Stampubblica, Mondazzoli e gli altri, ovvero: se in democrazia la cultura e l’informazione diventano oligarchiche

oligarchiaE così, dopo che nell’editoria è stata varata la corazzata Mondazzoli la quale, nonostante lo scoglio dell’Antitrust piazzatosi (com’era ampiamente prevedibile) sulla sua rotta solo qualche giorno fa, controlla buona parte del mercato editoriale italiano, ecco che ora s’è varata un’altra corazzata navigante invece nel mare dell’informazione, la Stampubblica, che controlla un quarto del relativo settore primario (quella dei giornali) oltre a numerosi altri media, come ha ben evidenziato Francesco Giubilei in questo editoriale su Cultora. C’è poi quell’altra grande nave da battaglia in circolazione nelle acque radiotelevisive, la Fininvest, e così via.
Insomma, si direbbe che negli ambiti della cultura e dell’informazione si sia ormai imposta una ben determinata rotta, appunto, che col tempo viene seguita da navi sempre meno numerose in quantità e sempre più grosse nella stazza. Due ambiti, quelli citati, che è inutile rimarcare quanto siano fondamentali per qualsiasi paese la cui società si voglia definire – nel presente e ancor più nel futuro – avanzata ed emancipata in senso democratico. Ecco, proprio tale evidenza, l’importanza della cultura e dell’informazione quali elementi alla base di un’autentica democrazia, mi hanno fatto riflettere su ciò che invece sta succedendo in Italia (e non solo, sia chiaro) al riguardo: una sostanziale concentrazione, sempre più limitata, del controllo degli ambiti suddetti da parte di pochi, ovvero una situazione di supremazia oligarchica sui principali strumenti di diffusione della conoscenza intellettuale (i libri) e dell’informazione (giornali e TV) verso la quale pare che poco o nulla possa opporsi – la politica in primis, che piuttosto appare compiaciuta di queste concentrazioni tanto da sembrarne complice fin dal dimenticarsi che sovente (eufemismo) le stesse violino le leggi sul conflitto di interessi, tra le norme giuridiche più ignorate dalle nostre parti, inutile dirlo.
Sarà che è il mercato che lo impone, che il neoliberismo economico consente tali accentramenti, che da sempre il pesce piccolo è mangiato da quello più grosso o che due pesci entrambi grossi, non potendosi sopraffare a vicenda, si alleano per generarne uno ancora più grosso, fatto sta che a me tale situazione pare sonoramente stridere in tutta la sua imponente paradossalità. Ciò per un semplicissimo motivo: la cultura diffusa, che rappresenta un elemento fondamentale della democrazia – e di essa la buona informazione è una delle più virtuose cause-effetto –, per sua natura non può contemplare la rinuncia a una delle sue peculiarità vitali, ovvero il pluralismo delle fonti, che è sinonimo ineluttabile di libertà delle fonti stesse, in senso intellettuale ed espressivo oltre che filosofico, politico e sociale (tutti elementi strettamente legati tra di essi).
Sia che si intenda il termine cultura nell’accezione primaria, cioè “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”, sia, in senso più antropologico, come “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale” (definizioni tratte dal vocabolario Treccani), è inevitabile ritenere che la formazione culturale di una comunità sociale di natura democratica così come la stessa diffusione in essa della cognizione culturale – la quale si intende ovviamente di livello il più alto e approfondito possibile – non ammette alcun dominio oligarchico, con tutti i potenziali pericoli che da esso possono generarsi e diffondersi, checché poi siano gli stessi “oligarchi” a dichiarare pubblicamente che i loro sottoposti saranno sempre e comunque liberi di diffondere ciò che vogliono: cosa ampiamente smentita dalla storia, quella recente in particolare. Il tanto spesso (giustamente) demonizzato pensiero unico, inteso non solo in senso ideologico-culturale ma anche come “il concetto del primato dell’economia sulla politica” (nella definizione originaria di Ignacio Ramonet) e calato dall’alto come forma di (non)cultura imposta, nasce proprio in situazioni di pluralità culturale non garantita ovvero avversata. La nostra stessa identità sociale è nata e si è arricchita grazie a innumerevoli stratificazioni storiche, cognitive, intellettuali, filosofiche, politiche, le quali sono il compendio di un pluralismo e di una complessità culturale che, peraltro, ha rappresentato le fondamenta principali per la nostra civiltà, e la cui mancanza, o anche solo l’indebolimento, inesorabilmente porta ad un altrettanto indebolimento ovvero al deperimento della nostra identità ci individui, cittadini e membri della società civile.
É un paradosso, lo ribadisco, che una società democratica permetta alla cultura e all’informazione di non essere virtualmente democratiche, e non dal mero punto di vista giuridico – che conta ma è conseguente al resto – quanto rispetto al concetto stesso di democrazia e ai suoi principi naturali.
Ma non voglio ora rendere questa dissertazione troppo teoretica (e barbosa, probabilmente) e non voglio spingerla oltre, verso ulteriori questioni correlate che chiamano in causa altri elementi, ad esempio la conformazione economica della società in cui viviamo con tutti gli annessi e connessi, la situazione politica del momento, i tornaconti particolari degli attori in gioco eccetera. Così come non voglio demonizzare tout court niente e nessuno: piuttosto, i “demoni” nascono da soli nei casi in cui non si rifletta in modo attento e approfondito su tali questioni prima che ulteriori loro sviluppi le portino oltre i limiti democratici, appunto. In effetti i demoni sono creature orride, spaventose: mostri, ecco, proprio come quelli che genera il sonno della ragione. E in questi casi, mi viene da temere, il controllo superiore e la limitazione della cultura e dell’informazione è da sempre uno dei più efficaci sonniferi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

Il metodo più efficace per risolvere il problema della sovrapproduzione editoriale

Senza nome-True Color-02Sì, insomma, del fatto che, come ci si lamenta spesso e con ben solide motivazioni, si pubblicano troppi libri. Certo è un problema, questo, legato anche alla scarsa quantità di lettori di cui purtroppo il nostro paese può “fregiarsi”; di contro, non sono i volumi di vendita effettivi a poter giustificare la sovrapproduzione di titoli e la conseguente proliferazione di autori – senza contare poi che c’è pure il self-publishing, ora, che sta un po’ all’editoria come il classico elefante nella cristalleria, per di più bendato.
In ogni caso: volete un metodo assolutamente efficace per risolvere questo problema, ovvero per togliere di mezzo una gran fetta di autori i cui fini editoriali non sono esattamente affini a ciò che, in senso autenticamente culturale, presupporrebbe il lavoro letterario? Bene: che si pubblichino i libri senza i nomi degli autori sulla copertina.
Semplice, no?
Sia chiaro: l’idea non è affatto mia, è di Patrik Ouředník – e devo ringraziare Paolo Nori per avermela indirettamente fatta conoscere. Libri senza il nome dell’autore ma solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca.
Beh, trovo l’idea di Ouředník sublime, anche perché risolverebbe pure un’altra (a mio parere) stortura piuttosto evidente e illogica che il panorama letterario contemporaneo presenta, e che vado segnalando da tempo (ad esempio qui – articolo di quasi tre anni fa): il fatto che molto spesso il grande pubblico conosca certi celebrati scrittori ma non sappia citare un solo titolo dei loro libri. Cosa insensata, visto che il protagonista (e la fonte di sussistenza, a ben vedere) del lavoro di uno scrittore dovrebbe essere il libro da lui scritto, non egli stesso! E siccome ho spesso la (caustica) impressione che molti autori – nuovi, emergenti ma pure affermati – scrivano non tanto per offrire ai potenziali lettori qualcosa di letterariamente interessante ma per mettersi (essi) in bella mostra e potersi fregiare dell’ambito e ancora oggi assai roboante e autocelebrativo titolo (!) di “scrittore”, ecco che l’idea di Ouředník mi appare come un vero colpo di genio e di scopa a tutto ciò. Voglio dire: non che quanto sopra, se manifestato in modi ragionevoli, sia un’infamia assoluta – è ovviamente normale e giusto che l’autore di qualcosa di apprezzabile e apprezzato si guadagni la sua buona parte di apprezzamento nonché di tornaconto! – ma in certi casi si va certamente e palesemente oltre. Per via del degrado commercial-consumistico che pure l’ambito letterario ed editoriale sta subendo ovvero per il relativo degrado del gusto pubblico diffuso, per l’influenza dei mass media o per quant’altro, ma tant’è: la realtà è oggettiva, ben facilmente verificabile e, in fondo, correlata pure a ciò che diceva mezzo secolo fa Leo Longanesi, cioè che «Non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.» Ecco: dire qualcosa, non mostrare qualcosa – o qualcuno.
Insomma: a prescindere dalla mia vis polemica e parecchio sarcastica, vorrei soprattutto tornare a mettere in evidenza come sia il libro il fulcro sostanziale e insostituibile attorno a cui deve ruotare l’intera produzione letteraria, con la relativa industria editoriale e ogni altra cosa conseguente. Certo, l’autore è fondamentale, ma mai lo può essere più del suo libro, ovvero più del valore e della qualità letteraria – nonché culturale, inevitabilmente – di esso. Sono i buoni libri che possono far proliferare (o possono salvaguardare, dipende da che parte si osservi la questione) la letteratura, non certo gli autori-superstar. I quali ben vengano, assolutamente sì, ma dei quali il grande pubblico prima legga i libri. Altrimenti il tutto diventa una pantomima abbastanza insensata e ridicola, a mio modo di vedere.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

«Che si levi la Levi dai piedi!» Nuovamente sotto attacco la legge sul prezzo del libro (com’era prevedibile!)

Close up portrait of a great white shark, Carcharodon carcharias.E’ sempre brutto sentir dire da qualcuno «te l’avevo detto!», cosa spesso proferita con tono presuntuoso e autoreferenziale. Ancor più quando essa si riferisca a qualcosa di fin troppo facilmente prevedibile, anzi, di geneticamente lapalissiano – un po’ come dire «te l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci!»
Tuttavia, asserire che nel mare ci siano i pesci equivale nella sostanza a rimarcare come sarebbe ancora successo, e pure in tempi brevi (anche più dell’immaginabile, in effetti): cioè che la legge sul prezzo del libro, meglio nota come Legge Levi – che ormai conoscerete tutti e la quale risulta fondamentale per la sopravvivenza della filiera editoriale indipendente –, fosse messa ovvero sia nuovamente sotto attacco da parte dell’oligopolio dei grandi editori nostrani.
E’ infatti di qualche giorno fa una proposta di modifica al DDL n.2085 – il cosiddetto “DDL Concorrenza” – che mira proprio ad eliminare i tetti di scontistica sui prezzi di vendita dei libri, esattamente come si è cercato di fare lo scorso anno, per fortuna senza successo.
Di seguito il testo della suddetta proposta di modifica – n.20.0.6 – al DDL n. 2085, a firma dei senatori Susta, Ichino e Di Biagio:

20.0.6

SUSTAICHINODI BIAGIO

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

Art. 20-bis.

(Liberalizzazione del prezzo dei libri)

  1. Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali, all’articolo 2 della legge 27 luglio 2011, n. 128, sono apportate le seguenti modificazioni:
  2. a)al comma 1, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  3. b) al comma 2, le parole: ”, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1” sono soppresse;
  4. c)i commi 3 e 4 sono abrogati;
  5. d)al comma 5, le parole: ”I commi 1 e 2 non si applicano” sono sostituite dalle seguenti: ”Il comma 1 non si applica”;
  6. e)al comma 6, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  7. f)al comma 7, la parola: ”non” è soppressa».

Si noti il solito tentativo in bella forma linguistica tipicamente politicante di stravolgere la realtà dei fatti e imporre una verità che tale non potrà mai essere: “Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali.” Eh già, la stessa libertà che ci può essere in una competizione tra biciclette e bulldozer, con in più questi secondi che si arrogano pure il diritto di dettare le regole della gara!
Una delle prime reazioni a questo ennesimo attacco oligopolista ad una legge che, sia chiaro, non è affatto la migliore possibile ma è quanto meno meglio che nulla (siamo messi così in Italia, ahinoi!), è stata quella della Presidente del SIL – Sindacato Italiano Librai Cristina Giussani, che in una lettera indirizzata ai componenti della X Commissione del Senato (ove il testo suddetto è in discussione) rimarca come «L’abrogazione della Legge Levi, che regolamenta sconti e promozioni sui libri, metterebbe in ginocchio l’intero comparto delle librerie indipendenti e di catena, che non avrebbero la forza economica di controbattere alla concorrenza dei gruppi della grande distribuzione del commercio elettronico, e che sarebbero destinate a chiudere. Senza la Levi grandi gruppi commerciali e potenti attori dell’e-commerce, come Amazon, avrebbero campo libero. La perdita sul territorio delle librerie indipendenti impoverirebbe, poi, in maniera drammatica l’offerta culturale, con conseguente riduzione del numero dei lettori, per difficoltà di reperimento dei testi. A non essere più garantita, inoltre, sarebbe la pluralità di voci: i librai indipendenti danno spazio ad autori ed editori che, per motivi vari, non ne hanno nei centri di grande distribuzione. La chiusura delle librerie indipendenti avrebbe anche gravi effetti sul lavoro, producendo diverse migliaia di disoccupati.»
Parole ovviamente condivisibili, che tuttavia rischiano nuovamente di echeggiare come affermazioni rivolte ad un uditorio rumorosamente vociante e dunque incapace di ascoltare non solo tali osservazioni ma, più in generale, di comprendere l’essenza della situazione in corso e della questione generale. Proprio a questo proposito, ora qui tocca ancora una volta rimarcare che sì, l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci! – anzi, no, avevo detto, lo scorso anno in occasione del precedente tentativo di abrogazione della Legge Levi, che ci avrebbero provato ancora, e ci proveranno fino a che non otterranno ciò che ormai si sono prefissati di conseguire: una tabula rasa dell’editoria indipendente funzionale al dominio assoluto – di mercato, politico e finanziario – dell’oligopolio dei grandi gruppi editoriali, peraltro inesorabilmente destinato a divenire nel giro di breve tempo un monopolio, o quasi. Un risultato tanto più semplice da ottenere quanto più il comparti editoriale indipendente nazionale continuerà a restare disunito, agente in ordine sparso, privo di una strategia comune nonostante comuni siano i suoi obiettivi fondamentali.
Insomma, non posso far altro che riportare quanto scritto l’anno scorso in questo articolo pubblicato su Cultora e qui nel blog (e prima ancora, sempre sullo stesso tema, qui): perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
Ecco. Quante volte ancora dovranno essere rimarcate queste evidenze? Quanti attacchi ancora, alla Legge Levi ovvero al comparto in generale, l’editoria indipendente dovrà subire? E, soprattutto, fino a quando potrà resistervi?
In chiusura dell’articolo sopra citato, affermavo che, in fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provavano – e provano ciò. Sarà finalmente il caso, per l’editoria indipendente, di non essere più sabbia ma finalmente muro di mattoni, di pietre, di solidi massi, ben incastrati tra loro. Sarà veramente il caso, se vorremo che nel prossimo futuro esista ancora un mercato editoriale e una cultura del libro e della lettura veri, e non il loro monumento funebre.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La politica è un’arte. Edi Rama e l’Albania, quando un paese è governato da un artista (e si vede!)

8 agosto 1991, la nave "Vlora" attracca a Bari.
8 agosto 1991, la nave “Vlora” attracca a Bari.
Molti di voi ricorderanno (vedi sopra) le navi stracariche di albanesi che, vent’anni fa, giungevano sulle coste dell’Adriatico fuggendo dal collasso politico e sociale del paese balcanico, ridotto allo stremo da mezzo secolo di dittatura comunista isolazionista.
Dopo due decenni l’Albania non è certo diventata la Svizzera e numerose questioni socio-politiche sono ancora aperte, tuttavia, considerando lo stato in cui era, si può pure affermare che sotto molti aspetti abbia fatto passi da gigante nel proprio processo di modernizzazione – anzi, in certi casi il paese si sta dimostrando vivace e avanguardista come le più avanzate nazioni europee.
Credo che una buona parte del merito di questo rapido procedere verso il presente e il futuro dell’Albania possa essere imputato a Edi Rama, attuale premier e, dal 2000 al 2011 sindaco della capitale Tirana nonché – anzi, soprattutto – artista. E in quanto tale, dunque da non politico ovvero da persona intendente il mondo attraverso filtri e visioni differenti rispetto a qualsiasi esponente della politica “classica”, ha saputo fare cose per la propria città a dir poco eccezionali, nella sostanza e ancor più nella forma cioè nel concetto che vi ha posto alla base.

Edi Rama.
Edi Rama.
Tanto per dire, così Rama ha descritto il proprio incarico amministrativo:

“È il lavoro più eccitante del mondo, perché bisogna inventare qualcosa e lottare per una buona causa tutti i giorni. Essere il sindaco di Tirana è la più alta forma di conceptual art. È arte allo stato puro.”

Beh, voglio dire: parole che mai potremo sentire da qualsivoglia politico “ordinario” – e non voglio riferirmi a quelli nostrani, anche se per non farlo devo mettercela tutta.
Una delle iniziative più particolari messe in atto da Rama durante il suo mandato di sindaco, e alla fine più genialmente efficaci, è stata la cromatizzazione della città. Dopo anni di caos edilizio, dovuto alla troppo veloce urbanizzazione della capitale, Rama ha avviato un processo di regolazione urbanistica di Tirana legato a concetti prettamente artistici. Così, nonostante il passato dittatoriale e la povertà incombente di quei primi anni Duemila, il sindaco ha saputo ridare luce al grigiore cittadino con l‘introduzione del “Piano Colore”: le facciate di grigio cemento dei tetri palazzoni comunisti sono state trasformate in una tavolozza di brillanti colori e, nel loro complesso, in una passeggiata multicolore, in grado di creare una sorta di nuovo paesaggio e di camuffare le forme opprimenti dei casermoni dell’epoca stalinista.

edi-rama-colors-resizedIn questo modo Tirana è diventata un esempio concreto di come si possa affrontare il problema degli insediamenti informali e socialmente degradanti – presenti un po’ ovunque e non solo in Albania, inutile denotarlo – migliorando la città, l’intero ambiente urbano nonché, inevitabilmente, la qualità di vita diffusa. Inoltre, altrettanto inevitabilmente, l’azione di Rama ha avviato un circolo virtuoso grazie al quale negli anni successivi sono sorti numerosi nuovi palazzi con vetrate e ampie terrazze e si sono aperti locali trendy, caffè e negozi di lusso. La rinascita è tutt’ora in atto ed è evidente a tutti: una rinascita sospesa tra modernità e tradizione, tra caos e ordine, tra colore e monocromia, che non può nascondere i problemi ancora presenti ma che può fare tantissimo per agevolarne la soluzione (e questo ottimo libro di Andrea Bulleri racconta proprio la rinascita di Tirana attraverso le numerose nuove architetture, sovente d’avanguardia, costruite o di prossima realizzazione – vedi qui sotto qualche esempio.)

134-camext2-v2-copia134-camint2-v2centro-islamico-Bjarke-IngelsTutto ciò per dire, insomma, che Edi Rama non solo ci ha dimostrato – e ci dimostra – cosa debba fare un buon politico – ovvero amministratore della cosa pubblica, senso fondamentale tanto quanto pressoché dimenticato (per dolo) da tanti politicanti – ma pure, a mio modo di vedere, come la politica contemporanea, troppo spesso impantanata in biechi giochi di potere, mire ed interessi truffaldini, presunzioni sovente ben poco lecite e malaffari vari e assortiti, abbia forse una possibilità di salvezza – e di salvare pure ciò che amministra, cose e persone incluse – attraverso una rinnovata concezione di essa che prenda spunto da ideali e basi totalmente diverse e miri a obiettivi stra-ordinari. Una politica dotata d’una base culturale magari pure apparentemente avulsa dalla relativa pratica ordinaria, appunto, ma – probabilmente se non sicuramente – ben più virtuosa, efficace, illuminante, innovante. E appunto ci dimostra pure, Edi Rama, che a usare la cultura si possono fare cose così grandi che mai nessuna pratica politica saprà ugualmente realizzare.
Non è cosa da poco, converrete. Ed è significativo che un tale “insegnamento” ci arrivi da quell’altra sponda dell’Adriatico che, solo qualche lustro fa, ci pareva un Vaso di Pandora spalancato verso di noi dal quale scaturivano soltanto miseria, disgrazie e calamità.

P.S.: le immagini sopra pubblicate sono tratte da questo articolo sul tema di Artribune. Per saperne di più cliccateci sopra.

Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…

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Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.