Quelli che dicevano «Ah, no, io Berlusconi non lo voto!» e poi il “Popolo della Libertà” vince le elezioni col 40% quasi dei consensi.
Quelli che, ogni anno, «Ah, io il Festival di Sanremo non lo guardo, è sempre la solita solfa!» e poi l’Auditel registra quasi 14 milioni di telespettatori e uno share di oltre il 60%.
Oggi, quelli che «Ah, no, io mica mi fido a girare liberamente, col rischio di contagio che c’è ancora!» e poi, piazze, centri storici, bar, spiagge, lungomari e lungolaghi e lungofiumi stracolmi di gente.
Gli italiani, già.
Ma sempre gli altri, però. Noi no.
[Fonte dell’immagine: qui.]Ma, io penso, se si verrà (giustamente) costretti tutti quanti a indossare maschere – respiratorie, protettive ovvero “mascherine” ma tant’è, quelle sono – per lungo tempo, in Italia, pur in aggiunta al fatto che la situazione pandemica in corso abbia imposto l’annullamento di molti eventi legati al Carnevale in programma tra fine febbraio e inizio marzo coi relativi e divertenti mascheramenti, insomma, penso che tutto questo non giustifichi affatto la trasformazione della suddetta situazione emergenziale e, più in generale, dell’intero paese in una carnevalata. Ancor più di quanto già non fosse prima, intendo dire, e solo perché dovremo tutti portare una mascher(in)a, ecco.
Perché, in tutta sincerità, mi pare che alcune figure pubbliche italiche, politiche e istituzionali, con l’ausilio immancabile dei media, stiano perseguendo tale fine – lo facevano già prima, lo fanno con insuperabile impegno ora. E ci stiano riuscendo benissimo a conseguirlo, quel fine. Già.
(Uhm… Forse che vogliano recuperare in tal modo gli eventi carnevaleschi saltati a febbraio e marzo, nonché la bizzarra ilarità di essi? Mah!)
Così scrive nella sua prima lettera, datata 21 marzo:
Quando si è isolati fra deserti, affaticati da lunghe tappe e zaini pesanti, senza connessioni web, con cibo razionato, i pensieri rispecchiano al tempo stesso l’adesione ai bisogni del corpo, alla materia naturale e alla spiritualità che essa evoca: diventano più lungimiranti, più consapevoli. La più grave manchevolezza della civiltà contemporanea è di aver spezzato la percezione del reale; la vita virtuale, che in questi giorni i media salutano come salvezza, è in verità la causa dell’incapacità globale di capire gli effetti delle nostre azioni. Oggi sono medici e infermieri i più presenti e consapevoli nel curare e salvare: per forza! Sono tra le poche categorie che quotidianamente convivono con la corporeità degli esseri umani, e quindi della natura, della Terra. I grandi decisori delle sorti umane se ne stanno da tempo su Twitter: che cosa dovremmo aspettarci?
Sono sempre stato felice di ritrovare in cammino, in quasi tutti i miei gruppi, medici, infermieri, dentisti, veterinari, quasi sempre donne: tantissime, e ogni volta una garanzia di sensibilità e consapevolezza che si riflette su tutti.
In questa attesa rischiamo di farci ancor più sudditi della virtualità: tutti ce la consigliano. Non si può viaggiare, nemmeno uscire di casa, dunque viva la rete! Eppure una buona gestione della vita richiede che i prodotti dell’immaginazione siano sempre e fortemente affiancati dalle risposte dell’esperienza corporale. Per fortuna molti di noi hanno già enorme nostalgia del mondo reale, ma ricordiamo che presto dovremo lottare per riconquistarlo. Intanto, anche se lo spazio in cui attendiamo è molto ristretto, è il momento di valorizzare la fisicità accanto alle nebulose della mente nostre e altrui.
Leggetele, insomma, le “lettere dell’attesa” di Franco Michieli – cliccate sull’immagine in testa al post per farlo. Sono testi bellissimi e intensi, poetici e al contempo materiali, concreti, preziosi per ricavarne una visione delle cose in corso probabilmente diversa, più profonda, lontana da frasi fatte e conformismi mentali e culturali fin troppo alienanti, anche quando (o anche perché) imposti come “verità” dall’”esperto” di turno, e più vicina al cuore delle cose, della realtà, dell’ambiente in cui viviamo – intenso come ecosistema del quali tutti facciamo parte in modo più o meno attivo, anche col pensiero – più vicino al bisogno di capire il momento e comprendere se stessi nel suo durante, per viverlo meglio e trarne qualcosa di costruttivo pur nella difficoltà a cui ci sottopone, non di rado infausta.
[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]Scrivevo qui sul blog, qualche post fa, che le situazioni emergenziali mediatizzate, con tutta la pressione psicologica che scaricano su una società già gravata da problematiche varie, tra dissociazioni cognitive, alienazioni, fobie d’ogni genere e sorta, eccetera, tendono a estremizzare i limiti, in “alto” e in “basso”, degli atti e dei comportamenti diffusi, così che ad esempio i gesti nobili seppur ordinari divengono addirittura eroici mentre quelli meno nobili, ma altrettanto ordinari, assumono quasi tratti delinquenziali.
Sto notando che, appunto, questo “principio” vale anche per gli atteggiamenti con i quali certe persone si rapportano all’emergenza in corso: così, in questi giorni, mi trovo ad avere a che fare con dei catastrofisti assoluti-anche-più-del-solito, tanto da poter essere definiti anche come finedelmondisti o armageddonisti, gente già avvezza ad atteggiamenti del genere che ora ha rotto tutti i freni cognitivi possibili e «andrà tutto male!», «non ne usciremo più!», «è peggio di una guerra!» (quando poi nella maggior parte di casi la guerra, quella vera, tali persone non l’hanno mai vista; ma anche di questo particolare aspetto del periodo in corso ho disquisito qui). Di contro, mi ritrovo anche ad avere a che fare con i tipi opposti, quelli ben oltre il mero “andrà tutto bene”, i nientedicheisti – l’ultimo del genere l’ho “intercettato” ieri – che ti parlano come se non stesse accadendo nulla e ti propongono cose da fare tra qualche giorno o poco più, come se con un battimano la situazione potesse svanire di colpo senza lasciare alcun strascico, materiale e immateriale. Che a me, a quello di ieri, m’è venuto da ribattergli «Ma… stai dicendo sul serio?» e lui, come niente fosse, appunto, «Sì, perché?»
E dunque ci penso, a questi tizi, e mi chiedo quale sia peggio dei due tipi, quale che, alla lunga, provochi i danni peggiori – a chi gli sta intorno, dacché a se stesso sono affari suoi. Ovvero, rifletto su come la gestione mediatica di certe situazioni collettive di natura sociologica – a prescindere dalle cause che le inducono – sia una pratica che abbisogni ancora di molto studio, in (e da parte di) certi settori della sfera pubblica. Uno “studio” peraltro iniziato molto tempo fa, come dimostrarono bene i marziani di Orson Welles già nel 1938. E forse alla fine, nonostante questo, il modus vivendi impostoci dalle nostre società occidentali, quando non mediato da un’atmosfera culturale adeguatamente e razionalmente virtuosa ovvero quando basato quasi esclusivamente sul sonno della ragione, genera mostri che risultano incontrollabili persino ai loro creatori. Il che, peraltro, è un processo prodromico alla tirannia più assoluta e spietata, unica forma di controllo, appunto, che certo “potere” è in grado di attuare (e al quale tende) per salvaguardarsi e salvaguardare i propri privilegi.
Poi, be’, ci mancherebbe: magari hanno ragione quelli, i finedelmondisti oppure i nientedicheisti, e siamo noi razionalisti a essere gli “anormali”, a stare (ed essere messi) ai margini dello “spettro comportamentale” nel quale si manifestano le azioni materiali e immateriali della società civile in cui viviamo, anche perché sempre molto poco gradita, la razionalità, dai suddetti poteri dominanti. D’altro canto, come diceva Goethe, «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo». Che in effetti, nel caso, è una bella prova di mancanza di razionalità, ecco.
Ringrazio di cuore Toni Farina, membro del Consiglio Direttivo del Parco Nazionale Gran Paradiso e storico esponente di Mountain Wilderness Italia, per avermi concesso l’assenso alla pubblicazione di questo illuminante testo, tratto dalla sua pagina Facebook: parole essenziali ma alquanto potenti per questi tempi “eccezionali” in senso negativo, e per territori che eccezionali lo sono sempre, in senso positivo.
La foto è tratta dal corredo di immagini dell’articolo su Facebook.
Buona rapida lettura e buone prolungate riflessioni!
Noasca, il corona virus e la teoria della relatività
Mi è capitato sui social (e non solo) di polemizzare amichevolmente con gli abitanti delle “terre alte” sul tema “si vive meglio in pianura o in montagna”. Sempre in modo leggero e costruttivo, anche perché il tema a mio parere è abbastanza sterile. E più che altro tutto è (abbastanza) relativo.
Insomma, la relatività non è (solo) una teoria.
Ci pensavo ieri osservando dalla pianura lo straordinario arco di montagne che, complice la giornata super-limpida, si offriva alla vista e alla vita.
Una meraviglia, ma allo stesso tempo una beffa.
Una (sopportabile) sofferenza per noi ammalati di montagna.
Guardare ma non toccare, è però la regola, sancita da un decreto. Regola valida per bimbi e adulti.
Soprattutto adulti…
E allora mi sono venuti in mente i (pochi) abitanti di Noasca, per i quali la regola “non uscire dal proprio comune” assume una valenza particolare. Certo diversa dagli abitanti dei borghi di pianura. Valenza che li accomuna agli abitanti di Locana e Ceresole e, in genere, alla gran parte dei comuni di montagna.
Ma Noasca ha un privilegio (se così si può definire): il territorio del comune si spinge sulla cima del Gran Paradiso.
Da 1000 a 4000 metri!
Noasca. Non offre l’impatto visivo della real Ceresole, con le dentate e scintillanti vette di carducciana memoria. Al contrario, se ne sta lì infossata nella valle, con aggettanti scudi di gneiss che incombono sul campanile.
E quella cascata che pare arrivare da chissà quali altezze.
Da chissà quali mondi.
E suggerisce viaggi. Noaschetta, Ciamosseretto, Roc… Fortunati gli abitanti di Noasca.
Relativo?