubbi, i nostri dolori, sono cose di poco conto, passeggere. L’universo non verrà mai meno. Quando tiriamo le somme, scopriamo che le nostre opinioni, le nostre battaglie, le nostre passioni non sono poi così importanti e straordinarie.
[Fridtjof Nansen, citato in Erling Kagge, Il silenzio, Giulio Einaudi Editore, 2017; trovate la mia recensione al libro qui. Del cielo stellato io ho scritto varie volte, ad esempio qui.]
[Foto di Di Roberto Mura, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Il quotidiano momento serale nel quale accompagno in giardino il segretario personale (a forma di cane) Loki per l’ultima pipì di giornata è ormai diventato un piccolo, prezioso spazio di sospensione e di riflessione su quanto accaduto nel giorno che sta finendo e su ciò che accadrà l’indomani, ancor più perché – se la meteo è favorevole – ne usufruisco sotto il cielo limpidamente stellato che l’abitare in montagna mi consente di osservare. Ma anche quando sia “diversamente bella”, la meteo, non manco di cogliere i dettagli del momento e le sue peculiarità – ce ne sono sempre da rilevare, anche quando ad esempio la nebbia sia così fitta da far scomparire ogni cosa, nascondendo la realtà ma così lasciando spazio alla fantasia.
È un momento che può durare una manciata di secondi oppure qualche minuto – dipende dalle esigenze urologiche del segretario, ovviamente – ma che quasi sempre è sufficiente affinché, nel silenzio della notte, sotto la meraviglia del cielo stellato o nel brivido termico di queste sere nonché nella placidità che tale dimensione regala, rara se non assente in altri momenti della giornata, sorgono pensieri limpidi, sinceri, originali, che a volte sanno compendiare il senso dell’intera giornata appena trascorsa e altre volte marcano principi o presupposti utili per quella che verrà. Pensieri che di frequente ho l’impressione che non nascano solo dalla mente ma che in verità germinino e fioriscano più nell’animo, con la mente che semmai ha il compito di dare loro forma intelligibile, elaborarne il contenuto e appuntarselo da qualche parte nella memoria, se ritenuto interessante. Tuttavia, anche se non lo fosse, è comunque la manifestazione di un prezioso momento di “ri-messa a fuoco” personale, un respiro profondo dell’animo e dello spirito che alleggerisce la mente prima del sonno così da consentirle di riposare meglio (o almeno tentare di farlo), una manciata di attimi di calma che forse sì, è solo apparente ma almeno mi dona l’apparenza di potermi riconciliare con la personale quotidianità – magari dopo averci litigato nel corso della giornata in conclusione, cosa per variegati motivi non infrequente.
Per tali motivi i pensieri di questi momenti tardo serali – in certi casi già notturni – li trovo così interessanti e peculiari. Me li appunteròd’ora in poi, identificandoli con la data nella cui sera mi si sono palesati.
Ad esempio, ieri sera – 05.02.2025 – il cielo era piuttosto limpido nonostante l’assenza di vento. Esattamente sopra la nostra testa, l’Orsa Maggiore mi sembrava particolarmente grande, luminosa, dominante.
Mi ha fatto ricordare che osservarla lassù nel cielo rappresenta un viaggio non solo nelle profondità dello spazio e del tempo cosmici (le stelle più vicine della costellazione sono a circa 80 milioni di anni luce) ma pure indietro lungo la storia dell’umanità, per come il mito a cui il nome fa riferimento è tra i più antichi in assoluto, forse risalente a più di 30.000 anni fa, quando in alcune parti dell’emisfero settentrionale (dal latino septem–triones, «sette buoi» ovvero quelli del Grande Carro, l’altro nome con il quale è nota la costellazione) pare fosse diffuso un culto dell’orso.
E ho pensato che il viaggio è “moto” come il tempo, ma che anche stando fermi si può viaggiare grazie al moto del pensiero. Il quale è forse il viaggio fondamentale senza il quale non ce n’è nessun altro. Già.
[Il cielo di nord est come più o meno lo vedo da casa, in questo periodo.]In queste sere di meteo ciclonico e di cieli finalmente limpidi – per me che abito in montagna – dopo le continue piogge di ottobre, l’uscita serale in giardino per l’ultima pipì del segretario personale (a forma di cane) Loki diventa anche una sorta di piccolo rito di saluto alla volta stellata e, in modo particolare, alla costellazione per eccellenza dell’inverno: Orione, il gigante che combatte contro il Toro, «la più potente delle costellazioni» secondo l’astrologo romano Marco Manilio.
All’ora in cui esco la vedo sorgere a nordest, maestosa, grandissima, brillantissima, con la spada appesa alla cintura (forse l’allineamento stellare, questo, più famoso e celebrato del cielo) che pare conficcata nel crinale montuoso che da quella parte chiude il mio orizzonte visivo e mi genera la fantasia che il ciclopico gigante stellare si sforzi, aumentando ancor più la sua luminosità (in verità perché rimanendo fuori al buio l’occhio acuisce la sensibilità visiva), di estrarre la lama per continuare la propria ascesa nel cielo, mentre con il suo scudo cerchi di ripararsi dalla luminosità del pianeta Giove, che in questi giorni brilla sopra di lui, e dall’altra parte dall’ammasso delle Pleiadi, uno dei più spettacolari del cielo.
[La regione celeste attorno a Orione nella Uranographia di Johann Elert Bode, del 1801.]È un rito domestico banale – e funzionale ai bisogni di Loki, certamente – ma altamente suggestivo, che mi ricorda quanto sia non solo bello ma per molti versi necessario, per noi piccoli terrestri mortali, perdere lo sguardo e incantarsi il più spesso possibile nell’osservazione del cielo stellato e della sua infinità, così meravigliosa e inconcepibile da non poter essere nemmeno lontanamente compresa e per questo visione insuperabile di una vastità che si riverbera nella nostra mente e nell’animo aprendoli come non mai, facendoci per un attimo dimenticare di essere creature confinate quaggiù, su un piccolo pianeta tra miliardi di altri persi nel cosmo, e sognare di viaggiare in quell’infinito stellare apparentemente vuoto ma in realtà talmente pieno di bellezza da sembrare assolutamente denso di tutto.
[Immagine tratta da accademiadellestelle.org.]Peccato che tante persone non coltivino più l’abitudine di osservare il cielo stellato e la sua bellezza, ancor più perché spesso impedite nel farlo dall’inquinamento luminoso delle nostre città (leggete “Cieli neri” della bravissima Irene Borgna, al riguardo) e da quello dell’aria che vela il cielo e offusca, quando non spegne, la luce di gran parte delle stelle (al riguardo date un occhio alla “Scala del cielo buio di Bortle”). Sono convinto da sempre che se si praticasse diffusamente l’osservazione del cielo, tutti quanti “praticheremmo” molto meglio anche la nostra vita quotidiana quaggiù sulla Terra. Il che potrebbe sembrare un paradosso, ma solo a chi, appunto, non sia più in grado di rendersi conto quanto sia bello perdersi tra le stelle. Anche in questo caso, d’altronde, è un perdersi necessario per poi ritrovarsi, e il cielo stellato permette di farlo senza nemmeno muoversi da casa – inquinamenti permettendo, ribadisco.
[Il cielo stellato sopra le Alpi del Salzkammergut, vicino Salisburgo in Austria. Foto di Felix Wegerer su Unsplash.]Per cui, se potete, provateci: qualche minuto in meno sullo schermo dello smartphone, prima di dormire, per qualche minuto in più in giardino o sul terrazzo di casa col naso all’insù. Sembra una stupidaggine, una banalità, ma sono certo che vi sentirete molto meglio, e più sensibili alla bellezza che ci circonda – quella veramente che può salvare il mondo come nessun altra cosa – e che spesso non sappiamo più cogliere.
L’imperitura e invariabile costanza che noi Sapiens (per semplicità comprensiva uso il termine al plurale, anche se so che è un errore) mettiamo nel cercare di ricondurre e interpretare ogni cosa che esiste al mondo intorno a noi, animata o no, a una visione rigidamente antropica quando non antropocentrica, seppur per alcuni versi è qualcosa di comprensibile temo che per tutti gli altri versi sia la riprova di come la cultura che anima la civiltà umana sia tanto funzionale ai suoi interessi evolutivi – e fin qui ci sta – quanto disfunzionale ai bisogni di tutto quello che vi sta intorno ovvero al mondo e a ciò che contiene, animato o no. In altri termini, è il principio di fondo in base al quale e sempre più nel tempo noi Sapiens siamo diventati disarmonici rispetto alla sfera vitale nella quale stiamo, disconnessi da essa, decontestuali, per molti aspetti antitetici al suo ordine naturale, nonché uno dei motivi per i quali siamo incapaci di comprenderne la realtà.
D’altro canto, come possiamo pretendere di capire il mondo che umanizziamo, antropomorfizziamo, che pensiamo in grado di esistere solo se sottoposto alle leggi e alle regole (o alle fregole) con le quali abbiamo organizzato la nostra civiltà, se a ben vedere – historia docet – non siamo nemmeno in grado di capire noi stessi e i nostri comportamenti? E di conseguenza come possiamo pensare di salvaguardare il mondo in cui viviamo se formalmente diciamo di volerlo fare ma sostanzialmente miriamo sempre e solo a salvaguardare noi stessi? Ma, appunto: sul serio pensiamo di saper salvaguardare noi stessi quando facciamo di tutto per rovinarci vicendevolmente?
Siamo in un cul-de-sac, chiaramente. Dal quale possiamo uscire solo nel momento in cui sappiamo – sapremo – riconnetterci e riarmonizzarci con tutto quanto abbiamo intorno riuscendo a comprenderne la realtà effettiva e peculiare. Che in parole povere si può riassumere con: ne usciremo quando ci toglieremo di mezzo dal centro del mondo nel quale ci siamo prepotentemente piazzati e dal quale sprezzanti di tutto non vogliamo spostarci. Senza per ciò metterci un passo indietro da ogni altra cosa dopo che abbiamo voluto stare per troppo tempo svariati passi avanti, ma ben più semplicemente e equamente, mettendoci a fianco di ogni altra cosa, di ogni altra creatura, entità, elemento, camminando nel tempo lungo vie diverse l’una dall’altra ma che puntano tutte nella stessa direzione, verso una medesima meta.
Ecco.
Troppo difficile, dite?
Uhm… Forse sì, troppo difficile per noi “Sapiens”. Già.
Il tempo credo lo si possa capire solo per il fatto che tutto, tutto cambia, tutto invecchia. Si nasce, si muore. Gli esseri viventi, gli oggetti se sono nuovi, poi diventano vecchi. Anche le pietre, anche la nostra terra, nel corso dei 4 miliardi e mezzo d’età è mutata grandemente. Quindi il tempo lo possiamo definire solo grazie al fatto che tutto cambia.
Margherita Hack, fiorentina trapiantata a Trieste ovvero in una città di mare con l’anima montana, ha incrociato più volte il proprio cammino, scientifico e divulgativo, con le montagne. Innanzi tutto dichiarando la propria passione per La Montagna Incantata di Thomas Mann, libro fondamentale della narrativa ambientata sui monti e che di essi ha fornito molta della visione poi assimilata dalla nostra cultura al riguardo; poi partecipando di frequente a eventi centrati sulle montagne (qui, ad esempio) e citando spesso i monti come luoghi privilegiati per l’osservazione delle stelle e, ancor più, per ritrovare la capacità di stupirsi della bellezza del cosmo e della sua profondità filosofica accessibile a tutti: luoghi preziosi da preservare in ogni modo, come scrisse nel brano sotto riportato (tratto da qui) – e come è importante preservare similmente la memoria e il retaggio di una figura così bella, importante e altrettanto preziosa quale fu Margherita Hack:
Quando il cittadino comune si ritrova in montagna, in una notte senza luna, riscopre lo straordinario scenario offerto dalla Via Lattea e dallo scintillio di migliaia di stelle. Le immagini della Terra ottenute dai satelliti ci mostrano un’Europa cosparsa di luci che ci privano dello spettacolo del cielo notturno, dichiarato “Bene comune dell’ Umanità”. Un bene da salvaguardare, lasciando almeno qualche luogo immerso nell’oscurità, dove le nuove generazioni possano riappropriarsi di un grande spettacolo che appartiene a tutti.