Anna Frank è qui, sempre

Ingresso dell’Anne Frank Zentrum, Berlino (https://www.berlin.de/it/musei/3108938-3104087-anne-frank-zentrum.it.html)

C’è negli uomini un impulso alla distruzione, alla strage, all’assassinio, alla furia, e fino a quando tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subíto una grande metamorfosi, la guerra imperverserà: tutto ciò che è stato ricostruito o coltivato sarà distrutto e rovinato di nuovo; e si dovrà ricominciare da capo.

(Anna FrankIl diario di Anna Frank, XV ediz., Mondadori 1966, traduzione di Arrigo Vita, pag.199.)

Banale oggi pubblicare una citazione di Anna Frank? Probabilmente sì. Facile, prevedibile, ovvio, senza dubbio.
O forse, “banalità” è pensare che non sia il caso di pubblicarla sempre, cioè che Anna Frank non sia sempre ben presente tra di noi e particolarmente oggi, quando certe dimostrazioni di infame ignoranza, per mera superficialità diffusa, vengono facilmente scambiate per “cose banali” perpetrandone in tal modo la malvagità, immateriale e latente solo all’apparenza. Quella che ci costringe ogni volta a ricominciare da capo, nell’inesorabile illusione che sia l’ultima.

Di contro, è ancora più facile – ancorché comprensibile – oggi scrivere “siamo tutti Anna Frank”. No, non siamo affatto Anna Frank. Molto di più, siamo tutti quei trogloditi travestiti da tifosi di calcio (e di quale squadra proprio non importa, tanto meno se sia sportiva o che altro) dacché, se la “società civile” di cui con loro facciamo parte non riesce ancora a non contemplare tali manifestazioni di meschina barbarie, la colpa è inevitabilmente di tutti. Nessuno escluso.

I giornalisti di calcio

Ma esattamente, i giornalisti TV che si occupano di calcio, di quali tipi di disagio mentale soffrono?

(No, tranquilli: non mi sono messo a guardare la TV e tanto meno i programmi che “dissertano” di quel non sport che ormai è il calcio. M’è capitato di recente di vederne uno di questi programmi, a casa altrui, e la sensazione che ho avuto è stata la stessa percepita tutte le scorse volte: mere ciance intorno al nulla espettorate come una gara di rutti svolta in un’osteria di quint’ordine. Insomma, va bene tutto o quasi, tuttavia qui ritengo che si sia ben oltre il “quasi”, e che i pur lauti (ma nemmeno troppo, in verità) stipendi che lorsignori percepiscono per andare in tivvù a inscenare siffatte burattinate (con tutto il rispetto per i burattinai) non giustifichino per nulla la grottesca indegnità che esse emanano. Ma, d’altro canto, in un paese nel quale il calcio è assiso al rango di ragione di stato e tema politico-istituzionale, dunque trasformato in strumento di controllo sociale, esattamente come il popolo ha i governanti che si merita ugualmente merita tali giornalisti. Ecco.)

P.S.: ovviamente il personaggio ritratto nell’immagine in testa al post è di caratura ben più elevata della gran parte dei giornalisti calcistici in attività nella TV italica.

Donnarumma?!?

A me, sinceramente, ogni volta che mi capita di sentire “donnarumma”, l’unica cosa a cui viene da pensare è a una donna tra le più grandi e importanti della cultura italiana e dell’arte contemporanea internazionale, Lia Rumma. Una figura carismatica e fondamentale per la scena artistica più innovativa e sperimentale, titolare di due bellissime gallerie – quella storica di Napoli e la più recente a Milano – nei cui spazi sono passati artisti quali Alberto Burri, Donald Judd, Robert Longo, Gino De Dominicis, Michelangelo  Pistoletto, Agostino Bonalumi, Vanessa Beecroft, William Kentridge, Anselm Kiefer, Marina Abramovic, Alfredo Jaar e tanti altri tra i più grandi della contemporaneità.

Insomma: per dirla “alla napoletana” (città così importante per la sua carriera galleristica), Donna Lia Rumma. Ecco.

Con tutto il rispetto per le persone che portano quel cognome, non mi viene in mente niente altro di veramente importante, al riguardo.

P.S.: foto e dettagli riportati nell’articolo vengono da qui.

L’Italia è una Repubblica fondata sulla caciara

L’Italia è una Repubblica diversamente democratica, fondata sulla caciara. La sovranità appartiene al caos, che la esercita alle spalle e alla faccia della Costituzione.

Tra i tanti possibili, questo è uno dei modi con cui si potrebbe modificare l’articolo 1 della Costituzione Italiana – un modo direttamente ricavato dalla constatazione della realtà di fatto che caratterizza la politica (nell’accezione originaria del termine ovvero la gestione della polis, della cosa pubblica) nostrana. Siamo già oltre (noi italiani sempre troppo avanti, vero?) la post-verità, la società post-fattuale, o meglio: al solito quella realtà di fatto la rappresentiamo alla nostra maniera, con un mix di infantilismo, gigionaggine, menefreghismo, cattofascismo/cattocomunismo, decerebrazione mediatica e imbarbarimento culturale, e i nostri politici, assolutamente bravi nell’interpretare al meglio il noto motteggio “ogni popolo ha i governanti che si merita”, non perdono quasi mai occasione di “istituzionalizzare” il tutto nelle povere (per ciò che tocca loro sentire) aule parlamentari. Basta constatare i recenti casi riguardo la legittima difesa, la vicenda della presunta collusione tra ONG e trafficanti di migranti o (per citare un caso apparentemente secondario ma ben dimostrante come la qui disquisita “fenomenologia” sia diffusa in modo assoluto) l’emendamento presentato nel DdL sulla concorrenza per “regolamentare” le chiamate di telemarketing – leggete qui i dettagli al riguardo – e la situazione vi apparirà del tutto chiara.

Nel mio essere un perfetto signor nessuno è da anni che lo affermo: l’Italia soffre da decenni (forse da secoli) di una totale incapacità di risoluzione dei propri problemi culturali (e voglio compendiare in questo termine anche gli ambiti politici, sociali, morali, etici e quanti altri, che a mio modo di vedere sono sempre e comunque derivazione – ovvero causa/effetto – della cultura di fondo del paese), e dunque che fa, di tali irrisolti problemi? Molto semplicemente, e altrettanto tragicamente, li cronicizza al punto da renderli normalità.

La criminalità organizzata è un esempio tra i più lampanti di tale cronico modus operandi: si è mai provato seriamente – e ripeto, seriamente – a sconfiggere mafia, camorra, ‘ndrangheta e compagnia criminaleggiante? A mio parere no, e dunque che si è fatto? La si è “normalizzata”, a discapito di quei tutori dell’ordine e di quei magistrati che invece hanno operato veramente contro di essa, spesso lasciandoci la vita. Ormai è normale che vi possano essere episodi di corruzione e collusione con le organizzazioni criminali nelle istituzioni pubbliche, no? Nemmeno più ci facciamo caso, quasi.

Altrettanto chiaro tra quelli recenti è il caso del nuovo testo di legge in tema di legittima difesa: un tema che rapidamente è stato strumentalizzato, inquinato da proclami populisti d’ogni segno e sorta, trattato attraverso infinite irrazionalità e proposte irrealizzabili, infarcito di stupidaggini varie, trasformato in una indegna caciara da bar di quint’ordine, appunto. Morale: non solo il problema della legittima difesa non lo si sta risolvendo, non solo non lo si affronta con la dovuta razionalità e l’altrettanto dovuta cognizione di causa, ma lo si sta peggiorando ovvero riducendo ad uno stato caotico che finirà per cronicizzare il problema stesso, con gravi ripercussioni sociali.

Purtroppo, in Italia, il principio di fondo che regola la trattazione delle questioni di rilevanza nazionale, così come quelle su minore scala ma sovente di uguale importanza per i cittadini, è quello delle tifoserie del calcio – non a caso oppio del popolo italico, inesorabilmente: nessun vero confronto civile, educato, costruttivo, solo dialoghi tra sordi, sfottò, insulti, corpo-a-corpo, risse verbali e non solo verbali, da cui alla fine si genera inevitabile confusione su confusione, anche istituzionale – e istituzionalizzata in proposte di legge sovente assurde e sostanzialmente avverse al benessere sociale dei cittadini che le devono subire.
Ed è un grave, gravissimo problema culturale, questo, prima che di qualsiasi altra natura. Ne sono fermamente convinto, come sono certo che solo analizzandolo primariamente da questo punto di vista si può fare qualcosa per avviarne una soluzione il più possibile definitiva.

La finisco qui, per non apparire troppo tedioso e arcigno. Anzi no, la finisco con una domanda – spontanea, dal mio punto di vista, posto quanto ho appena scritto: ma così facendo, noi italiani dove vogliamo andare, eh?

La cultura gioca bene ma il pallone è sgonfio…

senza-nome-true-color-02Leggo i dati raccolti dallo studio “Italia Creativa”, alla sua seconda edizione (riferita al 2015; potete scaricare direttamente qui la parte relativa ai libri, in pdf):

L’industria della cultura e della creatività nel 2015 ha prodotto 47,9 miliardi di euro, pari al 2,96% del Pil nazionale, con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente del 2,4% dei ricavi (+951 milioni). Secondo l’analisi, tutti i settori risultano in crescita, a eccezione dell’editoria, in particolare quotidiani e periodici, che registrano un calo di poco superiore all’8%.

Mmm, ok. Approfondisco:

Nel 2015 il settore dei Libri in Italia risulta sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno: supera i 3 miliardi di euro e impiega complessivamente più di 140.000 occupati.

Ovvero, in soldoni: il libro – dacché di ciò si parla – ha sì guadagnato un (risicato, ma oggi va bene tutto) +0,4% rispetto al 2014, ma nel quadriennio 2012-2015 ha perso ben il 7,3%. Nello stesso periodo la musica, per dire, ha fatto segnare un +6,5%.

Sia chiaro – senza fare i pessimisti di default dacché in ogni caso non servirebbe a nulla: ottima cosa che l’industria della cultura e della creatività italiana cresca molto più dell’intero PIL nazionale. Tuttavia, se nel felicitarmi di quanto sopra penso ad una industria culturale la cui generale crescita (evviva! – lo ribadisco) è sostanzialmente priva dell’apporto del mercato dei libri, ergo del valore economico – per così dire – dell’esercizio della lettura (stampa d’informazione inclusa, anche se in molta parte per propria colpa), mi viene in mente qualcosa del tipo uno stadio pieno di persone più che in passato che gioiscono nell’assistere ad una partita di calcio giocata con un pallone sgonfio, ecco.

Intanto, nel mentre che concludo la dissertazione di cui sopra, leggo un altro articolo appena pubblicato sul tema, con dati più aggiornati ma con sottolineatura delle ombre della situazione affine alle mie parole:

Cresce il mercato del libro in Italia nel 2016, segnando complessivamente (libri di carta, e-book e audiolibri) un +2,3%, raggiungendo così quota 1,283 milioni di euro riferiti al settore varia nei canali trade (librerie, librerie on line e GDO). È questo il principale dato di sintesi dell’analisi dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2016 (…) Un’analisi caratterizzata da chiaro-scuri, articolata su tre direttrici: lettura, produzione e mercato. La lettura fa segnare complessivamente un -3,1% rispetto al 2015 (da 24,051 milioni i lettori scendono a 23,300 milioni nel 2016), dopo il +1,2% dell’anno precedente. Rimangono sostanzialmente stabili i forti lettori (da 3,298 nel 2015 diventano 3,285 milioni nel 2016) mentre la flessione maggiore riguarda i deboli e occasionali lettori.

Insomma: pare che il pallone sia ancora piuttosto sgonfio, e finché non lo si gonfierà a dovere la partita (culturale) che ne uscirà non potrà essere così entusiasmante, ahinoi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.