Il “dono” di una diga alla sua valle. Brentan, la micro-città idroelettrica modernista tra i monti della Val Bregaglia

[Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 17 aprile 2025: lo trovate qui.]

[Il bacino dell’Albigna con la diga a gravità e, a monte del lago, l’omonima vedretta tra le cime del gruppo Masino-Disgrazia. Immagine tratta da www.rsi.ch.]
Nella rilettura attuale di quella che si può considerare la grande epopea dell’industrializzazione idroelettrica delle Alpi, per la quale tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso furono realizzate centinaia di dighe con le relative opere atte al trasporto dell’acqua e alla produzione di energia elettrica, viene spesso evidenziata la contrapposizione tra l’importanza innegabile dei grandi manufatti idroelettrici per lo sviluppo non solo industriale dei paesi alpini, un aspetto certamente positivo, e il notevole impatto ambientale nei luoghi che ospitano i bacini artificiali, a volte situati ben oltre i 2000 metri, dal punto di vista dell’infrastrutturazione del territorio, della sommersione di nuclei abitati e dell’uso delle sue risorse idriche: un aspetto già all’epoca inesorabilmente critico e oggi, rispetto ad alcuni progetti di nuove dighe sui quali si dibatte (il più emblematico è quello del Vanoi, senza dubbio) considerato ancor più negativamente.

In effetti la gran parte dei progetti idroelettrici realizzati in quegli anni non prevedevano particolari forme di compensazioni a favore dei territori la cui acqua veniva sfruttata, se non quella indiretta e temporanea legata alla necessità di mano d’opera per la quale nei cantieri vennero impiegati migliaia di lavoratori dei territori montani limitrofi, e quella successiva derivante dalle concessioni idroelettriche pagate delle società dell’energia titolari delle derivazioni d’acqua. Tuttavia a questa situazione diffusa non mancarono eccezioni: una delle più significative in assoluto si trova in Svizzera a poche centinaia di metri dal confine italiano, in Val Bregaglia – uno dei territori di lingua italiana del Canton Grigioni.

[Veduta della Val Bregaglia con il paese di Vicosoprano; in alto verso sinistra si intravede parzialmente tra le montagne la diga dell’Albigna. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In una delle sue vallate laterali, la Val d’Albigna, nel 1959 venne inaugurata l’omonima grande diga a gravità, uno degli sbarramenti più spettacolari delle Alpi centrali in forza della sua posizione, sul ciglio di uno scosceso versante roccioso alto quasi mille metri che negli inverni più freddi si addobba di alcune grandi colate di ghiaccio (mentre prima della costruzione della diga ospitava una delle cascate più alte d’Europa), e del suggestivo bacino lacustre, circondato da verticali pareti di granito alpinisticamente molto rinomate e nel quale fino a qualche tempo fa confluiva la lingua glaciale della Vedretta di Albigna.

Si racconta che il 24 ottobre del 1954, quando gli elettori di Zurigo – alla cui EWZ (Elektrizitätswerk der Stadt Zürich), la società municipale di distribuzione dell’energia, appartengono le infrastrutture idroelettriche dell’Albigna – approvarono il credito finanziario per la realizzazione della diga, le campane di tutte le chiese della Val Bregaglia suonarono a festa. I lavori alla diga offrivano nuove prospettive economiche alle comunità di una regione periferica al tempo ancora legata all’economia sussistenziale di montagna, priva di attrezzature turistiche e a rischio di spopolamento; inoltre lo sbarramento sarebbe servito anche per eliminare il pericolo di inondazioni provocate proprio dalle piene del torrente Albigna, alimentato dalle acque di fusione dei ghiacciai della zona e dunque soggetto a piene improvvise e imprevedibili che periodicamente devastavano la vallata.

(Le immagini della galleria qui sopra sono di Anna Galliker, 2021, Hochschule Luzern – Technik & Architektur, tratte da www.architekturbibliothek.ch.)

Tuttavia, oltre al pagamento dei canoni per le derivazioni d’acqua atte a produrre un’energia che poi sarebbe andata a favore delle utenze di Zurigo e non della Bregaglia, la EWZ decise di realizzare anche qualcosa che nel tempo, cioè al termine della fruizione da parte della stessa società, sarebbe diventato un patrimonio significativo per l’intera valle: i due villaggi residenziali di Vicosoprano e di Castasegna. Costruiti per offrire una nuova confortevole casa ai dipendenti della EWZ provenienti da fuori che desideravano svolgere professioni “moderne” in un ambiente rurale che all’epoca offriva soltanto soluzioni abitative spartanamente montane, sono oggi considerati uno dei più importanti progetti architettonici grigionesi del secondo Novecento e, in particolar modo, quello di Castasegna è salvaguardato dalla Società per la Cultura dei Grigioni nell’ambito del progetto “52 migliori edifici. Cultura edilizia Grigioni 1950–2000.

L’insediamento “Brentan” di Castasegna venne progetto (come quello di Vicosoprano) dall’architetto Bruno Giacometti (1907–2012), figlio più giovane del pittore Giovanni Giacometti e fratello di Alberto, tra i più famosi artisti della storia, e fu realizzato tra il 1957 e il 1959, in contemporanea ai lavori della diga… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]

L’indifferenza di una volta verso le montagne e quella di oggi

[Val Masino: in primo piano sulla sinistra la Punta Fiorelli, in secondo piano il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo. Foto di Resegun, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

[Mi rallegro] dell’indifferenza dei montanari del versante valtellinese per tutto ciò che oltrepassa il limite dei loro pascoli, cosi che non un nome lombardo sia venuto ad aumentare quel caos.

[Francesco Lurani Cernuschi, Le Montagne di Val Màsino. Appunti topografici ed alpinistici, CAI Sezione di Milano, 1883.]

In questo passaggio il Conte Lurani Cernuschi, fra le figure di maggior rilievo dell’alpinismo italiano di fine Ottocento e grande esploratore nonché salitore delle cime della Val Masino (non solo, ma soprattutto di queste), si riferisce alla confusione toponomastica che ancora a quei tempi contraddistingueva le montagne della zona (per dire: il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo, le due vette più rinomate, su diverse mappe topografiche si scambiarono più volte il nome, che non era nemmeno quello attuale!) e a tal proposito ricorda una realtà che trovo sempre affascinante: ai montanari di una volta non fregava un bel nulla delle loro montagne, ovvero niente da cui non si potesse ricavare qualcosa di utile alla loro (ostica) vita quotidiana. Dunque probabilmente non elaboravano nemmeno considerazioni di natura estetica su quelle vette: la bellezza della montagna non sapevano cosa fosse, bello semmai era ciò che risultava utile, appunto. Il prato era “bello”, ci pascolavano le bestie; l’acqua era “bella”, almeno fino a che non esondasse dai torrenti; il bosco prossimo ai villaggi era bello, dava legna da costruzione e da ardere. Le vette, che erano fatte di rocce verticali, ghiacci crepacciati, gande e ghiaioni instabili, che mai potevano avere di bello? Infatti per i montanari del tempo erano popolate da mostri, demoni e dalle creature più spaventose, le uniche a poter vivere in quel pezzo di mondo così pericoloso e sterile.

Salvo che, da metà Ottocento in poi, quelle terrificanti creature furono “messe in fuga” da altre creature, questa volta umane e nonostante ciò inopinatamente attratte da rocce a strapiombo e ghiacciai labirintici e dalle vette protese verso il nulla del cielo. Vette che per ciò cominciarono a essere denominate, per il prestigio di chi le aveva salite per la prima volta e se ne poteva vantare ma pure di geografi, cartografi, topografi e, ultimi ma non ultimi, di noi che ora frequentiamo le montagne e ci emozioniamo di fronte alla loro bellezza, alla spettacolarità delle morfologie alpestri, al fascino insuperabile dei paesaggi d’alta quota… tutte cose di nostra invenzione recente, come detto, che ci siamo portati appreso quando abbiamo trasformato l’alpinismo in turismo e per molti versi imposto ai montanari che invece non ne avevano cognizione.

[Il Rifugio Luigi Gianetti sovrastato dalla mole del Pizzo Badile. Foto di Ggambaro, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Fu un processo culturale inevitabile, nel bene e nel male. Nel frattempo, però, la geografia così amata dagli alpinisti di una volta oggi è stata pressoché dimenticata, a partire dalla scuola, e di contro milioni di immagini di panorami montani, in forma di selfie oppure no, inondano quotidianamente i social media senza che chi le ha riprese sappia cosa riprendano, se non vagamente. E nemmeno più la bellezza utilitaristica dei vecchi montanari è sopravvissuta, per come sovente quei pascoli oggi vengano occupati e cancellati da infrastrutture turistiche d’ogni sorta e parimenti allo stesso scopo o altri similari vengano abbattuti i boschi.

A modo loro se pur gioco forza erano “ecologisti”, quei montanari, nell’accezione originaria del termine: sapevano bene che senza equilibrio e armonia con le montagne la loro vita sarebbe diventata ben peggiore di quanto già dura non fosse. Noi, invece, che ci vantiamo tanto di essere “ecologici”, temo che ancora l’importanza di quella condizione di equilibrio e armonia con l’ambiente montano non l’abbiamo ancora capita benissimo. Siamo a nostra volta indifferenti alle montagne ma perché ci curiamo troppo poco delle loro innumerevoli valenze per la nostra vita, preferendo considerarle solo se funzionali al nostro diletto oppure se si possono “valorizzare” (valori vs valenze, in pratica) per ricavarci tornaconti molto venali.

È pure questo un processo culturale inevitabile? Io non credo, o almeno credo che non lo dovrebbe essere. In fondo siamo nel 2024, non nel 1883, giusto?

Vicosoprano, la fascinosa microcapitale della Bregaglia, dove si può praticare una deliziosa flânerie alpina

[L’abitato di Vicosoprano nel fondovalle della Bregaglia e le montagne che delimitano il lato sinistro idrografico della valle, sul confine con l’Italia, viste dal Piz Cam. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Negli scorsi giorni di vacanza ho finalmente visitato una località alla quale sono passato accanto centinaia di volte, lungo la veloce e trafficata strada cantonale che conduce da Chiavenna all’Engadina, in Svizzera, senza mai fermarmi perché sempre attratto da altre mete montane: Vicosoprano, capoluogo un tempo amministrativo e sempre morale/culturale della Val Bregaglia, una delle zone più speciali di tutte le Alpi.

Un abitato la cui grandezza è inversamente proporzionale al fascino che emana ogni elemento che lo compone, che pare forgiato direttamente dalla peculiare geografia naturale e dalle vicende umane che ne caratterizzano la storia della quale ne rapprende il divenire nel tempo. Vicosoprano infatti, con le sue case più o meno signorili, sovente affrescate, che ombreggiano un labirinto di vicoli selciati, le torri medievali, i fienili e le stalle con la struttura a blockbau (inopinata influenza Walser?), le chiese riformate o no, è un luogo realmente sospeso nel tempo – anche in presenza di pur frequenti edifici recenti appena al di fuori del centro – ma non solo: sospeso pure sull’irrequietezza che scazzotta di continuo il mondo ordinario e la nostra quotidianità la quale si palesa comunque nella velocità dei mezzi che corrono lungo la cantonale verso le allettanti attrattive turistiche engadinesi (come ho fatto anche io infinite volte, appunto, perdendomi inconsapevolmente cotanta bellezza; d’altronde è la stessa strada che letteralmente sfiora l’atelier – e la dimensione domestica – di uno dei più grandi artisti della storia, Alberto Giacometti, senza che tanti se ne rendano conto e vi rivolgano un minimo pensiero).

Sarà poi che Vicosoprano l’ho visitato in un tranquillissimo giorno feriale, caldo ma non afoso, durante il quale ho visto passare tra le sue vie più mezzi agricoli che autovetture ordinarie e contato le persone in giro con entrambe le dita delle mani avanzandone un paio (di dita), con le case che mi hanno protetto – e proteggono di norma, spero – dal rumore veicolare della strada cantonale (comunque già meno intenso di qualche giorno prima, intorno al Ferragosto) garantendomi una deliziosa quiete sonora e sensoriale, e la costante vista delle possenti vette bregagliotte dominanti l’abitato duemila metri e oltre più in alto (ma senza essere opprimenti, anzi, proteggendone la dimensione peculiare), insomma, tutto ciò mi ha fatto sentire bene, a Vicosoprano. Come ci si sente bene in quei luoghi che, fin dai primi istanti nei quali ci giungi ti accolgono con pacata e sincera cordialità, senza troppi fronzoli, senza pretendere che tu ti debba entusiasmare, senza strattonarti per mostrarti questa e quella cosa «da vedere assolutamente». Il Genius Loci del borgo, vecchio e saggio (vanta più di due millenni di storia accertata) nonché altrettanto gentile e bonario, non ti si mette davanti pretendendo che tu lo segua ma si tiene a lato, mezzo passo indietro, lasciando che sia il visitatore a praticare nel borgo una minima ma deliziosa flânerie, per la quale più che mai non contano tanto i passi camminati nel luogo (ne bastano circa 400 per attraversare il centro di Vicosoprano per la lunga!) quanto i dettagli peculiari raccolti, meditati, apprezzati in esso e resi emozioni, altrettanto piccole ma parecchio intense, a volte sorprendenti quando non stupefacenti.

Vicosoprano va visitato così, perdendosi in esso ben sapendo che sia impossibile farlo nella sua minuscola urbanistica ma di contro sia possibilissimo che accada nella sua delicata avvenenza e nel fascino distensivo dei suoi vicoli, peraltro già molto elvetici (siamo a pochi chilometri dall’Italia ma sembrano molti), lasciandosi incuriosire e attrarre da qualsiasi grande o piccolo dettaglio il suo paesaggio urbano offra allo sguardo sensibile. Non serve una guida se non per sapere sommariamente cosa si ha di fronte, in fondo le informazioni storiche e turistiche sul paese si riassumono in poche righe (ma non dimenticate che lungo la Bregaglia è passata molta della storia delle Alpi, antica e moderna); basta essere curiosi e appassionati flâneur o, se preferite, psicogeografi alla deriva, facendosi guidare dai sensi, dalla curiosità, dall’intuito e dall’istinto, dalla voglia di scoprire e dalla consapevolezza che spesso le scoperte più belle non si misurano in quantità ma in qualità e che tale qualità a volte non si vede, non si coglie, resta discosta o nascosta e dunque alla fine scoprirla regala suggestioni ancor più vivide e profonde.

Trovate che sia un consiglio di visita piuttosto eccentrico, questo? Be’, sappiate che, tra le varie iscrizioni che accompagnano gli affreschi di tante case di Vicosoprano se ne legge una che dice: «Non c’è uomo su questa terra che non abbia un briciolo di follia». Evviva i luoghi artistici, architettonici, monumentali, turistici all’ennesima potenza, quelli che bisogna giustamente, logicamente, necessariamente visitare e vedere almeno una volta nella vita – ritrovandosi spesso tra decine di migliaia di altri visitatori e tra rumore, confusione, chiasso, calca… inevitabilmente, appunto. A volte c’è più “follia” nelle cose ordinarie, nonostante ci si aspetti che siano esattamente così (ve la immaginate una visita solitaria al Colosseo o alla Tour Eiffel? Sarebbe del tutto straniante e confondente, a ben vedere!) invece che in certi altri luoghi che sfuggono al tempo presente, sempre così forsennato e pretenzioso verso le nostre vite, e si lasciano governare da dinamiche differenti, non per questo migliori (almeno per chiunque) ma diverse, appunto, inconsuete, speciali e anche per ciò alla fine più sorprendenti di quelle solite, forse.

In effetti anche i flâneurs venivano presi per dei tipi un po’ fuori di testa e la stessa deriva, pratica fondamentale della psicogeografia, per come venne teorizzata da Debord è un metodo di abbandono degli schemi mentali ordinari, quelli che facilmente provocano fenomeni di alienazione nell’uomo contemporaneo ma che dal suo stesso sistema vengono ritenuti (e imposti) come il “pensiero comune”. Un abbandono necessario al fine di cogliere ciò che la realtà offre in abbondanza ma la nostra mente non è più in grado di percepire e apprezzare come dovrebbe, nonostante sappia regalare infinite, preziose fascinazioni.

Ecco, anche Vicosoprano – si può dire – è un luogo sospeso al di sopra degli schemi mentali ordinari nel quale si può invece ritrovare il gusto, il piacere e la bellezza della scoperta minima ma intensa, facendosi influenzare dal fascino del luogo e diventando parte del suo paesaggio geografico e antropico, naturale e umano. Cioè parte di una bellezza solo apparentemente piccola, in realtà delicata tanto quanto penetrante nella mente, nel cuore e nell’animo.

N.B.: salvo quella in testa al post, che infatti è bella, le altre foto le ho fatte io e non sono granché, d’altro canto non sono un fotografo e uso uno smartphone non recentissimo. Accontentatevi, se potete.

Soglio, ovvero: (topo)nomen omen (summer rewind)

[Immagine tratta da siviaggia.it, la fonte originale qui.]

In uno dei passaggi più suggestivi de La leggenda dei monti navigantiPaolo Rumiz scrive una cosa che io trovo molto bella e ricca di significati, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi», che da un lato mette in evidenza l’importanza della conoscenza culturale ovvero vernacolare dei luoghi affinché non vengano del tutto abbandonati e, peggio ancora, dimenticati; dall’altro rimarca l’importanza altrettanto grande del nome dei luoghi cioè dei toponimi, termini lessicalmente tanto semplici, all’apparenza, quanto capaci di condensare in essi numerose nozioni e narrazioni delle località che identificano.

In certi casi, poi, i toponimi riescono anche a rappresentare in un’immagine lessicale di immediata comprensione la sostanza geografica dei luoghi denominati, diventando un elemento estetico ulteriore, ancorché immateriale, che ne compone la bellezza e la rileva, al punto che, a volte, parafrasando scherzosamente la nota locuzione latina, si può dire toponomen omen!

È il caso di Soglio, il bellissimo borgo della Val Bregaglia (e tra i più belli in assoluto della Svizzera), famoso per il suo caratteristico nucleo storico e per i magnifici panorami verso le spettacolari vette della prospiciente Val Bondasca. Ecco: il suo toponimo, ovvero la sua interpretazione, offre alcune considerazioni interessanti e particolari, per come non solo identifichi il luogo ma pure per quanto sappia offrirne l’essenza geografica, storica e antropologica.

[Foto di Kuhnmi, Opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Innanzi tutto delinea geograficamente la sua storia (e non è per nulla un ossimoro, quanto ho appena scritto), dacché il toponimo Soglio deriva probabilmente dal latino solium, con il significato di posta di stalla o soglio o abbeveratoio, anche naturale, per animali al pascolo (fonte), termine forse di derivazione da un antroponimo gallo latino “Sollius” (fonte). Tale accezione rimarca come, nei secoli passati, da Soglio transitava una delle vie principali lungo la Bregaglia, che non passava dal fondovalle ma restava lungamente in quota e percorreva il suo versante solivo e meno soggetto alle piene del fiume (via diventata oggi un frequentato percorso escursionistico), incrociando altri collegamenti storici importanti, come quello verso la Val d’Avers attraverso il Pass da la Duana.

D’altro canto, molti ritengono, e in fondo con numerose ragioni, che al toponimo si debba riferire l’altra principale accezione del termine: «Sòglio, s. m. [dal lat. solium], letter. – Trono, seggio di chi riveste un’autorità sovrana: s. realeimperiales. pontificioassistente al s.» (fonte). Effettivamente non è il borgo posto in posizione dominante sulla val Bregaglia come se fosse ben accomodato su un confortevole e soleggiato trono da quale ammirare alcuni dei più bei panorami delle Alpi?

È pure interessante osservare che il toponimo – e il luogo – Soglio lo si potrebbe pure mettere in relazione con l’essere sotto diversi aspetti una specie di soglia, morfologica ovvero d’ingresso alla parte superiore e più importante della Val Bregaglia, e climatica (in tal caso “soglia” s’intende come luogo di passaggio, di cambiamento), per come dal borgo in su l’ambiente naturale cambi radicalmente e diventi prettamente alpino mentre i pendii sottostanti Soglio sono gli ultimi della valle, salendo dall’Italia, sui quali si possono trovare estese selve di castagni (presenti qui fin da tempo dei Romani) nonché altri alberi da frutto che evidentemente risentono degli ultimi scampoli di clima favorevole generato dalla non lontana presenza del Lago di Como. E come poi non ricordare che Giovanni Segantini, il quale a Soglio soggiornò per alcuni inverni e che definiva il luogo, anch’egli “giocando” selle possibili accezioni del toponimo, “soglia del paradiso”, proprio per la suprema bellezza delle sue visioni panoramiche (che peraltro fissò in una sua celebre opera, Werden / La vita)?

Insomma, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi»: le parole scritte da Rumiz in quel suo libro citato a Soglio diventano quanto mai pregne di molteplici significati, contribuendo in modi assolutamente intriganti alla bellezza, all’attrattiva del luogo e al desiderio di comprenderne l’essenza storica, geografica, naturalistica, paesaggistica e antropologica nel modo più profondo e compiuto possibile – come il fascino del luogo merita pienamente, d’altro canto.

Se a una diga succedesse ciò che non dovrebbe succedere

[La diga dell’Albigna sovrasta l’alta Val Bregaglia, in Svizzera. Immagine tratta dall’appendice fotografica de Il miracolo delle dighe, autore Schölla Schwarz, CC BY 3.0, fonte originale qui.] 

L’eventualità di rottura di una diga è piuttosto remota, ma non può essere del tutto esclusa. È anche per questo che annualmente vengono portati avanti i test delle sirene. In caso di anomalie a un impianto d’accumulazione, la popolazione viene esortata in primis tramite l’allarme generale ad accendere la radio e a seguire le istruzioni di comportamento diramate dalle autorità.
Quando viene emesso l’allarme acqua (dodici suoni continui e gravi in sequenze di 20 secondi ad intervalli di 10 secondi), invece, non vi è più tempo per informarsi; a questo punto alla popolazione non rimane altro da fare che abbandonare al più presto la zona di pericolo. In linea di principio, il sistema di sorveglianza e d’allarme degli impianti d’accumulazione consente di avvisare la popolazione con sufficiente preavviso, ma in caso di rottura completa e improvvisa il tempo di preallarme è molto breve.

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne racconto, tra molte altre cose, del fascino che buona parte delle persone subisce nei confronti delle dighe, soprattutto quanto durante un’escursione in montagna se ne ritrova davanti una, cercando di spiegarne le motivazioni rapportandole all’immaginario comune riguardo il paesaggio montano  e, appunto, alla nostra relazione con esso. È una fascinazione ambivalente, in effetti: da un lato dettata dalla grandiosità della diga nella grandiosità dell’ambiente naturale entro il quale è inserita, dall’altro dall’impressione un po’ inquieta che il ciclopico muro incute in molti, alla quale si può assommare il timore che il pensiero d’un suo cedimento potrebbe generare, memori noi tutti di alcune grandi tragedie cagionate dalle dighe, Vajont in testa (la cui diga tuttavia non cedette – ma racconto tutto meglio nel libro).

Fatto sta che la possibilità del cedimento di una grande diga, quantunque remota e oltre modo calcolata e prevista dai modelli progettuali e di sicurezza degli impianti, non si può escludere. Come ci si può cautelare, dunque?

[Veduta da nord della Val Bregaglia con nel fondovalle il villaggio di Vicosoprano e, indicata dalla freccia gialla, la diga dell’Albigna, della quale se ne vede una parte. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
L’argomento, sull’onda dei fatti bellici relativi alla distruzione della diga di Nova Kakhovka in Ucraina ad opera dell’esercito russo, è stato trattato di recente da un articolo del canale d’informazione svizzero “Tio.ch” chiedendo il parere di un esperto del settore e richiamando alcuni interessanti documenti della Confederazione Elvetica al riguardo; da tale articolo ho tratto la citazione che avete letto in principio di questo post la cui fonte originaria è l’UFPP – Ufficio Federale della Protezione della Popolazione. Leggendolo mi sono tornati in mente certi ricordi di me bambino per ciò che osservavo a valle della grande diga di Albigna, in Val Bregaglia (Canton Grigioni, Svizzera), quando a bordo dell’auto di mamma e papà si risaliva la strada che da Chiavenna attraverso il Passo del Maloja porta alle piste da sci engadinesi. Quella di Albigna è una delle dighe alpine più impressionanti da ammirare, essendo piazzata sul ciglio di un versante scosceso mille metri sopra il fondovalle, e dai finestrini dell’auto la osservavo ammirato tanto quanto intimorito per tutto il tragitto stradale che ne consente la visione, all’andata e al ritorno, confidando che se ne restasse lì ben ferma e salda e non scivolasse a valle spinta dalla massa d’acqua del grande lago (ben 70 milioni di m3) trattenuto lassù. Tuttavia, prima di arrivare in vista della diga, a nutrire la mia curiosità era la visione, sui tetti dei villaggi posti lungo lo strada della Bregaglia a valle dello sbarramento, di alcuni grandi altoparlanti posti in modo da dominare le case: proprio quelli delle sirene di allarme citate nell’articolo. Peraltro già allora, pur nella mia ingenuità bambinesca, mi chiedevo quanto tempo effettivo, al suono dell’allarme, gli abitanti di quei villaggi potessero avere prima che l’onda d’acqua fuoriuscita dalla diga che avesse tragicamente ceduto spazzasse via ogni cosa. Calcolata sulla mappa, la distanza tra la diga e Vicosoprano, il primo centro abitato di una certa importanza (445 abitanti) a valle è di circa 5 km, il che equivale a un tempo di 3 o 4 minuti, più o meno, prima dell’arrivo dell’onda: in effetti pochissimi per mettersi in salvo fuggendo dal fondovalle per risalirne il più possibile i fianchi al fine di togliersi dal volume d’acqua. L’affermazione che «Il tempo di preallarme è molto breve» citata dall’UFPP svizzero suona parecchio eufemistica.

Ovviamente, l’augurio è che una tale spaventosa evenienza non debba mai (più) essere vissuta e che simili grandi catastrofi – Gleno, Molare, Vajont e Stava, per l’Italia – restino confinate nelle pur tristi cronache storiche a far da ineludibile bagaglio d’esperienza. Anche per ciò la Svizzera è particolarmente diligente nei test d’allarme collettivi per la popolazione: a fronte dei controlli estremamente accurati che ogni grande diga subisce continuamente al fine di prevenire con largo anticipo qualsiasi possibile problematica, l’evento estremo non si può escludere totalmente. Eppure, ribadisco, è anch’esso parte integrante – sorprendente, quasi paradossale – del grande fascino che le dighe suscitano nelle persone che se le ritrovano di fronte. E che, in cuor loro, ne vengono affascinate anche perché a quei grandi, possenti, apparentemente solidi muraglioni affidano più o meno consapevolmente tutta la loro fiducia che tali restino, lì dove sono, fino a che al di là dell’enorme muro vi sarà un altrettanto grande lago, dunque che la loro forza statica sappia sempre ben contrapporsi alla spinta dinamica dell’acqua.

Ma, come detto, ne Il miracolo delle dighe vi racconto in modo ben più articolato e suggestivo questo fascino, cosa comporta per la nostra presenza sulle montagne e come ha influito, e influisce, sulla relazione che ne consegue. Una relazione assolutamente emblematica, appunto, anche per quanto vi ho raccontato in questo articolo.

Per saperne di più, sul libro, cliccate sull’immagine della copertina lì sopra.