Era (è e sarà) un bellissimo posto

Ultima domenica prima del Natale, impellenza diffusa di fare gli acquisti del caso, strade trafficate verso il centro delle città o i luoghi dello shopping, festoni e luminarie ovunque, eccetera.

Io e Loki, il segretario personale a forma di cane, ce ne andiamo in montagna alla ricerca di quiete e silenzio, certi di poterli trovare piuttosto facilmente oggi. Anche in un luogo altrimenti ben vivo, quando la stagione e il clima sono propizi e non sopravvengono distrazioni d’altro genere: a Era, magnifica piccola conca prativa in Val Meria, il profondo e spesso rude solco percorso dall’omonimo torrente che dalle rive deliziose di Mandello del Lario, sul ramo lecchese del Lago di Como, sale verso le Grigne e in particolar modo raggiunge i versanti di Releccio e di Val Mala, biforcato dai possenti pilastri del Sasso dei Carbonari e soprattutto del Sasso Cavallo, la big wall per antonomasia di queste montagne.

L’Alpe d’Era è uno di quei luoghi così idilliaci che chiunque se la ritrovi davanti, salendo dal suggestivo sentiero che da Somana, sobborgo alto di Mandello, taglia gli articolati versanti degli “Zuc” che caratterizzano il lato destro della Val Meria (transitando da un altro luogo sublime, Santa Maria), ne resta sicuramente affascinato. La conca alpestre che appare quasi d’improvviso, sospesa sulle forre del fondovalle, le piccole baite, quasi tutte ben ristrutturate, sparse sui prati a dare forma a un minuscolo, fiabesco villaggio, i fitti boschi d’intorno, le rupi sovrastanti che anticipano l’imponente dominanza del Grignone, il torrente qui assai placido prima di agitarsi gettandosi a capofitto tra innumerevoli cascate nel dirupo, i ponticelli in legno che lo scavalcano… Se salire quassù in stagioni più favorevoli è sempre qualcosa di piacevolissimo per la mente, il cuore e l’animo, arrivarci in una giornata come domenica scorsa, con la neve che ammanta tutto, le case inanimate, la quiete assoluta che permea il piccolo villaggio, l’assenza di altri viandanti, dona l’impressione vivida di entrare in una dimensione sospesa nello spazio e nel tempo. Ci sembrava di essere in un luogo lontanissimo da ogni altra presenza umana e urbana, nascosto e protetto da montagne incognite che pare lo proteggano come tra due palmi di mani silvestri e dove non possano udirsi altri rumori che quelli naturali e dai nostri, e invece eravamo a tre chilometri in linea d’aria dalla “civiltà” in preda, non tutta ma certa parte sì, alle compulsioni natalizie (nonché da una delle strade più trafficate e rumorose di questa parte delle Alpi, la strada statale 36 che porta in Valtellina).

Sedersi sui gradini di una casa di Era ad ascoltare il silenzio è stato bellissimo, rigenerante, ancor più dopo essere ridiscesi dalla stretta e ombrosa Valle di Prada, che io e Loki abbiamo esplorato e nella quale il fitto bosco di questi tempi rende la luce e il tepore solari una sostanziale chimera (e dove abbiamo intuito le uniche altre presenze della giornata: caprioli, probabilmente, le cui orme freschissime hanno incrociato le nostre e il cui vago rumore abbiamo anche sentito, senza però vederli). A Era invece il Sole, fino a quel momento appannato da un’insistente velatura nuvolosa, ci ha concesso la sua compagnia e reso ancor più piacevole e affascinante la sosta, in un momento così speciale, in una dimensione così privilegiata dacché rara, così preziosa per poter apprezzare un luogo del genere anche quando la vita ritornerà e lo rianimerà allegramente.

D’altro canto i posti come l’Alpe d’Era sono talmente belli che è sempre un gran piacere viverli: nella bella stagione o nelle ombre invernali, animati o meno, rumorosi o silenti, nelle giornate più radiose o col cielo ingombro di nubi. Basta intessere con essi la giusta relazione, diventando parte del loro meraviglioso paesaggio e in armonia con ogni altra cosa che contiene. Ovvero, basta poco o quasi nulla, a ben vedere, per essere e “avere” una tale bellezza.

Stare in montagna per restare in città

Cosa vuole la gente che vive in città nel traffico e nel caos costanti, tra assembramenti, rumore, e inquinamento, quando sale per qualche giorno sulle montagne in mezzo alla natura? Ma ovviamente traffico, caos, assembramenti, rumore, inquinamento! E la politica, sempre così vicina ai bisogni dei suoi elettori, concede tutto quanto con grande abbondanza: strade intasate, parcheggi gremiti, affollamenti e grandi code, gas di scarico, rumore e baccano ovunque. Ma attenzione: tutte queste cose sulle brochure promozionali e nei siti web le chiama “silenzio”, “relax”, “wellness”, “sostenibilità”, magari pure “wilderness”. Geniale, vero? Trovare le stesse identiche cose di tutti i giorni in città anche a centinaia di chilometri di distanza in montagna, a 2.000 metri, tra boschi, prati, vette imponenti, e credere che siano “natura”! Che meraviglia!

Però, scusate, una domanda mi sorge: ma a questo punto non è meglio restarsene in città, senza fare così tanti chilometri e spendere chissà quanti soldi per salire sui monti? Se avete un negozio sotto casa che vende certe cose, fareste qualche ora di auto per andare a far compere in un altro negozio che vende le stesse cose solo perché ha un arredamento più bello? Non avrebbe granché senso, no? Sarebbe una politica ben poco logica e sostenibile, già.

Ecco.

(Cliccate sull’immagine per vedere il servizio TV relativo.)

La quiete, in montagna

«Uff, sono stanco di tutto questo casino in città, del traffico, dell’assembramento sui treni e sulla metro, del rumore, del caos… basta, me ne vado in montagna a godere di un po’ di quiete e tranquillità!»

Ehm… forse è il caso di cambiare montagna, vero?

Cambiare, sì. In tutti i sensi.

Un sorprendente e rigenerante paesaggio bucolico, a due passi dal caos

La fascia collinare posta alle spalle della città di Lecco, sopra i rioni superiori e fino alle prime balze verticali del Resegone con i contrafforti avanzati del Monte Magnodeno e del Pizzo d’Erna, presenta località e angoli di bellezza sorprendente, capaci di regalare scorci di paesaggio naturale inattesi e affascinanti. Ciò innanzi tutto per essere a solo qualche decina di minuti a piedi dalla città e dal suo caos incessante, rispetto al quale rappresentano una dimensione antitetica e assai rigenerante, nonché per la particolare morfologia della zona, un susseguirsi di conche, valli e vallecole, piani e praterie, tozze sommità che d’improvviso s’innalzano di qualche decina di metri dal territorio circostante al quale infine dà ordine il solco del torrente Bione, che attraversa interamente la zona facendo da collettore per le acque della Val Comera, l’ampio bacino che caratterizza il versante lecchese del Resegone. Una varietà morfologica che d’altro canto denota una pari varietà geologica, con un gran mischiarsi di rocce, faglie e zone carsiche, incluse alcune depressioni che un tempo dovevano ospitare dei piccoli laghetti. Ugualmente suggestivo è il rincorrersi costante di boschi e di aree prative, destinate al pascolo degli animali o in qualche caso coltivate a ortaggi e frutteti, e la presenza sparsa di edifici rurali d’ogni tipo, dalle corti agricole ai piccoli nuclei alle stalle, i fienili isolati, le baite, le casette di villeggiatura come a Campo de’ Buoi (dove troneggia il grande edificio dell’ex Collegio, chiuso da decenni), chiesette e edicole votive – oltre all’ingombrante presenza delle grandi cave di calcare ai piedi del Magnodeno in località Vaiolo (un toponimo che certo non attrae simpatia!), sul cui futuro il dibattito è aperto da anni.

A proposito di toponimi, anch’essi contribuiscono a donare fascino al luogo con denominazioni sovente legate alle caratteristiche naturali o antropiche delle località che identificano ma che è la stessa loro sonorità a suscitare un’impressione di attraente ruralità e di cose di un’era ormai depositata in un passato inesorabile: Neguccio, Belasca, Cavagiozzo, Deviscio, Rovinata, Carbonera, i già citati Campo de’ Buoi e Vaiolo… La mappa toponomastica del territorio è sempre un libro aperto che conserva e propone intriganti narrazioni secolari, come accade sempre nelle zone la cui vicinanza ai principali centri abitati ha reso particolarmente frequentati, fruiti e antropizzati, e ciò è dimostrato anche dal labirintico reticolo di vie rurali che uniscono tutti questi luoghi, a volte con mulattiere ancora ben conservate, altre con sentieri ormai imboscati e scarsamente visibili oppure, nei tempi recenti, con la tracciatura di piste agrosilvopastorali che hanno certamente agevolato la frequentazione del luogo ma, in certi casi, danneggiato le antiche vie di transito.

Personalmente ammetto di avere una particolare predilezione per la conca di Neguccio, bucolicamente straordinaria e, appunto, veramente sorprendente. Ci si giunge dalle case più alte del rione di Germanedo in nemmeno mezz’ora risalendo la strada sterrata e in parte cementata che sale decisa nella boscaglia, lungo la quale il rumore della città poco sotto fa da sottofondo incessante al cammino, magari per qualcuno in modo irritante. Poi, quasi di colpo, la strada spiana, svolta verso sinistra e supera il ciglio dell’ampia conca carsica: altrettanto improvvisamente il rumore cittadino sembra scemare, quasi sparire, o forse è solo la sensazione influenzata dalla visione rigenerante della bucolica e verdissima piana, attraversata dalla stradina tra muretti a secco e piante da frutto e cosparsa di edifici rurali. Sembra di ammirare un quadro ottocentesco, un paesaggio dipinto tra arte romantica e primo impressionismo (ho giocato a immaginarmi qualcosa al riguardo nell’elaborazione in testa al post), soprattutto se la giornata è ben luminosa e della pioggia recente ha deterso il terreno così che i colori naturali risaltino al meglio. In ogni caso la città con il suo traffico caotico e i goffi palazzoni che in decenni recenti hanno congiunto il centro ai rioni pare lontanissima, lasciata alle spalle – e non solo metaforicamente. Dalla piana nemmeno si vedono i grandi sbreghi delle cave del Magnodeno, che una favorevole spalla boscosa discendente dal monte mantiene nascoste cingendo la conca a meridione; per nulla invece – ovviamente – viene da pensare alla trafficatissima superstrada che da Lecco sale verso la Valsassina, che taglia esattamente a metà i prati di Neguccio… ma nel sottosuolo, per fortuna!

A Neguccio si respira a pieni polmoni, ci si riempie lo sguardo di bellezza naturale, si gode la piacevolezza di un momento che apparentemente non parrebbe nulla di che ma invece, per molto di quanto ho scritto e per ragioni che chiunque formulerà personalmente, diventa prezioso e benefico. Ma è sufficiente giungere lì e semplicemente guardarsi intorno, magari dopo una giornata sfibrante – di quelle che dettano la nostra normalità quotidiana, ormai –, per ritrovare un’inaspettata quiete, una sottile allegria, una buona speranza, la possibilità di godere di un piccolo piacere tanto facile quanto provvidenziale. Può essere così che la stanchezza scivoli via proprio come pare che faccia il rumore della città, tenuto a bada dalle fronde dei boschi, dall’amenità del luogo e dal nostro spirito lassù finalmente ritemprato.

Sióre e sióri, ecco a voi la “cabinovia lenta”!

Nella fantastica (in senso letterale) e un po’ forsennata corsa al greenwashing del turismo alpino di massa, dove per far diventare ogni cosa “ecosostenibile” basta dire che è «ecosostenibile» (!), ecco una nuova strabiliante trovata: la cabinovia lenta!

Già, proprio così: si veda lì sopra, nero su bianco (fateci clic per ingrandire e leggere meglio).

Ecco, siccome l’impianto in questione raggiungerebbe una riserva naturale protetta dacché ricca di specie vegetali rare e di una fauna peculiare, dunque un territorio di grande bellezza tanto quanto di notevole delicatezza ambientale, io suggerirei di sfruttare l’idea in modo compiuto: apertura giornaliera della cabinovia, ore 08.30; durata del percorso, 4 ore (lenta, appunto, lo dicono gli stessi promotori del progetto e inoltre il sindaco aggiunge che «la velocità non è importante, in questo caso»); chiusura dell’impianto, ore 16.30. In pratica, presa la cabinovia e giunti a Pian di Gembro, sarebbe già ora di scendere e in questo modo si risolverebbe efficacemente qualsiasi problema di affollamento eccessivo, con tutto ciò che di deleterio ne conseguirebbe, in un luogo così pregiato e delicato. Geniale, vero?

[Il Pian di Gembro in primavera. Immagine tratta da www.tirano-mediavaltellina.it.]
Be’, ironia a parte (n.d.s.: ma quale ironia?!?) e pur considerando i buoni propositi alla base di tale proposta («togliere le auto dalle strade»), se si vuole realmente promuovere una fruizione lenta della zona di Pian di Gembro, senza dubbio tra le più belle delle Alpi lombarde, perché non si lavora per ottimizzare il più possibile (e più di quanto fatto finora) la frequentazione lenta per antonomasia che abbiamo a disposizione cioè quella a piedi (a Pian di Gembro da Aprica ci si sale in un’ora o poco più), riservando l’accesso stradale a chi proprio non riesca ad arrivare lassù camminando, tramite l’uso di navette elettriche e altri mezzi simili? Con i quasi tre milioni di Euro previsti per la cabinovia quanti interventi in questo senso, ovvero veramente ecosostenibili e a tutto vantaggio della bellezza nonché, ancor più, della consapevole conoscenza culturale di Pian di Gembro si potrebbero realizzare? Perché coi progetti turistici alpini si finisce così spesso con il cadere nel solito gigantismo, arbitrario e irrazionale, il quale altrettanto spesso cela una drammatica carenza di coscienza civica e di reale conoscenza dei territori nei quali si vorrebbe intervenire?

D’altro canto, continuando con la lettura dell’articolo sopra riprodotto, si resta oltre modo sconcertati dall’apprendere che si vorrebbero spendere più di 13 milioni di Euro per nuove infrastrutture al servizio dello sci su pista nonostante la realtà di fatto climatica ed economica che ormai è pure inutile rimarcare di nuovo – considerando poi che l’Aprica ha la gran parte del proprio comprensorio sciistico a quote inferiori ai 2000 m, dove già ora e ancor più in futuro nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo, come sentenziano tutti gli studi scientifici al riguardo (qui ce n’è uno).

Tredici milioni di Euro, già. Si resta sconcertati da tali progetti, i quali tuttavia, una volta ancora, la dicono lunga sulla disconnessione dalla realtà nella quale ormai langue la gran parte dello sci su pista e sulla sua vocazione al suicidio economico e ambientale. Peccato che, di questo passo, in quella drammatica e autolesionistica fine verrà trascinata anche tutta la montagna d’intorno e chi ci vive: senza cambi di mentalità, di paradigmi e di visione culturale temo che ciò accadrà rapidamente, altro che con lentezza!

P.S.: grazie al “solito” Michele Comi, prezioso nume tutelare dei monti valtellinesi e non solo, per avermi reso edotto dei progetti di cui l’articolo sopra pubblicato disquisisce.