Banane e Mars

[La famosa banana di Andy Warhol sulla copertina di The Velvet Underground & Nico, il celeberrimo primo album dei Velvet Underground, 1967. Cliccateci sopra per saperne di più.]
(È un post un po’ strano, questo. Sappiatelo.)

Il bello del diventare pienamente adulti – ovvero diversamente giovani, o altri modi similari per affermare con elegante nonchalance che si sta invecchiando (e io a breve ne faccio 49, di anni, anche se mi sento più giovane di un dodicenne) – è che ci si può credere assennati, accorti, giudiziosi, sagaci, saggi eccetera, cioè dotati del consono senno per far cose che in età giovanili si sarebbero dette avventate e in qualche modo rischiose.
Invece, adesso, be’, volete mettere? Cinquant’anni (per me quasi, appunto), mica son più un ragazzino, eh, ci mancherebbe, so cosa faccio!

Ecco.

Ho mangiato una banana.
Una sorta di frutto proibito, per me, che da ragazzino lo adoravo ma che una volta sullo stomaco mi diventava più arduo da digerire di un blocco di titanio.
Adesso invece chissà, forse non andrà più così, pure il mio apparato digerente sarà maturato, mi auguro, e comunque sono quasi maggiorenne alla tripla potenza e vaccinato che mi manca solo quello per il coronavirus, che diamine, dunque amen!

Tuttavia, ammetto di aver fatto anche di peggio, qualche tempo fa. Già.
Ho mangiato un Mars.
Sì, la nota barretta al cioccolato.
Pure quella la adoravo, da bambinetto (il che mi associa inopinatamente a Saddam Hussein, ma questo è un altro discorso), vuoi anche perché il suo consumo mi veniva (fortunatamente – per il mio fegato, in primis) centellinato dai miei genitori.
Be’, ne ho mangiato una dopo almeno 35 anni dall’ultima gustata, nel tentativo, in effetti piuttosto riuscito, di rivivere sensazioni preadolescenziali in lentissima, certamente inesorabile ma al momento non ancora definitiva evanescenza, nella mia memoria.

Poi, ovviamente, ci sono altre prerogative che si manifestano quali peculiarità positive ovvero proficue dell’avanzare dell’età e del conseguimento di quello stato di maturità anagrafica di cui ho detto all’inizio. Ma non c’entrano con le banane e il Mars, dunque, nel caso serva, ne parlerò un’altra volta.

(Ve l’avevo detto che era un post un po’ strano, eh!)

Una gran foto

Ecco, questa gran foto di Claudio Stefanoni (titolo: Aeroporto di Malpensa) – onirica e straniante, determinata eppure sfuggente, così sospesa in una dimensione spaziotemporale interrotta, talmente obiettiva da apparire surreale o forse, per meglio dire, capace di fissare l’attimo in cui reale e surreale si fondono facendosi indistinti – è forse quella che, tra molte altre viste in giro, tanto belle quanto ovvie, potrebbe meglio rappresentare i due mesi di lock down trascorsi e parimenti ben materializzare i timori e le ansie per un suo ritorno, in un eventuale malaugurato futuro prossimo.

Applausi!

INTERVALLO – Lione (Francia), “Bibliothèque de la Cité”

La Bibliothèque de la Cité è un grande murale, ampio oltre 400 mq, che affresca un palazzo nel centro di Lione con la raffigurazione di più di 500 libri di autori e generi diversi ma tutti in vario modo legati alla città francese. Creato nel 1998, nel murale vi si riconoscono testi di Rabelais, Louise Labé, Voltaire, Reverzy, Frédéric Dard, Annie Salager e molti altri. Oggi attrae non solo i turisti che visitano la città ma pure altrettanti bibliomani, dato che è stato realizzato in un quartiere ove si trovano numerosi librai.

Omar Sartor, fotografo (e non solo)

Omar Sartor non è solo e semplicemente uno dei più originali e intriganti fotografi italiani. Osservo e ammiro da tempo i suoi vari lavori fotografici e, al di là della primaria, intensa suggestione estetica ed emozionale, mi viene da riflettere che Sartor in verità è tra i pochi capaci di manifestare nella fotografia una sorta di inopinato prodigio, cioè quello – lo dico in modo “mitologico”, metaforico ma nemmeno così tanto – di riuscire a fissare sulle proprie immagini sia i Genius Loci che i Lari: i numi fondamentali che presiedono ai luoghi abitati dall’uomo, i primi, e a quelli attraversati, i secondi. Ovvero, più pragmaticamente, con la sua produzione fotografica Sartor manifesta la dote di dare una “regola” a ogni ambito che riprende, sia esso nella Natura più o meno antropizzata oppure in uno spazio domestico: una regola che da un lato è estetica, di ricerca di equilibrio e definizione armonica (dunque pure estatica, per molti versi), dall’altro è razionale e raziocinante, meditativa, deduttiva.

(Cliccate sulle singole immagini per aprirle nella galleria.)

E’ come se nelle varie immagini – sia quelle legate alle sue committenze per numerose aziende di design, sia le altre che, per mera chiarezza, potrei definire “di paesaggio” – la realtà si palesasse in tutta la sua materialità evidente, palese e comprensibile ma, da questi stessi risalti, si formasse pure una immagine immateriale che apre la percezione a innumerevoli altri significati: in primis quelli «radunati nel luogo» – come dice la nota definizione di Genius Loci di Christian Norberg-Schulz – peraltro non sempre così evidenti come si potrebbe pensare, ma pure quelli che vi derivano e che contribuiscono a determinare il concetto e la percezione del “paesaggio” – che si genera ovunque, nei vasti spazi all’aperto come negli ambiti minimi del vissuto quotidiano.

La fotografia di Omar Sartor è dunque “artistica” nel senso più pieno e “superdimensionale”: in grado di andare oltre molte potenziali possibile limitazioni espressive, portando in sé l’elemento estetico ed estetizzante verso ambiti di inaudito rigore creativo. Un ossimoro, apparentemente, che tuttavia trova notevole e assai concreta oggettività proprio nella sua dote “artistica” di saper rappresentare la realtà in modo ampio e “amplificato”, sia materialmente che immaterialmente.
È un “architetto dell’immagine”, Sartor, un creativo dell’anima dei paesaggi ovvero di tutto ciò che possa essere percepito, concepito e abitato dall’uomo, esteriormente e interiormente.
Ecco.

Le migliori “uova” pasquali?

Restano sempre queste e, ovviamente, mica solo per Pasqua:

Lucio Fontana, La fine di Dio, 1963/1964.

Per me significano l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla.

(Lucio Fontana intervistato da Carlo Cisventi, 1963.)